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«Prezzi altissimi, speculazione, zero ricerca: fermiamo le industrie farmaceutiche» – Linkiesta.it

L’economista William Lazonick a Trento si scaglia contro la finanziarizzazione eccessiva delle società farmaceutiche. Un modello di business che alla lunga danneggerebbe la ricerca e sviluppo e che premia la visione di corto respiro

L’attività di comprare azioni proprie, da parte delle aziende, sarebbe considerata un’attività normale dal 99% degli economisti. Ma non certo da William Lazonick, che vieterebbe la pratica domani stesso, fosse per lui. Lo farebbe per tutte le società quotate, ma in particolare per le aziende farmaceutiche, quelle che ci siamo abituati a sentir definire Big Pharma. Il motivo? In questa pratica individua una delle manifestazoni più evidenti della finanziarizzazione dell’economia, da cui, nella visione dell’economista della University of Massachusetts-Lowell, discendono molti mali: la scarsa percentuale di investimenti in ricerca e sviluppo, lo scollamento degli interessi dei top manager da quelli dell’azieda e molto altro, fino alla disgregazione della classe media tornata protagonista durante la campagna elettorale di Donald Trump nel 2016. Nel mondo dei farmaci uno degli effeti sarebbe anche l’alto livello del prezzo dei farmaci, che negli Stati Uniti costano circa il doppio che in Europa. Il professor Lazonick ha spiegato la sua visione al Festival dell’Economia di Trento, dove ha tenuto una lezione sul modello di business di Big Pharma. Linkiesta ha avuto modo di incontrarlo alla vigilia dell’intervento. Camicia grigia, zero cravatte né giacche, capelli lunghi ormai bianchi, fisico massiccio e voce roca di chi si è convito da tempo della necessità di alzarla, ha il fisic du role del professore ribelle. Ma il livello, attenzione, non è per nulla secondario. Prima di dividersi tra il Massachusetts, Parigi e Lubjiana, ha insegnato alla Harvard University, al Barnard College della ColumbiaUniversity, e all’Insead in Francia. Oggi 72enne, da sempre critico verso l’economia neoclassica, è stato scoperto dalla politica americana nel 2014, quando sulla Harvard Business Review uscì l’articolo “Profits Without Prosperity”. Lo studio gli procurò l’Hbr McKinsey Award e le frequenti citazioni da parte dell’ex vicepresidente Usa Joe Biden e, soprattutto, dalla senatrice Elizabeth Warren, pasionaria dei diritti dei consumatori da molti vista come una possibile candidata alle presidenziali del 2020 sulla scia di Bernie Sanders.

Che cosa sostiene il professor Lazonick? Qualcosa di piuttosto semplice, nella sua radicalità: «Il fatto che la paga dei top manager sia basata per la stragrande maggioranza (vicino all’80%) sulle azioni incentiva i manager a fare buyback delle azioni, che hanno l’effetto di spingere verso l’alto il prezzo delle azioni stesse». Il tutto passa dall’assenza di limitazioni al valore dei prezzi dei farmaci negli Stati Uniti e alla conseguente possibilità, vista la domanda “inelastica”, di tenere i prezzi altissimi. Questo meccanismo, però, alla lunga rende più fragili le aziende stesse, perché «mina il loro incentivo a investire in persone, innovazione e produttività».

È una critica che viene da lontano e che ha nel mirino in particolare la teoria della massimizzazione del valore dell’azionista (MVS), messa a punto nei primi anni Ottanta dal professor Micheal C. Jensen, ad Harvard. L’idea di base è che per rendere i mercati efficienti, sia necessario tirare fuori il free cash flow dalle aziende e investirlo in modo più efficiente. Per Lazonick, che assistette alle lezioni di Jensen nel 1982, questo è frutto di una visione ideologica, che si è affermata negli anni della Reaganomics e sostanzialmente è stata rafforzata negli anni di Bill Clinton e del suo segretario al Tesoro Larry Summers. Lazonick rifiuta l’immagine di azionista come unico soggetto che si prende un rischio e che in nome di questo assume il controllo delle aziende. «Gli azionisti possono uscire rapidamente dalle aziende. Mentre un rischio se lo prendono i contribuenti che finanziano le infrastrutture per la ricerca e i lavoratori che fanno crescere la produttività», dice.

Applicato all’industria farmaceutica, l’approccio MVS «danneggia il processo tradizionale di creazione di farmaci di alta qualità» e viene paragonato senza giri di parole a una «malattia» e a un «modello di business corrotto». Una “impresa innovativa” sana, principale oggetto della ricerca di Lazonick, segue invece un processo di innovazione che ha tre caratteristiche: è incerto, cioè parte da una ricerca che potrebbe portare risultati o meno. È collettivo, cioè si basa sul lavoro di team di persone che lavorano su progetti per anni, se non per decenni. È cumulativo, cioè richiede tempo e si basa su ricerche anche di base. È un funzionamento che ha caratterizzato l’industria dei farmaci fino agli anni Ottanta e che è più proprio di grandi gruppi farmaceutici europei: Lazonick cita esplicitamente Roche e Novartiscome modelli positivi. Nel modello della massimizzazione del valore per gli azionisti, invece, si possono trovare alcuni problemi: gli interessi degli azionisti sono di breve termine e non coincidono con quelli della società. E la Msv estrae valore, «in modo predatorio», per indirizzarlo verso le retribuzioni dei top manager (a partire da John C. Martin, Ceo di Gilead Science, 193 milioni di dollari di retribuzione nel 2014) e di soggetti esterni come gli activist investor (il più noto dei quali è Bill Ackman, protagonista di una scalata a Valeant peraltro finita malissimo).

«Il fatto che la paga dei top manager sia basata per la stragrande maggioranza sulle azioni incentiva i manager a fare buyback delle azioni, che hanno l’effetto di spingere verso l’alto il prezzo delle azioni stesse»

William Lazonick
Lazonick Wef 2

Lazonick Wef 2

(Flickr Creative Commons / World Economic Forum)

Se il docente della University of Massachusetts ha scelto di concentrarsi sul settore farmaceutico non è solo per la rilevanza sociale del business, ma anche perché i meccanismi di finanziarizzazione sono più estremi. Nell’articolo sulla Hbr vengono snocciolati molti dati. Nel decennio 2004-2013, 454 società quotate nell’indice S&P 500 avevano speso per riacquisto di azioni proprie 3.400 miliardi di dollari, il 51% dell’utile netto (net income), con una percentuale che è andata salendo (nel 2014 è cresciuta del 18%). Tra le società di Big Pharma la percentuale è superiore: il 70% per Pfizer (equivalenti a 63 miliardi di dollari tra il 2006 e il 2015), il 111% per Anthem, il 158% per Express Scripts. Relativamente inferiori le percentuali di Merck, Gilead Science e Johnson & Johnson.

Lazonick arriva a trovare un nesso tra la finanziarizzazione e la discesa di produttività dell’industria farmaceutica, a sua volta figlia dei minori investimenti in ricerca e sviluppo. Il motivo è che l’attuale modello di business fa preferire alle società la strada dell’acquisizione di altre imprese e startup piuttosto che sviluppare la ricerca interna. «Quando si guarda ai bilanci di queste società farmaceutiche, ci mostrano una percentuale tra il 13% e il 17% di spesa in ricerca e sviluppo – dice Lazonick -. Ma la ricerca e sviluppo risulta nei libri contabili, non sono reali investimenti in tecnologia. Spesso si tratta della R&D che arrivano con le acquisizioni di società che hanno già avuto farmaci di successo, con una vita utile dei brevetti ampia. Li spremono perché l’unica cosa che vogliono sono i brevetti». È un tema che riguarda, in modo diverso, sia le aziende della “old economy”, come la Valeant, sia quelle della “new economy” che nel settore si sono specializzate soprattutto sui farmaci bio-tech. Per contro, aggiunge, potrebbero esserci società che hanno investito molto sulla R&D e che non hanno ancora raccolto i frutti e che per questo potrebbero avere quotazioni basse ed essere facili prede di acquisizioni. Tutto il processo, aggiunge, è aggravato dalle recenti super-fusioni che hanno caratterizzato il settore.

Buyback Big Pharma

Le operazioni di buyback delle società farmaceutiche. Fonte: presentazione William Lazonick

Nel settore farmaceutico i meccanismi di finanziarizzazione sono estremi: Pfizer in dieci anni ha fatto buyback per 63 miliardi di dollari, il 70% degli utili netti. Per Anthem sono stati pari al 111%, per Express Scripts il 158%. Relativamente inferiori le percentuali di Merck, Gilead Science e Johnson & Johnson

Dopo i 20 anni i brevetti scadono, possono entrare i farmaci generici e abbassarli. «Quel che abbiamo visto è che in effetti non è così semplice – risponde -. Perché i farmaci generici devono essere sicuri, devono essere comunicati ai dottori e questo è costoso. Così alcune società hanno acquistato altre società che facevano generici e quindi hanno continuato a far quattrini nonostante i brevetti fossero scaduti».

Il prezzo dei farmaci è un altro dei motivi di preoccupazione del docente di origine canadese. In questo caso c’entrano sia il meccanismo della massimizzazione del valore per gli azionisti, sia la mancanza di regolamentazione. L’economista rifiuta la versione secondo cui i prezzi alti dei farmaci servono a finanziare la ricerca; e lamenta la mancanza di consapevolezza dell’opinione pubblica sul fatto che «gli Stati sono l’unico Paese che non mette limiti al prezzo dei farmaci, cosa che invece avviene in Europa». La sua proposta è quella di trattare i farmaci coperti da brevetto alla stregua di monopoli locali, come nel caso della teoria delle utiliy. Va anche molto oltre: «I dividendi devono essere una cosa che viene redistribuita quando sono già stati soddisfatti tutti gli altri. E può anche essere che sia il governo che debba decidere quali siano i farmaci di cui c’è davvero bisogno». Richieste che, va detto, a parte l’ala sinistra del Partito democratico, sono rimaste inascoltate. «Con i Clinton il processo è continuato. Con Obama c’è stata una limitazione sul fronte finanziario con la legge Dodd-Frank e sul fronte sanitario con l’Obamacare. Ma non sono andati in profondità, nei fatti non è cambiato nulla». E Trump, che più volte in campagna elettorale ha promesso di abbassare i prezzi dei farmaci? «Non ha una posizione realistica. Né su questo né su altro. Penso che sia semplicemente ignorante, dice ogni volta quel che ha bisogno di dire. Ma se si guardano alle persone che ha messo in carica alla Food & Drug Administration, sono tutte a favore della finanziarizzazione dell’economia, non c’è alcuna opposizione».

Prezzi Farmaci

Comparazione dei prezzi dei farmaci in diversi Paesi. Fonte: presentazione William Lazonick

E Trump, che più volte in campagna elettorale ha promesso di abbassare i prezzi dei farmaci? «Non ha una posizione realistica. Penso che sia semplicemente ignorante, dice ogni volta quel che ha bisogno di dire. Ma se si guardano alle persone che ha messo in carica alla Food & Drug Administration, sono tutte a favore della finanziarizzazione dell’economia, non c’è alcuna opposizione».

William Lazonick

Sorgente: «Prezzi altissimi, speculazione, zero ricerca: fermiamo le industrie farmaceutiche» – Linkiesta.it

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