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Perché l’Isis colpisce a Teheran opinione.it

opinione.it – Perché l’Isis colpisce a Teheran – di Stefano Magni

Di certo ci sono solo i morti. Sono 12 vite stroncate dall’attacco di un commando di terroristi alla sede del Mejlis, il parlamento della Repubblica Islamica, e di un terrorista suicida al Mausoleo di Khomeini.

C’è la rivendicazione dell’Isis, giunta subito dopo nelle redazioni di tutto il mondo.

L’attentato in Iran, per il resto, è e sarà un rebus. Perché l’Iran? Come sono riusciti a colpire uno dei bersagli più protetti di uno Stato di polizia? Perché adesso?

L’Iran non è una democrazia, lo è solo di nome. L’informazione è controllata e la propaganda di regime è assordante, sia dentro che fuori i confini del paese. La posizione ufficiale del governo iraniano, per bocca dello stesso presidente del parlamento, Alì Larijani, è: minimizzare.

“Un evento minore” è la sua prima dichiarazione. Secondo il Cremlino, principale alleato di Teheran, “Il susseguirsi di atti di terrorismo spinge a ribadire ancora una volta la necessità di coordinarsi nella lotta contro il terrorismo e lo Stato Islamico”.

Al di là delle dichiarazioni ufficiali, nei social network e fra i numerosi opinion maker filo-russi e filo-iraniani iniziano a moltiplicarsi le teorie del complotto. Secondo una tesi filo-iraniana ormai consolidata nell’immaginario collettivo, l’Isis sarebbe una creatura degli Usa o di Israele.

O di entrambe le potenze. Dunque l’attentato di ieri viene letto come un’azione di destabilizzazione dell’Iran voluta dagli Usa o da Israele (o da entrambi) all’indomani della dichiarazione di ostilità da parte di Donald Trump.

Il fatto che l’attentato avvenga proprio all’indomani dell’isolamento del Qatar (quello sì voluto, dichiaratamente, da Trump) reo, fra le altre cose, di fare il doppio gioco con il regime di Teheran, corrobora ancor di più questa teoria della cospirazione.

I lettori sono avvertiti: nei prossimi giorni, la tesi dell’attentato “americano” o “israeliano” nel cuore dell’Iran sarà sempre più martellante.

Dalla parte dei dissidenti iraniani e dei nemici del regime, si sta diffondendo un’altra teoria cospirativa: visto che i bersagli colpiti erano “duri”, cioè fortemente presidiati e controllati, allora “non può che essere” il regime stesso ad essersi colpito da solo.

Una “strategia della tensione” per giustificare una maggior repressione all’interno e alzare il livello di scontro all’estero, proprio in un momento in cui la tensione è molto alta fra paesi del Golfo.

Si tratta, in entrambi i casi, di teorie cospirative molto complesse, che necessitano di prove per essere confermate e validate. Prove che, quasi certamente, non si troveranno mai. E allora?

Allora non resta che ragionare col “rasoio di Ockham”. La spiegazione più lineare è che un attentato rivendicato dall’Isis sia opera dell’Isis. E che non ci sia bisogno di alcuna “manina” o “manona” esterna per pilotare il Califfato e il terrorismo.

Non stiamo parlando, infatti, di un gruppo terroristico sponsorizzato da uno Stato per ottenere i suoi scopi e neppure di un gruppo terroristico propriamente detto. Il Califfato è uno Stato Islamico, ha un governo, ha le sue risorse economiche, il suo esercito, la sua intelligence.

Può agire in modo autonomo in base al suo disegno rivoluzionario. Ha dei nemici chiari e il suo nemico principale è proprio il mondo islamico sciita, di cui Teheran è l’epicentro politico. L’Isis è nato in Iraq da una costola di Al Qaeda, durante il periodo di occupazione internazionale del paese.

Discende direttamente dal gruppo di Al Zarqawi, in rotta di collisione con Al Qaeda Central perché, alla guerriglia contro le truppe americane e internazionali, preferiva dare la priorità alla lotta contro i nemici interni, soprattutto gli sciiti che sostenevano il governo di Baghdad.

Il gruppo di Al Zarqawi prima (Stato Islamico dell’Iraq) e poi l’Isis (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) hanno colpito duramente la popolazione sciita in Iraq e le altre minoranze religiose, facendo stragi immani di civili, religiosi, fedeli in preghiera e pellegrini e provocando grandi distruzioni nel patrimonio religioso e culturale. Quindi è chiaro perché l’Isis possa aver colpito l’Iran.

Come ci sono riusciti? I confini dell’Iran sono penetrabili da Est (Afghanistan), Sud (Belucistan), Nord (Curdistan turco e iracheno), dove territori impervi e montuosi impediscono una sorveglianza capillare. In Iran resistono anche minoranze sunnite molto agguerrite, specie nel Belucistan.

Una parte della guerriglia del Belucistan ha abbandonato la causa nazionale per abbracciare il settarismo sunnita nel movimento armato Jundallah, in Al Qaeda e ora anche nello Stato Islamico.

La presenza dello Stato Islamico in Iran è stata segnalata proprio di recente, a marzo, da un video di propaganda dell’Isis, in cui vengono mostrati orgogliosamente dei volontari iraniani sunniti in Iraq. Dunque: sì, è possibile che l’Isis abbia colpito nel cuore dell’Iran.

Perché adesso? Per rappresaglia, con tutta evidenza. L’offensiva in Iraq contro la roccaforte di Mosul ha quasi del tutto espulso l’Isis dal territorio che controlla e dalle sue principali basi. È condotta dall’esercito regolare iracheno, ma è sostenuta dalle milizie sciite.

Anche in Siria, l’Isis sta perdendo terreno e rischia di perdere Raqqa, la sua capitale provvisoria. Anche in questo caso le forze del Califfato sono incalzate, non solo dai curdi e dai regolari siriani, ma anche da Hezbollah (che risponde a Teheran) e dalle forze sciite guidate dal generale iraniano Soleimani.

Dunque c’è anche il movente: sconfitto sul suo territorio, il Califfato risponde col terrore all’estero, ovunque possa, contro tutti i suoi nemici.

Sorgente: L’Opinione delle Libertà

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