In modo da sfatare immediatamente certa propaganda volta ad associare il terrorismo dell’ISIS alla causa palestinese è utile ricordare che un recente sondaggio tra la popolazione delle Cisgiordania e di Gaza ha indicato come l’88% dei palestinesi condanni apertamente lo Stato Islamico e la sua distopia neo-califfale takfirista, e come il 77% appoggi la campagna militare contro di esso. Tali dati non dovrebbero sorprendere se si considera il fatto che tanto l’ISIS quanto al-Qaeda, o altri gruppi della galassia salafita-jihadista, hanno sempre mostrato un sostanziale disinteresse nei confronti della questione palestinese. L’analista olandese (di origine palestinese) Samar Batrawi ha compiuto uno studio approfondito sull’argomento ed ha mostrato come l’ISIS, soprattutto tramite video pubblicati on line, abbia dedicato solo ventinove dichiarazioni a riguardo. In queste dichiarazioni si concentra essenzialmente sulle questioni di Gerusalemme e Gaza e sul ruolo di Hamas, mentre la Cisgiordania viene quasi totalmente tralasciata. Non a caso, nella propaganda dello Stato Islamico, predomina proprio la critica violenta nei confronti di Hamas, accusato di aver stabilito un governo apostata nella Striscia di Gaza, di aver preso parte al gioco democratico estraneo ai dettami islamici e di aver represso nel 2015 i tentavi jihadisti di infiltrazione nella Striscia.

Per la grande maggioranza dei palestinesi respingere la propaganda salafita-jihadista è un dovere morale oltre che strategico in quanto questa risulta tanto utile al sionismo quanto assolutamente dannosa per la causa palestinese. L’ISIS concentra la propria propaganda sull’istigazione all’odio religioso concentrando i suoi sforzi sulla delegittimazione della narrativa nazionale palestinese. Costruire ipotetiche relazioni speciali tra salafismo-jihadista e questione palestinese risulta essere un’impostazione teorica abbastanza debole sin dal principio. Così come mettere ISIS e Hamas sullo stesso piano si presenta come una mera negazione della verità e punta alla completa legittimazione della propaganda sionista del conflitto. Di fatto, lo Stato Islamico non è interessato a combattere il sionismo o alla negazione del suo progetto, ma solo alla distruzione di Hamas. A dimostrazione di ciò, sono facilmente rintracciabili on line diversi video i cui i miliziani del califfato, a seguito di operazioni militari dell’aviazione israeliana contro Gaza, bruciano la bandiera palestinese considerata alla stregua di un simbolo di declino del mondo islamico. E non sorprende il fatto che diversi telepredicatori salafiti, istigatori dell’odio settario come lo Shaikh egiziano Taalat Zahran, abbiano spesso dichiarato che è inappropriato aiutare la gente di Gaza in quanto seguace di leader illegittimi e dunque equivalente agli sciiti.

Scene di ‘ordinaria violenza’ all’interno dei territori occupati della West Bank

Il numero di palestinesi che hanno deciso di unirsi al califfato rimane dunque estremamente esiguo e questo è uno dei motivi che ha portato al feroce assedio dei jihadisti al campo profughi di Yarmouk, in Siria nel 2015, durante il quale gli uomini di al-Baghdadi, in combutta col Fronte al-Nusra, hanno decapitato diversi esponenti di Hamas scatenando la violenta reazione della popolazione della Striscia che, scesa per le strade, ha giurato vendetta nei confronti del gruppo di ispirazione wahhabita.

Non è un caso che Fronte al-Nusra ed ISIS, gruppi dalla comune discendenza qaidista, teoricamente rivali nella lotta per la leadership del campo jihadista, si siano uniti nell’attacco al campo profughi palestinese. Una dinamica ripetutasi recentemente nel campo profughi libanese di Ain al-Hilweh in cui le forze di sicurezza palestinesi (legate soprattutto ad al-Fatah) hanno ferocemente combattuto contro il gruppo jihadista guidato da Bilal Badr che mirava a trasformare il campo in base operativa ed avamposto per operazioni militari sia all’interno del Libano che in Siria. Allo stesso tempo Hamas non deve sottovalutare le defezioni di diversi combattenti ben addestrati delle Brigate Iz ad-Din al-Qassam che hanno deciso di lasciare la Resistenza per unirsi allo Stato Islamico nel Sinai. Regione che negli anni Settanta del XX secolo fu al centro delle operazione del movimento jihadista al-Takfir wa l-Hijra (Scomunica ed Esodo – uno dei principali riferimenti ideologici dell’attuale Stato Islamico), e nella quale attualmente, oltre all’ISIS, operano anche gruppi di guerriglieri beduini che lottano per una maggioranza rappresentanza all’interno dello Stato egiziano.

Video di propaganda di Hamas, organizzazione finanziata in gran parte dal Qatar e considerata terrorista da diversi stati occidentali

Khaled Qadoomi, rappresentante di Hamas in Iran, a tal proposito ha dichiarato: “È possibile che alcuni membri dell’ISIS abbiano fatto parte di Hamas e che poi abbiano abbandonato il nostro Movimento, ma non c’è spazio per l’estremismo nell’ideologia di Hamas […] L’ISIS punta le sue armi contro i musulmani e non contro il regime sionista”. Appare chiaro che Hamas possa godere di una situazione di anarchia nel Sinai, visto e considerato che Al-Sisi aveva imposto l’evacuazione di Rafah, la distruzione dei tunnel e dei canali di rifornimento alla Striscia e la creazione di una buffer zone di 5 km lungo il confine. Allo stesso tempo, però, il possibile rientro a Gaza dei miliziani jihadisti potrebbe provocare non poche tensioni all’interno della Striscia. Tuttavia, il servizio di intelligence di Hamas si è sempre mostrato estremamente abile e risoluto nel fronteggiare simili minacce.

Il conflitto israelo-palestinese risulta irrilevante, se non dannoso, per la strategia dei gruppi jihadisti e dei loro finanziatori con sede nelle monarchie del Golfo. L’odio nei confronti di Hamas nasce essenzialmente dal fatto che, nonostante le divergenze riguardo al conflitto siriano in cui il Movimento di Resistenza palestinese si è inizialmente schierato dalla parte della presunta opposizione moderata al regime di Bashar al-Asad, questo abbia ancora stretti legami con l’Iran. L’Iran è l’unico paese dell’area che negli ultimi decenni abbia realmente supportato la Resistenza. Tale relazione è basata sull’idea islamica del Taqribi Bainal Ummah: ovvero sul processo di costruzione e rafforzamento di strette relazioni (anche tra sunniti e sciiti) all’interno della comunità islamica.

Osama Hamdan, membro del Politburo di Hamas, ha recentemente dichiarato: “Chiunque dissemini tendenze settarie all’interno della Ummah, sta dando fuoco alla sua stessa casa”. Un’affermazione in linea con la Dichiarazione di Grozny del 2016 attraverso la quale duecento personalità religiose di rilievo dell’Islam sunnita, tra cui i Gran Muftì del Cairo e di Damasco, hanno espresso la loro condanna nei confronti di gruppi eretici e deviati, come la setta eterodossa wahhabita che occupa i luoghi sacri dell’Islam, che cercano di appropriarsi in modo del tutto arbitrario del titolo di “comunità sunnita”, escludendo chiunque sia contrario alla loro impostazione anti-tradizionale ed a-culturale dell’Islam. Una dichiarazione a cui ha fatto seguito l’esclusione degli esponenti wahhabiti dai lavori del Consiglio Islamico dell’Eurasia, tenutosi in Turchia nell’ottobre del 2016 ed al quale hanno preso parte i Muftì di 33 paesi musulmani. Hamas, alla pari di Hezbollah in Libano, concentra i suoi sforzi sulla lotta all’occupante sionista, mentre i salafiti-jihadisti, in stile puramente wahhabita, concentrano i loro sforzi in primo luogo contro gli stessi musulmani. Appare evidente che una simile impostazione risulti controproducente per paesi come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti che di fatto condividono comuni obiettivi geopolitici e strategici con Israele.

In questo contesto bisogna leggere anche il recente accerchiamento del Qatar, l’Emirato principale finanziatore di Hamas e della Fratellanza Musulmana e con pesanti responsabilità (alla pari dei suoi vicini) nella destabilizzazione della Siria e della Libia, la cui colpa rimane principalmente quella di mantenere dei rapporti con l’Iran (seppur basati sul mero interesse economico) e di aver sviluppato una politica sostanzialmente indipendente rispetto alla leadership saudita del mondo arabo. È curioso notare come analisti che non abbiano mai espresso alcun dubbio sulla genuinità della politiche qatariote si siano immediatamente allineati al coro unanime dei media sauditi ed arabi volti a presentare il Qatar, nazione nella quale, tra l’altro, si trova la più grande base aero-navale statunitense del Medio Oriente, come unica causa della destabilizzazione della regione (sic!). Non è altresì da escludere il malcelato desiderio saudita di trasformare il Qatar, paese con il più alto indice di ricchezza pro-capite dell’area, in un vero e proprio protettorato.

Il totale allineamento saudita ai dettami di Washington è un’assicurazione per la permanenza al potere e permette agli stessi sauditi ed ai loro epigoni di portare a termine il piano di omologazione wahhabita del Medio Oriente e di annullamento della minaccia iraniana. In questo progetto non c’è spazio per la controproducente lotta al sionismo al fianco della Resistenza palestinese.