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Se Cade Maduro, Cuba Sprofonda — L’Indro

lindro.it – Se Cade Maduro, Cuba Sprofonda. A colloquio con Loris Zanatta, docente dell’Università di Bologna, che ci spiega qual è il ruolo cubano in merito alla crisi venezuelana  di

Il Governo venezuelano sta attraversando un crisi economica e sociale senza precedenti. Il Paese si trova ancora in stato d’emergenza, introdotto dal Presidente Nicolas Maduro.

Gli episodi di violenza preoccupano l’opinione pubblica internazionale alla luce delle violazioni dei diritti umani, basta pensare che solo la settimana scorsa, dopo che manifestazioni e scontri popolari si sono riaccesi, Maduro ha deciso di inviare circa duemila soldati a sedare le proteste nello stato di Tachira, nell’Ovest del Paese.

Il numero delle vittime dall’inizio degli scontri tra civili e militari è salito ulteriormente, portando il Paese ancor più vicino a un collasso strutturale.

Ma la sopravvivenza di Maduro al potere rientra negli interessi di un Paese latinoamericano in particolare: Cuba.

Secondo quanto scrive Clara Riveros, autrice per il giornale SudAmericaHoy, il Venezuela ha mantenuto l’improduttività economica cubana.

L’apparato produttivo autonomo di L’Avana comprende una scarsa produzione di soli quattro prodotti, quali zucchero, tabacco, nichel e farmaci.

La sua economia è fortemente dipendente dai sussidi e dal petrolio fornito dal Venezuela, basta pensare che il 21% del PIL cubano dipende da Caracas.

Il Venezuela oggi fornisce a L’Avana circa 7 milioni di dollari in sussidi, e soddisfa circa il 61% del consumo di petrolio cubano, fornendo circa 19,3 milioni di dollari in barili di petrolio.

Secondo quanto riporta Clara Riveros, il petrolio che Cuba riceve, e ha ricevuto, da Caracas lo ha ottenuto a un prezzo più che agevolato, in cambio però di numerose missioni mediche, che hanno ridotto i medici cubani in condizioni economiche pietose.

Vista la forte dipendenza dell’economica cubana dal Venezuela, un eventuale crollo del regime di Nicolas Maduro comporterebbe inevitabilmente delle importanti conseguenze per Cuba. Il regime cubano risulta essere il primo e principale ostacolo alla transizione e democratizzazione del Paese.

Secondo Roberto Alvarez Quiñones, autore per ‘Diaro de Cuba, la caduta di Nicolas Maduro significherebbe la fine del ‘Socialismo del XXI secolo’, incluso la fine del Foro di Sao Paolo, un forum di natura internazionale creato nel 1990 cui obiettivo era quello di far arrivare il socialismo in tutta l’America Latina.

Qualora il Venezuela cadesse non solo Cuba si ritroverebbe da sola a sostenere una guida politica abbandonata, ma crollerebbe un intero modello socio-politico ed economico.

L’autore di ‘Diario de Cuba’ sostiene inoltre che il Generale Castro e la Giunta Militare cubana dovrebbero smettere di calpestare i diritti economici propri della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, riferendosi per esempio al diritto alla proprietà privata.

Secondo Quiñones Cuba dovrebbe sviluppare un proprio commercio capace di crescere senza gli ostacoli posti dal sistema statale. Il Paese dovrebbe facilitare gli investimenti stranieri, oltre a consegnare agli agricoltori locali la terra come loro proprietà, in modo da permettergli di poter vendere liberamente i prodotti ricavati.

La dipendenza dal Venezuela e la mancata autosufficienza dell’economia cubana dovrebbe essere arginate dalla liberazione delle forze produttive nazionali e da un rinforzamento del settore privato. 

Ma tra i due Pasi c’è solo un legame economico? Cuba fin dove si sta spingendo per salvaguardare la sopravvivenza del suo sistema economico e politico?

Lo abbiamo chiesto al Professor Loris Zanatta, esperto in fenomeni populisti, specialmente nel peronismo e castrismo, e attualmente docente nel dipartimento di Scienze Politiche e Sociali nell’Università di Bologna.

Ci può spiegare quali sono le relazioni tra Cuba e Venezuela e quali conseguenze comporterebbe la caduta del Venezuela per l’economia cubana?

Il legame che lega Cuba al Venezuela non è solamente un’alleanza fondata sull’interesse economico, ma è soprattutto una sorta di gemellaggio ideologico che fa si che le due crisi siano strettamente e intimamente legate tra di loro.

L’economia cubana dipende in maniera massiccia dall’economia venezuelana, pertanto le conseguenze di un crollo del regime venezuelano sarebbero veramente molto importanti per Cuba.

Dopo la rivoluzione l’economia cubana non è mai riuscita a decollare sul piano dello sviluppo interno. Cuba è stata ampiamente dipendente prima dall’Unione Sovietica, che provvedeva a fornirle sussidi che coprivano circa il 25% del suo prodotto interno.

Non a caso dopo il crollo dell’URSS si è potuta notare l’insostenibilità del modello cubano.

Negli anni ’90 il Paese, infatti, si è ridotto alla fame nera, perdendo circa il 30-40% del suo prodotto lordo, un tracollo immenso, finché non è poi arrivata la rivoluzione boliviana. Il Venezuela ha praticamente regalato una quantità inverosimile di petrolio a Cuba.

Lo scambio tra i due Paesi è stato sin dai primi anni del regime chavista tra petrolio venezuelano, ceduto a prezzi talmente vantaggiosi a tal punto che si può definire un ‘regalo’, in cambio di forniture da parte di Cuba di molti altri servizi, tra i quali quello più noto era quello medico.

L’enorme dipendenza cubana dal petrolio, in quanto energia che fa funzionare un Paese, fa si che un’eventuale caduta del Governo in Venezuela avrebbe degli effetti devastanti.

Bisogna inoltre considerare che da molto tempo sia l’opposizione politica venezuelana, sia l’opinione pubblica in generale, non tollera più questa cessione di petrolio ‘regalato’ a Cuba, in quanto molti venezuelani vivono in condizioni disagiate, il Paese dalle maggiori risorse petrolifere al mondo subisce dei black-out.

Servizi medici in cambio di petrolio a prezzi stracciati, ci può commentare questo scambio che avviene tra Cuba e Venezuela?

I medici cubani che vengono inviati all’estero hanno dei vantaggi rispetto a quelli che continuano ad operare nel Paese, in quanto all’estero possono acquisire dei beni non disponibili a Cuba, oltre al fatto di poter agevolare le loro famiglie.

Una cosa che spesso non viene considerata però quando si parla di Cuba è che i medici, come anche gli insegnanti che vanno nelle così dette missioni internazionaliste a Cuba, devono fare un professione di fede ideologica al regime, che ne siano convinti o meno.

I medici e gli insegnanti devono essere fedeli militanti del regime, come degli apostoli che fanno del proselitismo per il regime cubano.

Il regime cubano è chiaramente consapevole che la caduta di Maduro comporterebbe uno ‘tsunami socio-economico’ per Cuba. In che modo il regime castrista si sta muovendo in per evitare la caduta di Maduro?

Per Fidel Castro, Hugo Chavez non era un semplice alleato, e lo ripeté molte volte prima di morire. Fidel si infatuò di Chavez, vedendo in lui una specie di suo erede deputato a prenderne il testimone.

Non dimentichiamo, infatti, che lo incontrò prima ancora che diventasse Presidente, lo accolse a Cuba dopo che aveva tentato il colpo di Stato militare nel 1992.

Quindi, la relazione tra Chavez e Castro risale alle origini e fra i due Paesi, dopo l’avvento alla presidenza di Chavez, si è sviluppato più di un’alleanza economica o anche solo politica.

Tra i due Paesi c’è come una continuità storica, come se nella storia latinoamericana Cuba e Venezuela incarnassero tutto ciò che rappresenta l’antiamericanismo, l’antiliberalismo, un’idea diversa di democrazia, l’anticapitalismo.

In virtù di questo rapporto, da moltissimi anni il Venezuela è pieno di funzionari della sicurezza cubana, ovvero tra le forze armate venezuelane si trovano numerosissimi ufficiali dei servizi segreti cubani, allo stesso modo le forze di Polizia venezuelane sono inquadrate da funzionari del Ministero degli Interni cubano.

Non a caso il tipo di reazione espressa dal Governo venezuelano alla crisi terminale in cui è caduto il Paese, è palesemente rivolta a cercare di seguire il modello cubano, basta pensare alla proposta di riforma costituzionale di tipo corporativo, con la quale il Paese andrebbe verso un sistema a partito unico.

I cubani si stanno più che muovendo, direi anzi che in questo momento i cubani co-governano il Venezuela e che sono parte fondamentale del Governo venezuelano.

Quanta possibilità ha ad oggi Cuba di mantenere la situazione venezuelana così com’è?

E’ molto difficile da dire, ma io penso che il Venezuela non sia Cuba, e che il 2017 non sia il 1959. Quando i cubani fecero la rivoluzione avevano la possibilità di consolidare il loro regime appoggiandosi all’Unione Sovietica, spazzando via ogni forma di opposizione.

Cuba è, inoltre, un’isola tutto sommato di piccole dimensioni, e nella consolidazione del regime castrista ha giovato moltissimo il fatto che gli oppositori hanno lasciato l’isola. In Venezuela questo non è possibile, perché è un Paese troppo grande e troppo articolato, ha un importantissimo ceto medio, benché molti stiano fuggendo.

Il tentativo di imporre un regime di tipo totalitario a partito unico in Venezuela comporterebbe, e già sta comportando, un enorme tasso di violenza. Quest’ultima non solo viola i diritti umani in una maniera inaccettabile, ma isola sempre di più il regime a livello internazionale e crea delle fratture al suo interno.

Tali divisioni interne sono sicuramente l’elemento di maggiore delicatezza da seguire con grande attenzione. Non è un caso che all’interno del regime venezuelano c’è una parte che inizia a notare le differenze tra Maduro e Chavez, anche se tutto quello che fa Maduro è stato anticipato da Chavez.

Il disastro e la caduta del chavismo lascerebbero Cuba da sola in termini politici secondo Roberto Alvarez Quiñones. Lei si sente di sposare la stessa tesi?

Già da qualche anno si può dire che il modello populista è palesemente in crisi , è stato sconfitto in Argentina, in Ecuador e in Bolivia, dove ha addirittura subito delle sconfitte alle elezioni locali nel plebiscito nazionale boliviano.

Il tracollo del Venezuela rappresenta la caduta di un vero e proprio modello, in quanto il Paese ha avuto la pretesa di presentarsi come esempio guida.

Quindi, un suo fallimento, non solo politico, ma anche socio-economico, come l’incapacità di creare prosperità e benessere sociale che aveva promesso, ha ottenuto l’esatto contrario. Quella venezuelana è la crisi di un modello che non gode oggi della credibilità di cui godeva ancora 4 o 5 anni fa’.

In merito a Cuba possiamo invece dire che è un regime consolidato e ossificato negli anni, basta pensare che la popolazione è stata cresciuta per generazioni e generazioni in un ambiente in cui la scuola, le forze armate, le organizzazioni di massa e i media li bombardavano sempre di un unico e ripetitivo messaggio.

E’ anche vero però, come sostiene Roberto Alvarez Quiñones, che qualora vi fosse un tracollo, e cioè una sollevazione popolare, capace di fare cadere il regime in Venezuela, il messaggio per Cuba potrebbe essere diverso, ovvero se il regime è caduto in Venezuela, può accadere lo stesso anche per Cuba, specie adesso che non c’è più una figura come quella di Fidel Castro.

Quindi, possiamo indubbiamente osservare che l’evoluzione in Venezuela avrà un peso sul futuro di Cuba non solo dal punto di vista economico, ma specialmente dal punto di vista politico-sociale, quasi psicologico.

Qualora Maduro cadesse, i cubani avrebbero molta meno paura. Cuba è uno Stato di Polizia capillare molto ben organizzato e, se crollasse il Venezuela, sarebbe come se crollasse l’altra Cuba, e se crolla l’altra Cuba, quell’unica che rimane è anch’essa ancor più debole, questo è poco ma sicuro.

Perché è caduto il modello chavista?

Ci sono vari motivi, intanto quelli economici, che seppur evidenti, vanno comunque spiegati, perché in realtà non lo sono. Quando Hugo Chavez arrivò al potere, il prezzo di un barile di petrolio era 8 dollari, dopo pochi anni arrivò a 25 dollari e dopo ancora arrivò tra i 100 e 150 dollari per almeno 10 anni.

Questo comportò per il Venezuela una ricchezza enorme senza precedenti. Oggi però il Paese ha l’inflazione più alta al mondo, è sull’orlo della cessazione dei pagamenti, non riesce a ottenere beni di prima necessità, possiamo dire che andrebbero tutti processati per dilettantismo nel Governo dell’economica.

Oltre al dilettantismo, i responsabili venezuelani hanno seguito le orme passate dei populismi latinoamericani, ovvero ‘Pan para hoy hambre para mañana‘- pane oggi e fame domani. Hanno attuato delle politiche assolutamente irrazionali e soprattutto insostenibili che ovviamente andavano bene per conquistare il consenso a breve termine, solo che non ha funzionato.

Il crollo del prezzo del petrolio ha svelato l’insostenibilità di queste politiche, in quanto il deficit pubblico era elevatissimo, l’inflazione erodeva i salari, l’occupazione era fondata su una produttività praticamente nulla.

Tutto il modello economico adottato dal regime venezuelano era una rimasticazione di modelli e di registri protezionisti del passato che avevano sempre fallito.

Il regime, quindi, ha inibito l’attività privata e ha nazionalizzato interi settori, generando un crollo degli investimenti e l’allontanamento dei capitali esteri, insomma la tempesta perfetta, cui però responsabilità politica appartiene chiaramente al regime.

Per quanto riguarda l’aspetto politico, preannunciavo il fallimento del modello chavista sin da quando Hugo Chavez aveva il vento in poppa. Si tratta di un regime populista, e come tale bisogna tenere in considerazione a sua natura.

E’ vero che i fenomeni populisti nascono con un’enorme popolarità, ma quest’ultima è per definizione aleatoria, oggi esiste e domani non c’è più. La concezione ideologica del modello chavista, come degli altri regimi populisti, pensa al proprio popolo come unico legittimo.

L’idea di base ha radici di matrice religiosa tipiche dei populismi, e sostiene che nella società non ci siano molti attori, ideologie, religioni o partiti, ma interpreta la società secondo una raffigurazione dello schema manicheo di tutte le religioni.

Viste queste premesse, i populismi finiscono regolarmente come in Venezuela, cioè nel distruggere il tessuto istituzionale democratico che contempla una società plurale.

Il compito delle istituzioni è quello di incorporare il conflitto fisiologico fra i diversi attori sociali, ma laddove c’è la concezione del bene contro il male, non è possibile nessuna forma di istituzionalizzazione.

Sin dall’inizio, infatti, il regime chavista ha preso il controllo del potere giudiziario, dell’esercito, della scuola e delle televisioni, per poi costruire delle milizie e seguire migliaia di comizi a reti unificate obbligatorie con i discorsi di Chavez.

In questo caso la vita politica si è trasformata non in una competizione democratica, ma in una guerra di religione tra un ‘noi’ e un ‘loro’, fra il popolo del Governo e il popolo dell’opposizione.

Quindi, anche il regime più popolare, com’è stato i chavismo- oggi non lo è più perché ha perso le elezioni legislative con una schiacciante maggioranza dell’opposizione- non contempla la democrazia, in quanto non appartiene al suo DNA. Secondo il modello fallito il ‘nostro popolo’ , anche se fosse ridotto al 10% degli elettori, è l’unico popolo legittimo.

Si può dire lo stesso per Cuba?

Certo, solo che Cuba ha conquistato il potere con la forza, e lo ha fatto in piena guerra fredda, riparandosi dietro l’Unione Sovietica, e in un Paese attraversato da una grandissima contraddizione. Cuba è infatti il Paese più legato in tutta l’America Latina agli Stati Uniti da un legame di odio e amore, dove quindi l’anti-americanismo pagava immensamente.

Viste tutte queste condizioni a Cuba, Fidel Castro è riuscito letteralmente a spazzare via ogni forma di opposizione. Nel corso degli anni, ogni volta che l’insofferenza verso il regime diventava troppo grande, Fidel ha aperto le frontiere per mandare via tutti quelli che volevano.

Durante la crisi di Mariel nel 1980, per esempio, quando sono state aperte le porte dell’ambasciata peruviana, L’Avana si riempì di decine di migliaia di cubani nell’arco di pochissimo tempo, tutti volevano scappare e andarsene via.

Sono stati registrai 125 000 cubani in fuga da Cuba, un’isola che all’epoca aveva 7-8 milioni di abitanti. Possiamo quindi dire che per Cuba vale lo stesso discorso del Venezuela.

Nell’isola c’è un complesso problema per il processo di transizione. Il regime a Cuba non sa nemmeno cosa sia la parola transizione, perché ritiene di essere il regime più meraviglioso al mondo.

Passare da un regime totalitario, che non contempla pluralismo, a un ordine politico pluralista non è per nulla semplice, in quanto mancano gli attori, gli spazi legislativi.

E’ un processo molto complesso e lo vediamo per esempio nell’Europa orientale, dove il passaggio dal totalitarismo alla democrazia è tutt’altro che semplice.

Quanto è possibile una soluzione economico-politica come quella di Roberto Alvarez Quiñones, vista anche la linea politica di Cuba?

Allo stato attuale è sicuramente un dipinto abbastanza utopico. Fare delle previsioni sul futuro di Cuba è davvero molto difficile.

Posso comunque dire che secondo Roberto Alvarez Quiñones, per uscire dallo stato di paralisi economica e sociale in cui si trova Cuba, i Paese avrebbe bisogno di liberare le sue energie. Ogni volta che lo stesso regime ha dato appena un pò più di spazio al libero mercato si è potuto notare una parziale ripresa.

A Cuba ci sono le condizioni per aumentare la prosperità del Paese, è ovvio che più prosperità significa più disuguaglianza, le due cose vanno insieme e questo è comprovato. Il problema è che il regime politico cubano si è sempre fondato su un’idea gesuitica più che comunista, intendendo che il mercato, la ricchezza, l’affermazione personale e l’individualismo come peccato.

Ed è proprio questa la matrice del regime cubano, non a caso è stato retto per decenni da un discendente di contadini galiziani cattolici spagnoli, quale Fidel Castro. Fidel è, infatti, cresciuto nelle scuole gesuite ed è palesemente impregnato di questa idea secondo cui il capitalismo, detto in senso molto generale, è peccato.

Quindi, Castro ha sterminato per decenni tutto ciò che suonava a capitalismo, vedendolo come il peccato.

Nel seguire questa linea però notava che stava portando il Paese alla miseria più nera, e quando questa diventava intollerabile, era obbligato a suo malgrado ad aprire dei piccoli spazi di libertà economica. Non appena concedeva tale apertura la situazione cubana migliorava, ma rispuntavano ovviamente i ‘peccati’ che lui voleva estirpare, i quali lo portavano a chiudere di nuovo le porte.

La storia di Cuba è stata questa dalla rivoluzione fino a oggi. Anche oggi esiste sotto Raul Castro uno spazio per il mercato a Cuba, ma è vessato terribilmente dallo Stato, per cui i pochi che hanno delle attività private sono iper-tassati, e sono soggetti a regolamentazioni terribili. La principale preoccupazione del regime è che nasca un ceto sociale nuovo abbastanza benestante, e soprattutto che non dipenda dallo Stato.

In fondo Roberto Alvarez Quiñones spera- e non è che si illude perché è tutt’altro che uno stolto- che queste sacche di mercato cubano che esistono diventino irreversibili, e cioè che una parte della popolazione che inizia a essere autonoma dallo Stato rappresenti un nuovo ceto sociale che lo Stato ormai non può più controllare.

Questa nuova classe sociale sarebbe il soggetto che potrebbe iniziare a erodere dall’interno il regime. Il prossimo anno prossimo si ritirerà Raul Castro, e bisognerà vedere cosa faranno le nuove generazioni che verranno dopo.

La generazione della rivoluzione con questo è morta, e bisogna vedere se i nuovi arrivati avranno altrettanto la capacità di mantenere il Paese chiuso al resto del mondo, io ne dubito, francamente. In fondo è successo anche in Unione Sovietica: nessuno si aspettava un Gorbaciov, eppure un certo punto è arrivato

Sorgente: Se Cade Maduro, Cuba Sprofonda — L’Indro

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