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Quella «nebbia» sui crediti malati delle venete

di Fabio Pavesi

Le due banche a fine del 2016 avevano un tasso di prestiti deteriorati del 37%. Una crescita a valanga delle sofferenze non del tutto chiara.

Il diavolo si nasconde nei dettagli. E nel caso delle banche venete quei dettagli non sono affatto marginali. L’ossessiva meticolosità con cui banca Intesa ha circoscritto il suo raggio d’azione, riservandosi di rigettare nel tempo crediti in bonis che si dovessero trasfomare in sofferenze e l’impegno da oltre 11 miliardi delle sole garanzie governative a presidio della bad bank, la dicono lunga sulla tanta polvere che giaceva sotto il tappeto delle due venete andate Ko. Il tema è sempre quello dei crediti malati, che mai come per le due ex popolari si è rivelato una valanga inarrestabile che non ha fatto e non fa che crescere nel tempo.

I livelli dei crediti deteriorati toccati da Vicenza e Veneto Banca è da record assoluto. Le due banche a fine del 2016 avevano infatti un tasso di prestiti deteriorati del 37%. Ed è il trend che impressiona. Solo l’anno scorso e solo per la Popolare di Vicenza i prestiti cattivi erano saliti di 874 milioni, l’11% in più sul 2015. Non solo ma si scopre nel bilancio che la metà di questi prestiti malati (quasi mezzo miliardo) sono crediti non restituiti da chi ha sottoscritto le azioni ora azzerate della banca. È qui, nel circuito perverso dei finanziamenti baciati (azioni in cambio di mutui e fidi), che ha contrassegnato l’epopea tragica di Zonin e Consoli, che si annida il virus mortale che ha condannato a morte le due banche del territorio. Quell’anomalia profonda era strutturale e visibile da lungo tempo. E per lungo tempo è stata di fatto ignorata e sottovalutata da decisori politici e autorità di controllo. Mentre il resto del sistema bancario frenava gli impieghi a partire dalla crisi per non imbarcare sofferenze, le due venete facevano il contrario. Basti rilevare, come sottolinea Fabio Bolognini ex banchiere e ora consulente di Pmi nel suo blog Linkerbiz, che dal 2008 al 2012 il tasso di crescita dei prestiti è stato del 64% per Veneto Banca, del 35% per la Vicenza. Tassi astronomici dato che una banca prudente ma solida come il Credem ha avuto una crescita di solo il 17%. È qui il peccato originale.

Credito allegro e a piene mani senza valutare la sua rimborsabilità perchè quel credito a pioggia con la tecnica dei prestiti baciati portava in casa capitale aggiuntivo. Più si prestava (con disinvoltura) più le banche di Zonin e Consoli si capitalizzavano artificiosamente. Tra l’altro a prezzi del tutto irrealistici per i compratori data i fondamentali già scricchiolanti, almeno dal 2013, dei conti. Si è lasciato correre, non si è messo un freno e la situazione non ha fatto che deteriorarsi senza sosta. Non è finita qui. Il bilancio del 2016 della Vicenza spiega tra le righe che la Bce ha chiesto nell’ispezione chiusa a marzo del 2017 ulteriori «approcci conservativi» alla valutazione del rischio di credito che comporterà, dice la banca, impatti significativi sul patrimonio già entro il 2017. Poche frasi che dicono che la pulizia intrapresa da Iorio e poi Viola dopo il disastro della gestione Zonin è ancora tutta da scrivere. I vertici delle due banche ora commissariate lo sapevano. Nel progetto Tiepolo ora accantonato si stimavano per quest’anno altri 3 miliardi di perdite, quasi un bis del 2016 . Figlie ancora una volta delle pulizie delle sofferenze per un valore solo quest’anno di oltre 3 miliardi. Una spirale senza fine.

Sorgente: Il Sole 24 ORE

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