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Napoli con la Palestina! Appuntamento sabato 24 giugno alle 18 :: Il pane e le rose

 INCONTRO “In lotta contro l’oppressione”. Dopo la vittoria dei prigionieri, cosa sta succedendo in Palestina?
Facciamo un bilancio della mobilitazione con Samidoun Palestinian Prisoner Solidarity Network, in collegamento skype dalla Palestina

PRESENTAZIONE DEL LIBRO “Cinquant’anni dopo (1967-2017). I territori palestinesi occupati e il fallimento della soluzione dei due Stati” e dibattito con gli autori: Michele Giorgio e Chiara Cruciati giornalisti di Nena NewsAgency e il manifesto.

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Quasi 2000 prigionieri palestinesi per oltre 40 giorni in sciopero della fame. Una delle mobilitazioni più importanti a cui il popolo palestinese abbia dato vita negli ultimi anni si è chiusa lo scorso 27 maggio. Insieme alla protesta dei detenuti, le manifestazioni di supporto di un intero popolo, uno sciopero generale che ha coinvolto tutti i territori palestinesi (e non accadeva dal 1987, anno della prima intifada), la “giornata della rabbia” in occasione dell’ultima visita di Trump, presidi permanenti, tutto nel silenzio tombale delle istituzioni e dei media occidentali. Eppure, nonostante tutto, la protesta dei palestinesi è riuscita ad irrompere ben lontano dalle carceri, costringendo i ministri israeliani, che fino a quel momento si erano opposti a qualsiasi forma di riconoscimento della battaglia dei prigionieri, a intavolare una trattativa a partire dalle rivendicazioni lanciate dal movimento di protesta: un immediato miglioramento delle condizioni di detenzione, la possibilità di comunicare e di incontrare familiari a cui viene negata sistematicamente la possibilità di accedere dalla Cisgiordania o da Gaza in territorio israeliano, l’accesso a cure mediche negli ospedali. Una mobilitazione che ha denunciato con forza e chiesto la fine della detenzione amministrativa, pratica inumana, retaggio del colonialismo britannico nella regione, per cui Israele può incarcerare senza formulare accuse, senza presentare capi d’imputazione, rinnovando la detenzione di sei mesi in sei mesi senza limiti.

A prescindere dai risultati ottenuti, dagli avanzamenti “umanitari” che Israele sembra aver concesso e sui quali, i Palestinesi lo sanno bene, bisognerà vigilare nei mesi a seguire, lo sciopero dei detenuti ha rappresentato un momento fondamentale:

– ha rinsaldato il fronte della resistenza: la questione dei prigionieri tocca la totalità del popolo palestinese: secondo l’organizzazione di sostegno ai detenuti Addameer si contano 6200 palestinesi detenuti, di questi 490 in detenzione amministrativa e 300 sono minori. Ormai i prigionieri rappresentano un punto di riferimento decisivo per tutto il movimento di liberazione.

– ha fatto emergere, con forza, la lotta che i Palestinesi conducono quotidianamente “anche contro il collaborazionismo dell’Autorità Nazionale Palestinese, e soprattutto contro l’accordo di cooperazione militare con le forze di occupazione, che la sta trasformando in una forza di repressione del movimento di resistenza palestinese, in nome e per conto degli occupanti israeliani”.

– ha posto in questione l’occupazione nella sua totalità: impossibile parlare delle carceri israeliane e dei detenuti palestinesi senza tenere conto del processo di colonizzazione continua a cui è sottoposta la terra palestinese dal 1948, della repressione, dei soprusi cui è sottoposto il suo popolo, degli assassinii quotidiani di giovani palestinesi. Solo nel 2016, rispetto all’anno precedente, le costruzioni israeliane nei Territori Occupati sono aumentate del 40 %, l’assedio su Gaza non accenna tregue. D’altronde tutti i governi occidentali sostengono a mano bassa le direttrici criminali su cui si muove Israele, a partire dal governo italiano che da sempre intavola con lo stato sionista accordi commerciali, economici, di cooperazione militare, collaborazioni accademiche e diplomatiche.

Se è questo il quadro, allora, cosa fare per supportare e dare voce, anche qui, alla resistenza palestinese? Cosa sta realmente accadendo nei Territori Occupati, di cui è parte Gerusalemme Est, a Gaza? Cos’ha lasciato, e cos’ha significato, in Palestina, la grande lotta dei prigionieri?

Coordinamento napoletano per la Palestina

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Je so’ pazzo è un ex-opg (ospedale psichiatrico giudiziario) occupato nel marzo 2015 da un gruppo di studenti, lavoratori, disoccupati, per sottrarlo all’abbandono e per restituirlo alla città, per ricostruire la memoria di questo luogo terribile di esclusione e tortura, e lanciare percorsi di mobilitazione a partire dalle nostre concrete esigenze: dal lavoro al territorio, dalle scuole alle università, dalla casa alla sanità.

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Come arrivarci?
– Metro Linea 1: Fermata Materdei
(5 minuti a piedi verso Salita San Raffaele)
– Dal centro storico (15 minuti a piedi):
arrivare al museo nazionale e salire via Salvator Rosa,
all’incrocio con via Imbriani ci trovate sulla destra.

Sorgente: Napoli con la Palestina! Appuntamento sabato 24 giugno alle 18 :: Il pane e le rose – classe capitale e partito

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