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L’addio al giurista Stefano Rodotà paladino dei diritti e pensatore laico

Dal 1997 al 2005 è stato il primo Presidente del Garante per la protezione dei dati personali. Fu eletto deputato per la prima volta nel 1979 come indipendente nelle liste del Partito comunista italiano

di Mauizio Caprara

Quando tra gli italiani il computer si chiamava ancora cervello elettronico, gli venne di fatto affidato dal Partito comunista italiano una sorta di mandato non ufficiale a dare la linea in materia. Non aveva la tessera del Pci, era deputato dal 1979 di quella famiglia in parte laica e in parte intransigente per vocazione che aveva il nome di Sinistra indipendente, aveva scritto nel 1973 per «il Mulino» un testo intitolato «Elaboratori elettronici e controllo sociale». Sarà stata metà degli anni Ottanta e fece scattare in alcuni dirigenti di Botteghe Oscure una sorta di riflesso condizionato: sa più di noi sull’argomento, ci dirà se l’informatica pone problemi per la libertà e in quale misura apre nuove strade. Cambierà i meccanismi della democrazia? Votare con schede elettroniche ci esporrebbe più a brogli o a occhiuti grandi fratelli orwelliani?

Talvolta questo atteggiamento di delega, di affidamento della ricerca del pensiero considerato più giusto era riservato dai comunisti, su questioni settoriali, agli intellettuali «rossi ed esperti». Ma Stefano Rodotà, nato a Cosenza, morto ieri a 84 anni, padre di Maria Laura, confinava con quel mondo senza rientrare in quel genere di intellettuali. È riuscito a essere di sinistra, anche molto di sinistra, senza che la sua personalità pubblica avesse una connotazione «rossa». Aveva avuto trascorsi radicali, è stato espressione di una laicità liberal-democratica intrecciata con elementi di socialismo. Ed è stato forse questo impasto a frenarlo dal rientrare nel classico rigore, e in una certa rigidità, della tradizione comunista.

Ricordo Stefano grande giurista, intellettuale di rango, straordinario parlamentare. Una vita di battaglie per la libertà

Giurista in grado di trattare di diritto penale quanto di diritto costituzionale, garantista ai tempi delle leggi antiterrorismo, risoluto fino al puntiglio nel sostenere le proprie tesi politiche e allo stesso tempo reso morbido da un incedere e una voce tutt’altro che aggressivi, Rodotà, da esterno, contribuì a proporre a Botteghe Oscure una teoria dello Stato della quale il partito aveva bisogno. Nel suo caso, una teoria imperniata sulle libertà.

Nato rivoluzionario, consolidatosi poi nell’edificazione della Repubblica costituzionale, il Pci della fascia di dirigenti trenta-quarantenni legati ad Achille Occhetto avvertiva nella seconda metà degli anni 80 un bisogno di aggiornare il rapporto con le istituzioni impostato da Palmiro Togliatti. Quello lo si sarebbe potuto riassumere in rispetto verso liturgie dell’amministrazione dello Stato e in sostanziale capacità di influenza sui suoi meccanismi anche stando all’opposizione. Occhetto si sporgeva a prendere le distanze dal cosiddetto «consociativismo» che permetteva al partito di essere artefice di decisioni comuni con la Democrazia cristiana.

Rodotà, calcando l’accento sulle libertà di scelta dei cittadini, forniva dall’esterno qualcosa di parallelo e diverso da quello che, dentro al partito, avevano maturato due capiscuola contrapposti: il patriarca della sinistra comunista Pietro Ingrao, proiettato nell’evocazione di una democrazia diffusa e «di massa», e il riformista Giorgio Napolitano, attento a spingere Botteghe Oscure verso orizzonti europei e socialdemocratici superando la tradizione comunista.

Intellettuale prestato alla politica per modo di dire — fu nel 1994 che uscì dalla Camera per tornare a tempo pieno allo studio — il professore di Diritto civile aveva una funzione di mente giuridica in quella rete senza stemma e senza inni che era il cosiddetto «partito di Eugenio Scalfari», il fondatore di Repubblica del quale Rodotà era collaboratore con la moglie Carla. Occhetto nel 1989 lo volle ministro della Giustizia e dei diritti dei cittadini nel «governo ombra» messo in piedi per dare al Pci un’aria più britannica prima di trasformarlo in Partito democratico della sinistra, formazione della quale Rodotà fu presidente del Consiglio nazionale.

Due sono stati i suoi bersagli in quegli anni. Francesco Cossiga da presidente della Repubblica: sulle riforme istituzionali e sulla struttura anticomunista Gladio, il giurista di sinistra gli attribuì atteggiamenti da «fasi che annunciano o precedono un colpo di Stato». Il presidente lo ricambiava con sfottò extra-protocollari, come il far sapere di prepararsi a regalargli un paio di pantaloni tirolesi di pelle con fondelli (per presa) rinforzati. L’altro obiettivo di Rodotà, Silvio Berlusconi.

Dal 1997 al 2005, la carica di Garante della privacy. Fuori dalla Camera nella quale era stato vicepresidente e capogruppo, al professore non sono mancate opportunità di ruoli pubblici. Fino all’autentica riscossa sui telegiornali quando nel 2013 venne candidato dai 5 Stelle al Quirinale, traguardo non raggiunto. Rodotà osservò sul Corriere che uno sconfitto era Beppe Grillo, al quale sconsigliava poi una campagna anti-europeista. Il capo dei 5 Stelle gli diede dell’«ottuagenario miracolato dalla Rete, sbrinato di fresco dal mausoleo». Pagina mesta. Incrocio tra due Italie, tra due stili. Che oggi val la pena di ricordare soltanto perché di Rodotà evidenzia autonomia e libertà di pensiero.

aveva la straordinaria capacità di affrontare con linguaggio semplice temi complessi e la forza per lottare per i diritti di tutti.

Ciao Professor Rodota’, ci mancherai, ci mancherà la tua attenzione ai diritti

Sorgente: Corriere della Sera

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