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Perché la cannabis terapeutica di stato rischia di non funzionare – Marcello Rossi – Internazionale

internazionale.it – Perché la cannabis terapeutica di stato rischia di non funzionare

Lucia Spiri ha 36 anni e vive a Racale, un piccolo paese in provincia di Lecce. A 18 anni, poco prima dell’esame di maturità, le viene diagnosticata la sclerosi multipla.

Per anni si è sottoposta a cure lunghe e pesanti a base di antidepressivi, antiepilettici e chemioterapici. Nel 2011, stanca di non avere alcun beneficio, ne ha cominciata una a base di cannabis.

Oggi ne assume tra i sette e i dieci grammi al giorno tramite olio, capsule, estratti e vaporizzazione, e la sua vita è decisamente migliorata: quando riesce a mantenere la continuità terapeutica ha appetito, è di buon umore, non ha rigidità alle gambe, ha meno tremori e riesce anche ad alzarsi dalla sedia a rotelle e a fare una serie di cose che prima non riusciva a fare.

“La cosa che più mi fa piacere è sentirmi dire ‘Lucia, ti vedo bene’, invece del solito ‘come stai’ che il più delle volte viene detto con il timore di avere di fronte una persona che sta vivendo una situazione di difficoltà”, dice.

Il caso di Lucia è analogo a quello di migliaia di persone che in Italia oggi hanno visto la propria vita migliorare grazie alla cannabis terapeutica.

Malati di sclerosi multipla o che hanno subìto lesioni al midollo spinale che la usano come analgesico; pazienti in chemioterapia o radioterapia che la prendono contro nausea e vomito; malati di aids o anoressia nervosa che la usano per stimolare l’appetito; persone con la sindrome di Tourette che la utilizzano per ridurre i movimenti involontari del corpo.

Anche se non esiste un dato preciso su quante siano, si può dire che il loro numero è in costante aumento. Basti pensare che tra il 2014 e il 2016 il consumo di cannabis medica è passato da 20 chilogrammi a oltre cento all’anno.

Due obiettivi
In Italia la possibilità di ricorrere legalmente a farmaci cannabinoidi esiste dall’aprile del 2007.

In questi dieci anni i pazienti hanno potuto usare solo i prodotti della Bedrocan, e in alcuni casi c’è chi ha dovuto pagare fino a 70 euro al grammo per la cannabis olandese, un prezzo proibitivo per la maggior parte dei malati.

Per la prima volta, dal gennaio 2017 è possibile comprare anche la Fm2, la cannabis prodotta nello stabilimento militare di Firenze, l’unico autorizzato dal governo a coltivarla.

Un’iniziativa ambiziosa che ha suscitato attenzione anche all’estero. L’Italia è infatti il primo paese in Europa a tentare un approccio industriale in questo settore.

L’intera filiera è sotto il controllo dell’agenzia italiana del farmaco (Aifa), che registra e regolamenta le attività in collaborazione con i ministeri della difesa e della salute.

Il colonnello Antonio Medica, direttore dello stabilimento militare di Firenze, maggio 2017. - Edoardo Delille per Internazionale

Il colonnello Antonio Medica, direttore dello stabilimento militare di Firenze, maggio 2017. (Edoardo Delille per Internazionale)

L’operazione ha due obiettivi. Da un lato, allinearsi agli studi scientifici sui benefici terapeutici della sostanza.

Dall’altro, costruire un apparato produttivo capace di evitare i costi dell’importazione (la cannabis medica italiana costa circa 15 euro al grammo, quella olandese tra i 18 e i 22) e garantire che la materia prima sia sempre disponibile.

Tuttavia, nonostante l’entusiasmo iniziale, il progetto si è scontrato con una realtà particolarmente complessa e, a conti fatti, stenta a decollare. Le zavorre che non gli hanno permesso di farlo sono essenzialmente tre.

Le reazioni dei pazienti
Per prima cosa, l’accoglienza riservata all’Fm2 da parte di chi l’ha usata è stata quantomeno discordante. Lucia, ad esempio, pur riconoscendo che si tratta un prodotto con un buon potenziale, lamenta il fatto che per ottenere gli stessi effetti dell’olandese Bediol ha dovuto aumentare le dosi e che l’Fm2 le è stato imposto senza lasciarle libertà di scelta.

Critico è anche Carlo Monaco, fondatore di Canapa caffè, locale a Roma dove si può consumare la cannabis terapeutica in una therapy room e comprare prodotti a base di canapa.

“La genetica è buona”, spiega Monaco, “ma la cannabis ci arriva troppo macinata e questo comporta dei problemi a chi come me la assume tramite vaporizzazione. Inoltre, dopo qualche utilizzo mi fa venire la nausea”. Possono sembrare banali problemi di praticità di utilizzo del prodotto e di gusto, ma in molti casi questi non sono aspetti secondari.

 Monaco soffre di anoressia nervosa e spiega: “Per una patologia come la mia, il sapore è fondamentale, perché serve a stimolare l’appetito”.
Paragonando la cannabis prodotta in Italia a quella olandese, aggiunge che “quella coltivata dall’esercito è sotto la media, da rivedere. Per ora in molti qui a Roma preferiscono pagare per continuare a comprare quella olandese”.

Lo scorso aprile, il mensile Il Salvagente ha pubblicato un articolo sui risultati del confronto dell’Fm2 con i farmaci olandesi Bediol, Bediolite e Bedrocan. I redattori hanno fatto analizzare in laboratorio i campioni dei quattro medicinali per capire se i princìpi attivi dichiarati nell’etichetta fossero quelli effettivamente presenti nel prodotto.

Secondo le analisi, l’Fm2 rispetta i valori dichiarati; mentre nel caso delle varietà olandesi i risultati parlano di prodotti con una quantità di delta-9-tetraidrocannabinolo (thc) leggermente superiore a quella indicata.

Del resto, se è vero che il primo impatto con l’Fm2 per alcuni non è stato positivo, va detto che per altri, soprattutto quelli che l’hanno assunta sotto forma di olio, è stato più che soddisfacente.

Franca Brescia, 45 anni di Mantova, ha visto la propria vita cambiare da quando ne fa uso.

“Fino a qualche mese fa, cioè prima che cominciassi una terapia a base di Fm2, provavo una stanchezza continua, come se fossi senza energia”, spiega.

“Tra il 2004 e il 2008 ho subìto quattro interventi tra la spina dorsale e il cervelletto dovuti a una malattia rara, la sindrome di Arnold-Chiari, e non mi sono mai ripresa del tutto.

Oggi grazie alla cannabis riesco a lavorare tutto il giorno, cosa che prima non riuscivo a fare assolutamente, e per la prima volta ho iniziato a pensare che col tempo riprenderò la mia vita di prima”.

È positivo anche il riscontro di Paolo Poli, direttore del reparto di terapia del dolore dell’ospedale Santa Chiara di Pisa e presidente della Società italiana ricerca cannabis.

“Per il momento, l’esperienza con l’Fm2 è buona”, afferma Poli, che dal 2012 ha curato più di 2.500 pazienti con la cannabis medica. “Dall’inizio dell’anno ho dirottato molti pazienti dal Bediol verso l’Fm2, e nessuno ha avuto da ridire”.

Come si conciliano dunque le reazioni differenti dei pazienti, e le loro critiche, con i risultati delle analisi in laboratorio fatte fare da Il Salvagente?

Le scorte di cannabis terapeutica da inviare alle farmacie, stabilimento militare di Firenze, maggio 2017. - Edoardo Delille per Internazionale

Le scorte di cannabis terapeutica da inviare alle farmacie, stabilimento militare di Firenze, maggio 2017. (Edoardo Delille per Internazionale)

Che il gradimento dell’Fm2 sia soggetto a interpretazioni opposte lo sa bene anche il colonnello Antonio Medica, direttore dello stabilimento di Firenze. La struttura occupa un’area di circa 55mila metri quadrati nel quartiere di Rifredi ed è protetta da alte mura bianche.

In un ampio ufficio, il colonnello mi spiega che “la cannabis è una sostanza dalle potenzialità terapeutiche straordinarie, ma bisogna tenere in considerazione che stiamo parlando di un fitocomplesso in cui, a differenza di farmaci classici dotati di un singolo principio attivo, agiscono circa 500 tra cannabinoidi, terpeni, clorofille e alcaloidi, alcuni dei quali presentano attività che non sono ancora del tutto chiare”.

“Da un punto di vista clinico”, prosegue Medica, “è l’interazione di tutti gli elementi, e non solo l’azione di thc e cannabidiolo (cbd), a conferire alla cannabis la sua efficacia terapeutica complessiva.

Ed è proprio questa complessità quella che porta ad una differente ricezione da parte di ogni singolo paziente. Inoltre, l’effetto finale non è dato solo dalla coltivazione, ma anche dal tipo di preparazione galenica fatta nei laboratori delle farmacie”.

L’obiettivo è coprire l’intero fabbisogno nazionale, stimato in trecento chilogrammi all’anno

Quello che si chiedono i più critici è se l’Fm2 non sarebbe potuto essere un prodotto compiuto sin da subito. “Nessuno di noi ha mai detto che saremmo usciti sul mercato con un prodotto impeccabile”, afferma il colonnello, “per questo le critiche che riceviamo ci aiutano”.

Medica è consapevole che il margine di miglioramento è ancora ampio. “La scelta di macinare le infiorescenze, per esempio, è stata dettata dalla volontà di omogeneizzare i princìpi attivi”, dice, “ma siamo consci che dobbiamo trovarne una che funzioni di più e siamo già al lavoro per farlo”.

“Stiamo inoltre anche lavorando per trovare forme di estrazione più pratiche”, aggiunge, “e per diversificare la nostra offerta. Per esempio, presto comincerà una coltivazione sperimentale il cui obiettivo è quello di ottenere un prodotto privo di cbd e con un contenuto maggiore di thc”.

Medica si riferisce all’Fm19, una varietà simile al Bedocran: per produrla sarà recuperata un’area di 600 metri quadrati sulle colline di Rifredi, in un capannone dove trent’anni fa si fabbricava sapone.

L’investimento iniziale sul progetto italiano è stato di un milione di euro, sufficienti per coprire i costi per la produzione dei primi mille chilogrammi di cannabis.

“L’obiettivo”, spiega Medica, “è quello di raggiungere un regime produttivo in grado di assicurare cento chilogrammi entro la fine del 2017, e arrivare un giorno a coprire l’intero fabbisogno nazionale, attualmente stimato in circa trecento chilogrammi all’anno”.

Disinformazione e farmacie
Oltre alle critiche dei consumatori, l’Fm2 soffre anche di alcuni problemi legati sia alla mancanza di comunicazione per farla conoscere ai medici sia alla distribuzione nelle farmacie.

“I medici che la conoscono e la prescrivono sono pochissimi e questo complica le cose”, afferma Marco Ternelli, proprietario di una farmacia a Bibbiano, in provincia di Reggio Emilia, e responsabile di farmagalenica.it.

“Rispetto ai farmaci tradizionali, la cannabis ha tempi di scadenza molto più brevi e non può essere lasciata nei magazzini troppo a lungo”, spiega.

E aggiunge: “Il guaio è che le prescrizioni sono così poche che non creano mercato, e nel caveau dello stabilimento rimangono quantità così ingenti che poi arrivano ai pazienti con scadenze troppo ravvicinate, a volte di un solo mese, come sta accadendo con questo primo stock”.

Secondo Ternelli, l’Fm2 è stata penalizzata anche da problemi di distribuzione: “La prima volta che l’ho ordinata ci ha impiegato un mese ad arrivare, la seconda 22 giorni. Sono tempi decisamente troppo lunghi, soprattutto se si considera che nelle terapie a base di farmaci cannabinoidi la continuità terapeutica è imprescindibile”.

Il caveau dello stabilimento militare di Firenze, maggio 2017. - Edoardo Delille per Internazionale

Il caveau dello stabilimento militare di Firenze, maggio 2017. (Edoardo Delille per Internazionale)

Il basso tasso di prescrizione rientra in un contesto nazionale in cui la cannabis è un’opzione terapeutica a cui si ricorre ancora poco rispetto ad altri paesi, complice anche una legge che ne prevede l’uso solo nel caso in cui il trattamento con antinfiammatori non steroidei, farmaci cortisonici o oppioidi si riveli inefficace.

Tenere conto fedelmente delle indicazioni terapeutiche e posologiche del farmaco è fondamentale ed è responsabilità dei medici. “È un lavoro complesso, che richiede parecchio tempo.

Capisco che molti non vogliano fare”, afferma Poli, che per assistere i suoi molti pazienti all’ospedale di Pisa si avvale della collaborazione di tre assistenti.

“Prima di tutto è fondamentale trovare il dosaggio adatto per ogni singolo paziente, che viene poi seguito nel tempo per vedere se e come risponde alla terapia”.

Ma secondo Poli esiste anche un motivo scientifico dietro la ritrosia dei medici a prescrivere cannabis per scopi terapeutici.

“È vero che su PubMed oggi ci sono più studi sulla cannabis che sul paracetamolo, ma sono perlopiù studi generici che non contribuiscono ad ampliare la conoscenza dei singoli princìpi attivi”.

“Quando si parla di cannabis medica si parla di una sostanza conforme a tutti i più alti standard farmaceutici europei, e non della classica cannabis di strada che può contenere di tutto”, afferma Poli. La mancanza di chiarezza crea un clima di diffidenza, a cui contribuisce in larga parte un discorso pubblico avvelenato da posizioni ideologiche e poco informate.

“Molti medici italiani non conoscono le potenzialità terapeutiche della cannabis e quindi non la prescrivono, perché in generale, la mentalità è ancora molto arretrata”, afferma Daniele Conti, responsabile area progetti dell’Associazione malati reumatici Emilia-Romagna.

“Qui una delibera regionale stabilisce che tutti i medici possono prescrivere cannabis terapeutica con ricetta elettronica. Ma quelli che lo sanno fare sono veramente pochi, colpa anche del fatto che in Italia le istituzioni non fanno informazione scientifica”.

A ciò si aggiunge un atteggiamento ambiguo da parte dello stato nei confronti delle farmacie. Il caso più paradossale, e al tempo stesso più emblematico, è senza dubbio quello della multa di oltre ottomila euro inflitta lo scorso maggio a sei farmacie che preparavano, tra gli altri, farmaci a base di cannabis.

La colpa di queste farmacie sarebbe, secondo il ministero della salute, il fatto di essere presenti su motori di ricerca come Let’s Weed o Cercagalenico – dove si trovano le farmacie che effettuano preparazioni a base di cannabis – e per questo di aver violato il divieto di propaganda diretta e indiretta di sostanze stupefacenti.

“Per un farmacista, secondo il ministero, anche solo pronunciare la parola cannabis equivale a fare pubblicità. Io non potrei in assoluto parlarne”, dice Paolo Mantovani, titolare della farmacia San Carlo a Ferrara, uno degli esercizi sanzionati, controllato all’inizio del 2017 anche dai nuclei antisofisticazioni e sanità dei carabinieri.

“Ora dovremo comparire davanti a un giudice, spendere soldi e perdere tempo semplicemente perché un paziente non può sapere quali sono le farmacie che hanno laboratori attrezzati per questo tipo di preparazioni. Io capisco che la cannabis, in quanto stupefacente, sia un argomento da trattare con le pinze.

Ma il mondo è andato avanti, e internet e i social network cadenzano il ritmo della nostra vita, che ci piaccia o meno, non possiamo non stare anche lì”, aggiunge Mantovani.

In effetti, basta fare un giro sul web o parlare con qualche malato per capire quanta confusione ci sia sulla cannabis terapeutica. Per questo i malati diventano spesso attivisti. Come Elisabetta Biavati, 49 anni di Bologna affetta da fibromialgia, che lo scorso anno ha aperto su Facebook il gruppo Dolore e cannabis terapeutica (3.500 iscritti).

“Oggi un paziente che volesse essere trattato con la cannabis terapeutica deve fare i conti con l’assenza quasi totale di indicazioni chiare sui medici a cui rivolgersi e, una volta ottenuta la prescrizione, sul come, da chi e dove farsi preparare il prodotto galenico”, dice. “Io stessa sono stata costretta a infiniti pellegrinaggi prima di riuscire a raggiungere il regime di cura attuale”.

Disparità di trattamento
Un’ulteriore criticità è legata al differente trattamento che i malati possono ricevere anche vivendo a distanza di pochi chilometri l’uno dall’altro. Dipende tutto dalla regione in cui abitano, visto che parecchie non prevedono rimborsi a carico del servizio sanitario regionale.

Cosa significa concretamente me lo spiega Andrea Mastrangelo, 36 anni, abruzzese, che soffre di esostosi multipla ereditaria, una rara patologia congenita che colpisce l’apparato osteoarticolare: “Data la sua natura, il mio disturbo non ha indicazioni terapeutiche e quindi non è presente nella lista di patologie per le quali si ha accesso ai farmaci cannabinoidi gratuiti.

La cannabis però mi aiuta a dormire e a superare i momenti in cui il dolore è davvero forte, e se voglio continuare a seguire l’attuale regime dovrei assumerne circa 30 grammi al mese, e spendere così sui 400 euro”.

Oggi la cannabis terapeutica è a carico del servizio sanitario solo in undici regioni. Quindi, dal momento che in questo tipo di terapie assumerla quotidianamente è fondamentale, per farlo molti pazienti sono costretti a pagare cifre consistenti.

Me lo conferma anche William Verardi, uno dei fondatori dell’associazione LapianTiamo: “Qui in Puglia ci sono persone che arrivano a spendere più di mille euro al mese per curarsi”.

Per superare il problema, Verardi si batte da tempo per l’autoproduzione, che però il tar del Lazio ha vietato. “È l’unica soluzione, soprattutto dove il servizio sanitario non copre le spese”, dice Verardi.

Qualche anno fa, LapianTiamoera riuscita a comprare un capannone di seimila metri quadrati a Racale per produrre un prodotto simile al Bedrocan.

“Con la regione Puglia, quando c’era Nichi Vendola, siamo andati vicini ad avere l’autorizzazione per un progetto pilota che prevedeva il coinvolgimento di esperti di tutto il mondo.

Poi però il governo ha deciso di centralizzare la produzione senza nemmeno fare una gara di appalto”, spiega Verardi. “Quello che chiediamo è semplicemente un maggiore coinvolgimento dei pazienti, perché è solo tramite le loro esperienze che si può migliorare”.

A guardare il quadro nel suo complesso, quello che si coglie è che per la prima volta in Italia lo stato produce un prodotto a base di cannabis che ha il potenziale per aiutare molte persone, facendolo pagare meno rispetto a quello comprato all’estero.

Ma le istituzioni finora non hanno valutato tutte le criticità, e altre ne hanno sottovalutato, tanto da impedire alla cannabis medica di diffondersi come opzione terapeutica.

Affrontare il dibattito in maniera più obiettiva, e senza contrapposizioni ideologiche, facendo leva sulle conoscenze che associazioni e malati già hanno in questo campo, gioverebbe a tutti. Specialmente ai malati.

Sorgente: Perché la cannabis terapeutica di stato rischia di non funzionare – Marcello Rossi – Internazionale

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