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Riannodare i fili del pensiero a cento anni dalla Rivoluzione d’Ottobre.

Pubblico volentieri il contributo del mio amico Amedeo Maddaluno anche per riprendere il discorso sul centenario della rivoluzione d’ottobre. A.G.

Per una geopolitica dell’Imperialismo e del Capitalismo.


Il secolo trascorso dalla Rivoluzione d’Ottobre ci spinge ad interrogarci non solo su quanto di valido ci fosse nelle categorie intellettuali, nelle analisi e nei concetti del socialismo “classico” e rivoluzionario e del marxismo (inclusa ovviamente la sua accezione leninista) ma anche su se e come tali categorie e concetti possano farsi strumenti di lettura e comprensione del presente e di lotta politica per il futuro. Una delle categorie che non ha nemmeno avuto la dignità dell’accusa di desuetudine ma che è semplicemente caduta nel dimenticatoio politico è quella di “imperialismo”. Dell’imperialismo – e ancor più, del suo essere espressione di un determinato sistema economico – non si parla semplicemente più.

I due grandi maestri del pensiero socialista che ne hanno approfondito le tematiche geopolitiche sono stati, mutatis mutandis e mutato tempore, Vladimir Lenin e Immanuel Wallerstein. Il primo, in un’opera di strabiliante attualità (“L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”) comprese come il capitale, raggiunto l’apice della possibilità di profitto in un dato mercato, abbia bisogno di espandere il profitto stesso procurandosi mercati nuovi, ambiti economici spaziali dai quali estrarre materie prime e lavoro a monte di quella che oggi chiamiamo “catena del valore” e nei quali riesportare merci, prodotti finiti e servizi a valle della medesima. Per le spicce, i suddetti mercati il capitale se li conquista con le buone o con le cattive, con la penetrazione commerciale, con l’intromissione e la sobillazione, con l’appoggio a regimi amici, con i cannoni e i carri armati, sempre appoggiato dal potere politico sinergico col capitale stesso (con buona pace dei liberisti il mercato non è “stato di natura” ma creazione della politica e delle sue leggi, come hanno dimostrato studiosi non marxisti del calibro di Sombart, Polanyi, Simmel). Il secondo (classe 1930), sull’onda lunga dei grandi storici economici come il Braudel, è il grande sistematizzatore dell’analisi dell’economia globale – e globalizzata! – nella seconda metà del ventesimo secolo e propone una divisione degli spazi e delle economie tra “centri”, “semiperiferie” e “periferie”. Nel pensiero di Wallerstein l’economicismo di matrice marxista discende e si declina compiutamente nello spazio. L’economia diventa geopolitica, cioè relazione tra politica, economia, strategia e dimensione geografico/spaziale. E’ proprio un pensatore borghese – diciamolo pure: reazionario – ma di sicura arguzia che risponde al nome di Edward Luttwak a sancire questo recupero di fine ‘900 della relazione tra dimensione geopolitica e dimensione economica coniando addirittura il termine “geoeconomia”. Edward Luttwak è uno studioso di strategia esponente della destra americana, propugnatore dell’egemonia a stelle e strisce. Si dice che la Storia non insegni nulla ma non perdoni nemmeno chi non sa imparare da lei, ed essa infatti ci ricorda come spesso siano proprio gli esponenti più scaltri della destra culturale a servirsi di validi strumenti concettuali che una certa sinistra ha avuto fretta di rinnegare.

L’imperialismo, dunque. La finanziarizzazione dell’economia, esattamente come i suoi fenomeni gemelli, la digitalizzazione e la globalizzazione, altro non è che naturale evoluzione e sbocco del capitalismo alla ricerca di profitto. Senza anche solo uno di questi fenomeni non potrebbe sussistere la triade intera. La triade formata da digitalizzazione, globalizzazione e finanziarizzazione poggia su di un’infrastruttura politica data dalla pax americana stabilita su buona parte dell’ecumene. L’imperialismo capitalista, la ricerca di sempre nuove fonti di materia prima e lavoro a basso costo e di sempre nuovi mercati di sbocco subordinati al proprio sistema produttivo si sostanzia spesso di cannoni e carri armati e di conquiste spaziali e subordinazione imperialista di interi territori e stati, ma poggia oggi anche su di un’infrastruttura molto più raffinata. La moneta globale è il dollaro, la piazza finanziaria sulla quale il dollaro viene investito e moltiplicato è quella di New York, le infrastrutture digitali su cui corrono la finanza e la “nuova economia” – fatte di software, di cablature, di computer, di indirizzi internet – hanno in buona parte centro nevralgico in territorio americano. La dematerializzazione dell’economia è una delle principali truffe ideali del nostro tempo: tutto rimane così dannatamente fisico!
La potenza del dollaro è data dal fatto di essere principale valuta di riserva globale e mezzo di scambio delle materie prime mondiali. Questo permette agli Stati Uniti d’America di produrre liquidità all’infinito per sostenere i propri consumi: il mondo acquisterà sempre dollari e titoli del bilancio americano e assorbirà sempre l’inflazione americana al fine di concedere agli Stati Uniti la prosperità necessaria ad acquistare le merci del mondo stesso. L’imperialismo, dicevamo, cerca nuovi mercati di sbocco, e infatti l’imperialismo britannico cercava mercati: quello americano E’ IL mercato. A propria volta, con quei dollari, gli americani possono sostenere il più grande apparato militare della storia, a sostegno appunto del proprio potere politico che rende il dollaro moneta affidabile, la più affidabile. Il cannone sostiene la moneta che finanzia il cannone medesimo e l’impero globale si autoalimenta. Direttamente inseriti nell’impero americano e sotto l’ombrello militare statunitense troviamo buona parte dell’America Latina, l’Europa e i paesi NATO, Israele, le petromonarchie arabe e molti paesi dell’Asia Pacifico – dal Giappone alle Filippine, dall’Australia alla Corea del Sud.

Definiremo quello americano come “Imperialismo Infrastrutturale”: non è questo l’unico tipo di imperialismo contemporaneo. Ve ne sono almeno altri due: quello mercantile tedesco e quello feudale dell’Arabia Saudita, tutti e due nell’alveo dell’infrastruttura americana: per quanto gli interessi dei tre imperialismi siano di frequente persino confliggenti essi non arrivano mai a negarsi o ad autoescludersi. L’imperialismo tedesco è un imperialismo da un lato postmoderno – rinuncia tendenzialmente alla forza delle armi – dall’altro estremamente antico e, appunto, mercantilista. Si fonda su tre capisaldi: l’innegabile qualità delle manifatture tedesche, l’euro, e la svalutazione del lavoro tedesco. Del primo caposaldo non vi è da discutere. Quanto all’euro, garantisce che tutti i paesi europei siano con la Germania in regime di cambio fisso, che gli avanzi commerciali tedeschi non causino la rivalutazione della moneta germanica da un lato e che i paesi dell’area euro non possano difendersi con svalutazioni dall’altro. La moderazione salariale praticata in Germania, la massiccia importazione di forza lavoro immigrata a basso costo e la precarizzazione del mercato del lavoro domestico permettono di mantenere basso sia il potere contrattuale di lavoratori locali sia il livello di consumi e quindi di importazioni garantendo alla Germania un continuo surplus commerciale che stritola e sottomette le economie degli altri paesi europei, in barba alle regole europee (ah, la Germania delle regole!) contro l’eccessivo surplus. Il terzo tipo di imperialismo, quello praticato dall’Arabia Saudita, è il più arcaico, basato sulla forza delle armi fornite ai movimenti jihadisti internazionali, sui petroldollari usati per destabilizzare paesi nemici e “acquistare” le finanze pubbliche dei paesi utili, nonché sulla diffusione di una visione dell’islam sunnita che definire oscurantista è ormai ben più che eufemistico.

L’imperialismo americano e quello tedesco, con l’iperfinanziarizzazione dell’economia da un lato e l’imposizione di un modello fatto di precarizzazione del lavoro, moderazione salariale e austerità di bilancio dall’altro hanno già compromesso in Occidente i diritti dei lavoratori, in primis il diritto stesso ad un lavoro. L’imperialismo saudita comprometta la nostra stessa sicurezza ed incolumità fisica, diffondendo l’ideologia fondante il terrorismo islamico. Questi tre imperialismi e le logiche su cui si basano sono nemici dei lavoratori: di più, sono nemici della nostra pace sociale e in ultima analisi del nostro stesso capitale e della nostra indipendenza come paese. Come mai la sinistra non si serve di categorie di lettura geopolitiche della realtà in cui opera, nonostante si possa agevolmente dimostrare che la geopolitica e la strategia, ben lungi dall’essere solo e soltanto scienze “di destra”, trovino fondamento anche nel pensiero dei maestri della sinistra? La cultura di destra si è servita della geopolitica, sviluppando il pensiero geopolitico ad alti livelli e questo deve esserle tributato oltre ogni settarismo; se però il tema della nostra riflessione a cento anni dalla Rivoluzione d’Ottobre è il modo di “riannodare i fili” della critica della società capitalista, ecco che la sinistra deve essere capace di riannodare questo specifico filo con la propria stessa cultura più genuina.

Amedeo Maddaluno

Sorgente: Riannodare i fili del pensiero a cento anni dalla Rivoluzione d’Ottobre.

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