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La riforma divide i medici di famiglia: «Flop del sistema se il progetto non decolla» – milano.corriere.it

milano.corriere.it – La riforma divide i medici di famiglia: «Flop del sistema se il progetto non decolla». Pressing del Pirellone per far aderire i dottori al progetto che riguarda 3 milioni di cronici.

I pazienti saranno seguiti da un gestore. Dissenso dei camici bianchi–  di Simona Ravizza

Il primo incontro con i medici di famiglia è del 15 maggio nell’aula Moratti dell’ospedale San Carlo, da lì in avanti ne viene fissato uno al giorno, spesso anche due: il 16 maggio al Fatebenefratelli, il 18 al Sacco, il 19 a Niguarda, il 31 al San Paolo, solo per ricordare i principali.

Eppoi — per un totale di 35 appuntamenti in 30 giorni (tra metà maggio e metà giugno) — a Melegnano, Rho e Lodi.

I dottori incontrati dai manager dell’Ats di Milano (ex Asl) sono quasi mille. Per la settimana prossima sono fissate ancora tre riunioni, dove ne sono invitati altri 615.

L’obiettivo è sempre lo stesso: convincerli a cambiare in modo radicale il modo di assistere i malati, fino ad arrivare a stilare piani di assistenza individuale, prenotare al loro posto esami e visite mediche specialistiche e monitorare telefonicamente l’andamento delle terapie.

La riforma della Sanità, che entra nel vivo tra la fine di luglio e il mese di novembre, chiede ai medici di medicina generale di rimettersi in gioco.

Ma che cosa devono fare i dottori del futuro? E perché troppi di loro oggi non sono pronti ad accettare la scommessa?

Soprattutto: i pazienti che cosa devono aspettarsi? Per la Sanità lombarda la partita è epocale. Se tutto va per il meglio, con i dottori che vengono convinti ad aderire al progetto del Pirellone, la vita della popolazione con malattie croniche può decisamente migliorare.

In caso contrario c’è il rischio concreto di un fallimento totale del nuovo modello di cure. Con un danno per i cittadini e la perdita della faccia di chi si è speso per il cambiamento, dal governatore Roberto Maroni all’assessore della Sanità Giulio Gallera.

Tutto ruota intorno alla cura dei cronici. Un numero esorbitante di pazienti: solo a Milano città sono 427 mila, nell’area metropolitana (fino all’hinterland, alla Martesana, a Melegnano e a Lodi) un milione 112 mila 547, in tutta la Lombardia oltre tre milioni.

 In pratica coloro che soffrono di ipertensione, diabete, ipercolesterolemie, cardiopatie, scompenso cardiaco, ipotiroidismo e di tutte le altre patologie croniche (complessivamente ce ne sono sessantacinque tipi) rappresentano il 30 per cento degli assistiti, come mostrano i documenti dell’Ats cittadina.

Uno su tre. A partire dal prossimo inverno tutti i malati cronici hanno diritto ad avere un «piano di assistenza individuale».

Nessuno di loro deve più preoccuparsi di prenotare gli esami necessari a tenere sotto controllo la malattia, ricordarsi le date dei controlli, fare salti mortali per fissare una visita specialistica: a tutto ciò deve pensare un tutor, che tecnicamente viene chiamato «gestore», perché si occuperà in toto del suo percorso di cura (con una retribuzione di 45, 40 o 35 euro a secondo della gravità e complessità dei pazienti).

È quello che prevede, come spiegato più volte dal Corriere della Sera, la riforma della Sanità, approvata nel lontano agosto 2015.

In questo scenario, negli incontri ancora in corso, i vertici della Sanità lombarda stanno illustrando ai medici di famiglia le tre strade che possono intraprendere: essere loro i «gestori» del malato cronico; partecipare al percorso di cura dei loro assistiti come «co-gestori»; oppure decidere di restare ai margini.

L’ultima ipotesi è quella che il Pirellone vuole evitare a tutti i costi perché decreterebbe il fallimento della riforma. Ma il pericolo che ciò accada esiste.

A Milano, al momento, solo 101 medici di famiglia sui 2.169dell’area metropolitana sono pronti a diventare «gestori», ossia i tutor responsabili in toto del percorso di cure.

Per farlo è necessario essere riuniti in forme associative, in modo che sia possibile farsi carico dell’organizzazione con corsie preferenziali delle prestazioni sanitarie utili ai pazienti (esami e visite che si svolgeranno nei poliambulatori o in ospedale).

Le cooperative esistenti sono solo due: la Medici Milano Centro guidata da Davide Lauri, con 67 dottori soci, al lavoro in via Quadrio 26; e la CReG Servizi capitanata da Mauro Martini, con 34 soci.

I medici di medicina generale pronti a seguire completamente i cronici sono destinati, dunque, a restare una minoranza. Almeno per ora i pazienti possono contare limitatamente su questa opportunità.

La chance che i malati hanno a disposizione è di avere dottori di famiglia «co-gestori». Il loro compito è la definizione dei piani assistenziali individuali (retribuiti 10 euro ciascuno) che saranno attuati in collaborazione con un altro «gestore», in grado di organizzare ed eseguire visite ed esami.

Così i pazienti non perdono un punto di riferimento prezioso e allo stesso tempo dispongono di un tutor operativo che li accompagna passo passo nel percorso di cure.

Ma il numero di medici che pensa a defilarsi anche dal ruolo di «co-gestore» rischia di essere elevato: è di pochi giorni fa l’invito del sindacato Snami, che a Milano rappresenta il 50 per cento dei medici di famiglia, a non partecipare alla riforma.

«Invitiamo tutti i colleghi — si legge in un documento dello Snami appena diffuso — a non aderire alle richieste dell’Ats (l’Azienda di Tutela della Salute, ex Asl), che consideriamo lesive della libertà di scelta del cittadino».

Resta da vedere se il tour de force organizzato dai vertici della Sanità regionale per convincere i dottori ad aderire avrà successo. In caso contrario, i medici di famiglia perderanno un’occasione di riqualificare la loro professione. I pazienti saranno disorientati e, forse, ancora più soli. C’è da sperare che non succeda.

Sorgente: Corriere della Sera

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