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La ministra Fedeli “consegna” a tutte le scuole italiane la lettura di don Milani – Repubblica.it

repubblica.it/scuola/ – La ministra Fedeli “consegna” a tutte le scuole italiane la lettura di don Milani

Diretta streaming dell’evento a cui saranno presenti alcuni allievi del sacerdote e i rappresentanti dei maggiori giornali italiani. Riportiamo qui l’introduzione che farà Alberto Melloni, storico italiano, studioso di storia del cristianesimo e in particolare del Concilio Vaticano II   – di ALBERTO MELLONI

Sul finire dell’anno scolastico la Ministra Fedeli ha deciso di raccogliere le scuole italiane – l’educazione italiana, come la chiama papa Francesco – in una giornata su don Lorenzo Milani: collocata a metà strada fra la presentazione da parte di papa Francesco della edizione dell’opera omnia di don Milani nei Meridiani e la visita che farà a Barbiana il 20 giugno, per pregare sulla tomba del priore insieme ai suoi scolari, questo evento segna un impegno solenne dello Stato: una consegna di don Milani come “compito delle vacanze” che sarà impreziosito dagli interventi di alcuni allievi, di Adele Corradi la co-insegnante di don Lorenzo, di Renata Colorni, anima dei Meridiani e chiuso dall’intervento della Ministra, alla presenza del Presidente del Consiglio di Stato Alessandro Pajno, che fu capo di gabinetto di Sergio Mattarella quando questi servì quel ministero.

Un gesto carico di significati, di autorità e di responsabilità. Proprio delle più feroci dittature accade talvolta che il tiranno o i suoi eredi riabilitino le loro vittime. Riappropriarsi dei nemici uccisi, vantarsi del loro sforzo, indicarne un merito poco capito perché precorritore dei tempi, e chiudere così i conti con tracotanza e faciloneria.

Se questo fosse ciò che accade in questi mesi a don Lorenzo Milani sarebbe non solo l’ennesimo ma anche il più vigliacco dei torti che ha subito e il peggior torto che potrebbero fare a stessi il cattolicesimo e la democrazia di questo paese. Entrambi, infatti, hanno colpito don Milani senza pietà.

La chiesa a cui aveva consegnato la sua vita e la forza del suo gesto così intriso della sete di redenzione proprio della tradizione ebraica dalla quale proveniva, non gli ha risparmiato nulla: né il dileggio, né l’isolamento, né il torto, né il silenzio, né la violenza istituzionale e personale.

Un cardinale arcivescovo che manda l’autista a consegnare ad un suo prete sul letto di morte una lettera di accuse e fandonie, non è solo il gesto di un “deficiente indemoniato” come scrisse quell’uomo che a contatto con l’oleografia diventa incendiario: Florit era il terminale di una pesantezza istituzionale che cercava le proprie vittime non solo fra gli indocili al potere, ma proprio fra i docili al vangelo e per questo inafferrabili alle lusinghe del potere.

Lo Stato da cui egli attendeva l’adempiersi del dettato costituzionale e della “democrazia sostanziale” sognata proprio dai cattolici che avevano partecipato alla scrittura della carta fondamentale in un rapporto di reciproca fecondazione con forze politiche ideologicamente antipodiche non gli avrebbe risparmiato niente: l’incriminazione, il processo e la condanna in secondo grado, pronunciata a futura memoria dopo la morte del reo, colpevole di aver difeso coloro che i cappellani militari avevano bollato come vili per il loro rifiuto della guerra.

Una sentenza che resta come una macchia sulla nostra giustizia (e che volendo il CSM potrebbe riconoscere regalando a tutti i presidenti delle corti d’appello l’opera di don Milani con la raccomandazione vivissima e autorevole di leggerla come gesto di penitenza).

Oggi le cose sono molto diverse: le parole della Ministra (e non solo le sue) e del pontefice che sentiremo e abbiamo lo diranno. Ma modo per comprenderli.

Le massime autorità dello Stato e della chiesa non stanno “riabilitando” don Milani: perché non ce ne sarebbe bisogno; e perché il farlo vorrebbe dire farsi eredi chi lo ha colpito e assolverli e a nome loro “riabilitare” le vittime quando non sono più in grado di nuocere.

Spalmata per decenni con faciloneria, come fosse una nostalgica nutella sul pane secco del pedagogismo, la scrittura di don Milani ricordano alla chiesa che la voce profetica è fuoco dentro le ossa: tuono silenzioso che identifica con evangelica nettezza nel povero, nell’oppresso, nel vinto, nell’escluso il motore della storia e il giudizio della storia.

Ad una Repubblica continuamente in bilico fra la rassegnazione alla ingiustizia e quella acrimonia qualunquista che è l’altra faccia della stessa codardia, Milani insegna che l’eguaglianza non è una cosa che “si fa”, se mai – come si dice oggi usando alla leggera la parola chiave dell’andreottismo “concretamente” – ma è qualcosa in cui si “è fatti” dalla forza del dono.

La scuola per Milani è così importante per questo: perché è un gesto profetico. È un puntino di luce, una fiammella infinitesimale di volti e di storie accesa nel buio della prepotenza del potere: quel potere che vuol far pensare ai poveri, agli oppressi, ai vinti, agli esclusi che si meritano quella condizione e che quella condizione non può essere redenta. Deve essere “accettata” e se mai lenita dalla benevolenza del potere, che fa
colare elemosina e arroganza.

La scintilla messianica, invece, è quella che dice che tutto il buio ha perso la sua forza totalizzante e per sempre se anche solo in un luogo microscopico, con un numero limitato di persone, nel vivo di una utopia circoscritta, si può dimostrare che la giustizia può essere vissuta e anticipata.

La forza di questa attesa (che potremmo definire messianica o missionaria o democratica o evangelica) è quello che a cinquant’anni di distanza ci fa pensare che don Milani abbia qualcosa da insegnare a tutti.

Sorgente: La ministra Fedeli “consegna” a tutte le scuole italiane la lettura di don Milani – Repubblica.it

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