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 Il mistero stress test: perché l’Eba e la Bce promossero la banca di Madrid

Gli interrogativi sollevati dal salvataggio del Banco Popular da parte del Santander

Quando a luglio scorso l’Autorità bancaria europea (Eba) pubblicò i suoi «stress test» su 51 grandi istituti del continente, Banco Popular Español attirò scarsa attenzione malgrado le sue dimensioni: è il quarto gruppo spagnolo con attività per quasi 200 miliardi di euro e 15 mila dipendenti. Ma all’epoca esistevano ottime ragioni perché i suoi risultati passassero inosservati: erano del tutto ordinari. O quasi.

Gli «stress test» sono un esercizio complesso nel quali molte istituzioni lavorano insieme per cercare di gettare un fascio di luce nel motore di una banca e capire come funzionerebbe sotto sforzo. L’Eba di Londra, guidata dall’italiano Andrea Enria, mette a punto un metodo per gli esami; lo European Systemic Risk Board, un tavolo di regolatori dei vari Paesi, definisce gli scenari di normalità e di crisi da simulare nelle prove di sforzo; il Single Supervisory Mechanism (Ssm), la vigilanza della Banca centrale europea guidata dalla francese Danièle Nouy, applica in pratica quelle condizioni ai bilanci delle singole banche per provare a capire cosa succederebbe.

Il risultato più recente per il Banco Popular fu: non sarebbe successo praticamente niente. Undici mesi dopo l’istituto era al collasso, privo di liquidità dopo una improvvisa corsa dei clienti a ritirare i propri risparmi. Eppure nello «scenario di base» degli stress test europei Popular presenta per l’anno prossimo un livello di capitale più robusto di 20 delle 51 banche esaminate (ma da allora l’economia spagnola è andata anche meglio del previsto). Quando poi la Bce ha simulato una grave recessione e altre sventure, la picconata al patrimonio per banco Popular è risultata più lieve che per 22 delle 51 banche. Anche in quel caso negativo rimasto puramente teorico, Banco Popular risultava fra le quattro banche più fragili d’Europa.

Ieri invece è diventata la prima azienda di credito ad essere dichiarata «in fallimento o prossima a fallire» dalle autorità europee. Un riesame interno dello Ssm di Francoforte cercherà adesso di capire cosa non ha funzionato. Gli «stress test» pubblicati a luglio scorso hanno avuto il merito di mettere a nudo la fragilità del Monte dei Paschi e obbligare i manager e il governo a trovare una soluzione, sotto minaccia che i regolatori staccassero la spina all’azienda di Siena. Ma Banco Popular aveva problemi simili, rimasti fuori dal radar: crediti in default per il 16% del monte prestiti, con accantonamenti di risorse a copertura delle perdite molto inferiori a quelli di Monte dei Paschi e alla media delle banche sia italiane che spagnole. Si tratta dunque di capire se la percezione diffusa in Europa che il governo e le banche iberiche di solito fanno scelte giuste — al contrario di quanto accade in Italia — ha finito per cullare e addormentare i vigilanti di Francoforte. Niente acceca più di un moralismo da vecchi banchi di scuola, sovrabbondante in Europa, nel valutare realtà economiche complesse.

Non è la prima volta che una banca scivola in un buco della rete dei regolatori Ue. Nel luglio 2011 fu dichiarato formalmente dell’istituto franco-belga Dexia che, in base agli stress test, non aveva alcun bisogno di capitale; tre mesi dopo era fallito. Né è la prima volta che Banco Popular scivola nei buchi della stessa rete. Dalla «valutazione complessiva» della Bce dell’ottobre 2014 — stress test più analisi della «qualità degli attivi» — l’istituto di Madrid emerse praticamente senza un graffio.

La prima lezione di questi mesi è dunque che i piccoli clienti del Banco Popular comprendono la loro banca meglio dei guardiani europei, oppure non credono a questi ultimi. A prima vista infatti la banca è precipitata per carenza di liquidità, cioè di depositi e prestiti utili per far fronte ai pagamenti correnti; ma al fondo la fuga dei risparmiatori è stata innescata dai dubbi fra di loro sul reale stato di salute del patrimonio della banca. La corsa agli sportelli che ha piegato il Banco Popular parte infatti dalla maxi-perdita di 3,5 miliardi sul 2016, quando l’azienda ha dovuto svalutare alcuni crediti inesigibili. Proprio questo episodio fa riflettere: ricorda a tutti che il rischio di emorragia di liquidità — la corsa agli sportelli — rimane il tallone d’achille delle banche europee; proprio per questo appare un edificio fragile e scaleno questa Unione bancaria di area euro che ha già il potere di colpire bond e risparmi liquidi delle famiglie in caso di dissesto, ma non offre un’assicurazione comune sui depositi bancari.

Il caso di Madrid contiene poi anche un’altra lezione, attualissima per l’Italia. Essa emerge con un altro passo indietro, al 28 settembre 2012. Quel giorno il Banco Popular pubblica il comunicato che è all’origine del collasso di ieri. In quel testo la banca ammette che i consulenti di Oliver Wyman le consigliano di rafforzarsi, ma annuncia che non parteciperà mai ai meccanismi di «bad bank» di Madrid (separazione della parte malata dei bilanci) finanziati dal governo con l’aiuto dell’Europa. «Non chiederemo assistenza pubblica», si leggeva. Un’illusione di autocrazia pagata a caro prezzo molti anni più tardi.

Sorgente: Corriere della Sera

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