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“Prima il Qatar, poi l’Iran: i sauditi vogliono trasformare il Medioriente in una landa desolata” – Linkiesta.it

linkiesta.it – “Prima il Qatar, poi l’Iran: i sauditi vogliono trasformare il Medioriente in una landa desolata”. Secondo il professore iraniano Hamid Dabashi i due fatti sono collegati: dietro agli attacchi a Teheran si riconosce, se non la mano, almeno la stessa visione del mondo dei sauditi.

Il loro obiettivo è soffocare ogni forma di pluralismo e di partecipazione, anche minima, nell’area

Con due attacchi coordinati e simultanei il terrorismo ha colpito anche l’Iran. A Teheran il Parlamento è stato preso in ostaggio, mentre poco fuori dalla città un uomo si è fatto saltare di fronte al mausoleo di Khomeini.

Alla fine il bilancio sarà di 17 civili morti e 43 feriti, più lo shock, di trovarsi sotto attacco. «Hanno voluto colpire il mondo simbolico e il mondo funzionale dell’Iran», dice a Linkiesta il professor Hamid Dabashi, docente di Iranian Studies alla Columbia University di New York, esperto mondiale di storia dell’Iran e profondo conoscitore del mondo islamico, incontrato a Venezia in occasione dei seminari ResetDOC 2017. Il gesto è eclatante.

E non ha dubbi, «è collegato in via diretta con la manovra di isolamento del Qatar».

Intende dire che c’entrano i sauditi?
Non cediamo alle teorie cospirazioniste, per carità. Ma una domanda va fatta: chi è il beneficiario di questo attacco?

In teoria l’Isis, che rafforza la propria immagine.
In parte. Guardiamo al contesto. Da un lato c’è l’Arabia Saudita, che è l’epicentro di un sistema costruito sia su un’ideologia religiosa estremista, il wahabismo, che esclude ogni altra forma di islam, e sull’utilizzo della forza militare. Armi e religione.

E dall’altro lato?
C’è l’Iran, che non è certo un Paese democratico. Ma che ammette una forma di dialettica interna, prevede l’esistenza dei partiti, e conosce, anche se nello spazio ristretto di una teocrazia, una forma di partecipazione politica.

Tutte cose sconosciute, anzi escluse dai sauditi, che perpetuano il regno di una famiglia su un territorio determinato. Cosa significa, allora, attaccare il mondo iraniano nei suoi simboli, cioè il mausoleo di Khomeini, e nelle sue funzioni, in questo caso il Parlamento? Significa volerli negare.

Quindi i sauditi c’entrano o no?
C’entrano, ma non sono i responsabili materiali. L’attacco, per capirsi, non è stato pianificato a Riyad – o almeno, non si sa..

È evidente però che ne sono i mandanti morali. L’attentato è del tutto coerente con la loro visione del mondo.

L’Iran è il nemico principale e viene colpito. In questo schema rientra anche il Qatar.

Non cediamo alle teorie cospirazioniste, per carità. Ma una domanda va fatta: chi è il beneficiario di questo attacco?

Lei sostiene che le due cose sono collegate.
Sì, anche a livello temporale. Prima viene isolato il Qatar da parte di Arabia Saudita, Emirati ed Egitto (non dall’Oman, che riesce a tenersi fuori da questi movimenti) e poi c’è l’attentato a Teheran. Io conosco bene il Qatar, ci ho viaggiato spesso e collaboro per Al Jazeera. E posso dire che anche qui si è voluto colpire, attraverso l’isolamento, proprio quello spazio limitato di libertà.

È piccolo, è ristretto (più ristretto che in Iran), ma esiste e viene coltivato. C’è una grande televisione, punto di riferimento intellettuale per tutto il mondo arabo. Ci sono intellettuali, c’è la possibilità di esprimere – sempre nei limiti – idee religiose diverse.

La spiegazione ufficiale in realtà è diversa: vogliono puniro per i suoi legami con i gruppi terroristici.
Ed è assolutamente falso. Il Qatar non ne ha, certo non di più di quanti ne abbia l’Arabia Saudita. L’Egitto, sotto questo aspetto, lo attacca per l’appoggio dimostrato in passato dai qatarioti per i Fratelli Musulmani.

Il vero motivo – che è anche ciò che lega questa mossa all’attacco in Iran – è l’obiettivo wahabita di trasformare il Medioriente in una terra desolata, in cui esiste solo un’idea: la loro. E il pluralismo delle identità scompare.

Secondo questa logica il Qatar, per essere reintegrato, dovrebbe allora abbandonare quegli spazi di libertà, lievi, di cui
parlava prima.

Esatto. Chiudere Al Jazeera, bloccare ogni altra forma di manifestazione religiosa e intellettuale. Ma è un tentativo disperato: anche in Arabia Saudita esistono intellettuali, artisti, architetti, registi, che fanno parte di uno spazio globale. Stanno zitti, si nascondono. Ma esistono e non saranno mai messi a tacere del tutto.

Come se ne esce, allora, da tutto questo? La soluzione più semplice ed efficace è anche la più drastica: smettere di produrre e vendere armi.

Gli Stati Uniti però sembrano appoggiare, con il loro posizionamento, questa battaglia.
Sono legati all’Arabia Saudita da vincoli storici e soprattutto commerciali: c’è il petrolio, certo. Ma anche le armi. Trump non ha fatto altro che concludere gli accordi già presi da Obama. Non c’è nessun cambiamento sotto questo aspetto: fanno parte degli stessi circoli, seguono le stesse direttive.

L’Iran viene accusato di alimentare il terrorismo e non conta nulla il fatto che sia invece l’unico Paese che combatte davvero l’Isis. E – certo – lo fa anche per giocare un ruolo di mediazione.

Nel frattempo il wahabismo viene esportato anche fuori dai confini del Medioriente.
In Europa, certo. Gli imam sono formati nelle scuole saudite e circolano in Belgio, in Francia, in Germania. Questo è un altro problema. L’Europa continua a vendere armi ai sauditi e accoglie la predicazione wahabita.

I leader europei non si preoccupano, nei fatti, di contrastare questa ideologia, preferiscono fare affari. Nel caso, quando il problema scoppia, si rifugiano nell’islamofobia.

Dopo gli attacchi subiti, l’Islam non gode di grande popolarità. È inevitabile.
È una situazione nuova: l’Europa deve fare i conti con l’Islam, per la prima volta, non come un nemico esterno, ma come una presenza interna.

È un aspetto che ormai non può più trascurare e che, però, mette in crisi l’idea che ha di sé. L’Europa non lo confessa ma si pensa ancora, almeno dal punto di vista culturale, come mono-religiosa, cioè cristiana. E poi c’è da dire che l’islamofobia, spesso, non è che un modo per camuffare un fenomeno più antico, cioè la xenofobia.

Come se ne esce, allora, da tutto questo?
Per lo scenario mediorientale la soluzione più semplice è la più drastica: smettere di produrre e vendere armi.

È un po’ utopica.
Per il terrorismo, serve un intervento culturale importante per i giovani, che riescano con il lavoro e l’inclusione sociale, a più livelli, a evitare le tentazioni estremista.

E chi lo può fare?
Non vedo leader preparati all’orizzonte. È una questione generazionale: l’establishment è intrappolato negli schemi del passato. Continua a ripetere gli stessi errori: Trump fa come Obama, che faceva come Bush e come quelli prima di lui.

La risposta, allora, dovrà venire da fuori. E chissà quanto ci vorrà.

Sorgente: “Prima il Qatar, poi l’Iran: i sauditi vogliono trasformare il Medioriente in una landa desolata” – Linkiesta.it

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