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Calais e le sue frontiere .

di

Maria Teresa Bellini
“Ogni confine ha a che fare con l’insicurezza e col bisogno di una sicurezza. La frontiera è una necessità, perché senza di essa ovvero senza distinzione non c’è identità, non c’è forma, non c’è individualità e non c’è nemmeno una reale esistenza, perché essa viene risucchiata nell’informe e nell’indistinto. La frontiera costituisce una realtà, dà contorni e lineamenti, costruisce l’individualità, personale e collettiva, esistenziale e culturale”
C. Magris, Dall’altra parte. Considerazioni di frontiera, in Idem, Utopia e disincanto, Garzanti, Milano 2001.
Calais è un confne tra terra e mare, tra Francia e Gran Bretagna, tra Europa e resto del mondo. Questo era quello che sapevo prima di arrivare a Calais.
Ma Calais è anche una sottile linea invisibile tra due mondi: quello di chi si fa in quattro per accogliere e quello di chi esclude, quello di chi prende cura (l’I care di don Milani) e quello di chi promuove l’indifferenza (il menefrego di fascista memoria), quello della violenza istituzionale e quello della cooperazione pacifca.
Dopo tanto rimandare, sono arrivata a Calais verso le diciotto del 24 aprile per restarci qualche manciata di giorni e lavorare con Utopia 56. Sono arrivata in tempo, con la mia compagna di viaggio attivista come me
nell’Associazione France Palestine Solidarité, per scaricare alla Warehouse tutto ciò che eravamo riuscite a caricare a Dinan: vestiti caldi, coperte, qualche sacco a pelo, prodotti igienici e fnanche di bellezza (grazie a Marion, 14 anni).
La Warehouse è un enorme deposito brulicante di energie, sorrisi, tanta stanchezza ma anche tanto entusiasmo e bella umanità. In questo enorme hangar infatti coabitano e collaborano quattro associazioni; due inglesi, Refugee Community Kitchen (RCK) e Help Refugees e due francesi, l’Auberge des Migrants e Utopia 56 appunto.
Si sono ripartite il lavoro: RCK cucina con buonumore e passione e sforna più di mille succulenti pasti caldi al giorno che va poi a distribuire in giro per la citta, Help Refugees seleziona e prepara vestiti, coperte e kit di sopravvivenza per le distribuzioni quotidiane. L’Auberge aiuta le due associazioni. Utopia 56 assicura le « maraudes » notturne e le « astreints » di giorno e di notte, rispondendo alle chiamate dei minori in generale e raggiungendo le persone esiliate che per svariati motivi non sono riuscite a raggiungere il punto di distribuzione della giornata, sempre cangiante grazie a prefettura e comune e celere.
La maniera in cui queste quattro associazioni cooperano, si sostengono vicendevolmente, materialmente e moralmente, e si sorridono nonostante la fatica e l’inumanità delle situazioni in cui combattono ogni giorno, mi ha accompagnato come un balsamo lenitivo durante questa permanenza e ben oltre.
La Warehouse é UN territorio di UNA delle frontiere che attraversano Calais. Dall’altra parte di questa linea invisibile (una delle tante, ripeto) il territorio a macchia di leopardo della nuova « jungle », un territorio in cui la violenta non accoglienza europea si materializza in negazione di qualunque diritto fondamentale. (1)
Prima la Jungle era un posto fsico defnito, una sorta di limbo infernale dove migliaia di persone si riversavano con il loro carico di dolori e di sogni, aspettando il buon momento « to try », per passare dall’altra parte, in Inghilterra.
Oggi, dopo lo smantellamento di questa enorme città abusiva fatta di tende e accampamenti di fortuna ad opera del magnanimo governo francese di sedicente sinistra nell’ottobre 2016, oggi la Jungle non esiste più. Non esiste più un territorio unico: si é parcellizzato in tutti quei limbi, aree abbandonate o foreste intorno o parchi dentro la città in cui le persone esiliate e migranti sopravvivono.
Allora il giorno dopo il mio arrivo, la sera precisamente, dopo tutta una giornata passata a selezionare coperte, sono andata dall’altra parte, ho passato la frontiera, sono passata dal territorio della cooperazione solidale (nello spirito di quella fratellanza predicata dalla Carta all’art. 1) (2) della Warehouse al territorio del “nonesistepiùalcundirittoperlepersoneesiliateemigranti”.
Varcata la linea ti trovi dall’altra parte. Quella della disperazione, della violenza gratuita subita, della fame, del freddo.
L’altra parte sono i parchi della città, la stazione, i boschi o le campagne al limite del centro abitato, la “nuova jungle”, un territorio giusto a ridosso delle altissime barriere che “proteggono” il porto. Perché qui in Europa proteggiamo le frontiere più che le persone.
Un territorio dove a un rappresentante dello Stato, a un poliziotto, è permesso andare a “gasare” i ragazzi addormentati per terra nei loro sacchi a pelo, batterli a colpi di “matraque”, aggiungere violenza a corpi martoriati da mesi di violenze subite lungo tutto il percorso che li ha portati fn qui.
Dall’altra parte ho incontrato tantissimi ragazzi eritrei e etiopi soprattutto in città, poi ai margini, nelle campagne confnanti con il centro abitato, uomini afgani, curdi.
E di notte anche le famiglie.
Quella formata da un afgano, la sua compagna iraniana e la loro bimba di 7 mesi, una fglia della vecchia jungle, arrivati in stazione verso l’una di notte, sotto questa pioggerella infda che ti penetra nelle ossa, senza un riparo per la notte.
Le 4 famiglie curde con 8 bambini dai 2 ai 10 anni sbattute fuori dall’ostello di Dunquerke la mattina e ritrovate la notte stessa fuori dalla stazione con i bambini a dormire per terra sotto una pioggia battente.
A niente erano servite le due ore di mediazione prima con la polizia chiamata dall’ostello, poi con le associazioni che dovevano prenderle in carico. Il meccanismo dell’accoglienza si inceppa spesso e volentieri nelle pieghe della burocrazia, nel non saper prendersi cura di.
A Utopia 56 la cosa che mi ha colpito di più non é stata la quantità astronomica di “bambino pack” (3) impacchettati e distribuiti, né la quantità di calzini o sacchi a pelo distribuiti ogni giorno.
La cosa più bella da scoprire in questi volontari è stato il loro senso di cura. Sempre, in ogni circostanza.
Nel preparare i cartoni di calzini da distribuire (il più possibile scuri e sottili per i giovanissimi del centro città, non importa che colore e caldi per gli uomini più maturi), nel monitorare per telefono o di persona le situazioni di presa in carico o no di altre strutture dopo gli interventi di urgenza, nel riscaldare i corpi infreddoliti nella notte con del tè fumante e l’anima con chiacchiere e sorrisi guardandosi dritti negli occhi, nel saper accettare le scelte altrui anche quando possono risultare incomprensibili (come la decisione di molti ragazzini di rifutare la ricerca di un posto di letto per la notte e dunque di dormire all’addiaccio per non dover ripassare dalla casella commissariato di polizia) (4), nel riuscire a individuare nel gruppo dei “soliti” il nuovo, lo straniero tra gli stranieri (5) e preoccuparsene, nel non dimenticare di imbarcare tra i viveri il garlic bread, “che ne vanno matti”, nel saper essere presenti, “sto qui fnché non si risolve”.
La cosa più brutta da sopportare sono state la vergogna, la rabbia, l’impotenza.
Tra le cose più belle, vedere come i ragazzini eritrei e etiopi (ben distanti gli uni dagli altri perché anche tra di loro, tra gli esuli, ci sono frontiere invalicabili con muri che la situazione di estrema indigenza nella quale li lasciamo innalza sempre più potenti) conservino la loro voglia fanciullesca di giocare, di bisticciare, di provocarsi, di giocare.
Tra le cose più diffcili, sostenere gli sguardi di queste madri e di questi padri in cerca di protezione e rifugio per i loro cuccioli.
I volontari di Utopia 56 e delle altre associazioni svolgono un lavoro, sacrosanto, di emergenza umanitaria. Come quello delle navi salvavita in Mediterraneo. Anche qui a Calais si lavora per salvare vite e, più diffcilmente, dignità.
E allora una domanda mi attanaglia.
Ma la Politica dov’è? Noi cittadini dove siamo? Come possiamo tollerare quello che avviene nelle nostre città, sulla nostra terra, nel nostro mare?
Dice bene Cédric Herrou (6): “la Libia è qui”, l’inferno è qui, al confne di Ventimiglia tra l’Italia e la Francia, al confne calaisiano tra la Francia e la Gran Bretagna. Qui in Francia, la culla dei diritti umani, qui in Europa, terra d’asilo.
Son tornata a casa e mi porto dentro tutte queste frontiere contro cui facciamo sbattere la testa all’umanità, la nostra prima di tutto, tutte queste frontiere attraversate, tutte queste barriere che ci portiamo dentro, tutti questi muri che ci impediscono di guardare oltre.
E anch’io sono attraversata da una frontiera, da una linea invisibile tra la paura del baratro della perdita della (nostra) dignità umana e la speranza, e la certezza, che sappiamo restare umani; la certezza che l’uscita per questo cul de sac nel quale l’Europa si é cacciata sta proprio nell’attraversare le frontiere, nel valicarle, nell’andare a guardare il resto dell’umanità negli occhi e nel costruire assieme.
Tenendo a mente che la frontiera è una striscia che non solo divide ma collega (7) anche, che può essere un taglio come una ferita ma che può e sa rimarginarsi. Che è una zona di nessuno, un territorio misto, una polis da costruire in una dignità per tutti ritrovata.
Sta a noi smilitarizzare le frontiere e trasformarle da luogo di esclusione e confitto a luogo di contatto e di scambio.
Allez, au boulot! Rimbocchiamoci le maniche!
Credo che un passaggio da Calais sia fondamentale nella formazione delle nostre coscienze. Andare a confrontarci con il lato oscuro del nostro essere europei, attraversare la frontiera, andare incontro, prenderci cura di, lavorare, cooperare, fare domande, farsi domande, ascoltare, sudare e sorriderci sia una scuola di
formazione che non ha pari. E’ a Calais che si costruisce il cittadino di un’Europa garante dei diritti fondamentali di ciascun essere umano.
A Calais e in tutte le frontiere con le quali pretendiamo proteggerci.
Andare a lavorare in questa catastrofca emergenza umanitaria e poi tornare nelle nostre città e parlare, sensibilizzare, agire politicamente.
Per tentare di rimarginare questo strappo tra la nostra umanità e il nostro saper essere disumani.
Dinan, maggio 2017
Note
(1) Rileggiamocela questa Carta fondamentale alla luce della politica europea in materia di immigrazione degli
ultimi anni: http://www.ohchr.org/EN/UDHR/Documents/UDHR_Translations/itn.pdf
(2) Articolo 1: Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza. (Dichiarazione Universale dei Diritti Umani,1948)
(3) Con il termine “bambino” i volontari di Calais indicano tutti i ragazzi, minori e non, con cui entrano in contatto. Molti di loro, etiopi e eritrei, si dichiarano “bambino” , minori, nell’illusione di poter accedere al diritto alla protezione dell’infanzia.
(4) I minori di Calais possono trovare rifugio (se c’é posto) in un Foyer a Saint Omer, vicino Calais. La prassi prevede che i volontari li accompagnino in commissariato dove dopo il disbrigo dell’identifcazione si chiama il Foyer per vedere se c’è posto. I ragazzi possono restare in commissariato anche due/tre ore per poi essere rimessi per strada se la capienza di posti letto massima è stata raggiunta.
(5) Mi riferisco al caso di un volontario che era riuscito a individuare in un gruppo di ragazzi etiopi un sudanese, isolato, non anglofono e senza telefono cellullare, strumento indispensabile di sopravvivenza a Calais.
(6) Dalla pagina facebook di Cédric Herrou del 13 mai 2017: “La pression monte dans la Vallée de la Roya. Une frontière fermée, Armée, Gendarmes, Garde Républicaine Mobile, Police aux Frontières, Douane, les habitants sont contrôlés systématiquement.Les Noirs sont pourchassés traqués, frappés Nasara, Mohamed, sont arrivés ce matin, 13 Mai 2017, en boitant le visage grave, les mains tremblantes, ils ont été battus a coup de matraque par les militaires de la force sentinelle ce matin a 07h00, laissés à terre sur la voie ferrée. Les militaires se
sont acharnés sur ces deux jeunes noirs. Ici ce n’est pas la France, ni l’Europe. Ici c’est le Soudan, ici c’est l’Érythrée, ici c’est la Libye (…)
(7) “La frontiera è una striscia che divide e collega, un taglio aspro come una ferita che stenta a rimarginarsi, una zona di nessuno, un territorio misto, i cui abitanti sentono spesso di non appartenere veramente ad alcuna patria ben defnita o almeno di non appartenerle con quella ovvia certezza con la quale ci si identifca, di solito, col proprio paese. ” Angelo Ara e Claudio Magris, Trieste. Un’identità di frontiera, Einaudi, Torino 1987, p. 192.

Sorgente: Calais e le sue frontiere .

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