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Bisogna investire per avere libertà d’informazione – lastampa.it/torino

foto – Il panel. Da sinistra Mark Thompson, Robert L. Allbritton, Louis Dreyfus, Gary Liu e la conduttrice Zanny Minton Beddoes

lastampa.it/torino – Bisogna investire per avere libertà d’informazione. Gli editori: impossibile dividere giornalismo e interessi economici

giuseppe bottero
torino  – Se per essere liberi ci vogliono i bilanci in ordine, allora la domanda, per gli uomini dei conti e delle strategie, è sostanzialmente una: come far fruttare economicamente l’enorme quantità di contenuti che ogni giorno viaggia tra le pagine e le piattaforme digitali dei giornali?
Mark Thompson, amministratore delegato del New York Times, ha pochissimi dubbi: la soluzione per crescere è puntare sugli abbonamenti, immaginando un futuro in cui le entrate derivanti dalla carta – anche se non è scontato – potrebbero scomparire.«Abbiamo tre milioni di abbonati, tra il quotidiano e il digitale. Vogliamo arrivare a quota dieci milioni. Un obiettivo possibile» dice, incalzato da Zanny Minton Beddoes, direttrice dell’Economist.

Dieci anni fa parlare di contenuti digitali a pagamento sembrava un’utopia, oggi, spiega il numero uno del quotidiano, lo scenario è cambiato totalmente. Lo spazio c’è, ma bisogna conquistarlo, andando a caccia di lettori internazionali, affamati di qualità.

Lui può farlo partendo da una base solidissima: 150 milioni di visitatori mensili, moltissimi dei quali fuori dagli Stati Uniti.

«Ci rivolgiamo a persone che hanno una buona conoscenza dell’inglese e una laurea».

Un bacino immenso, da convincere con la forza della qualità e investimenti decisi sull’innovazione. «C’è una certa idiozia nel dividere giornalismo e interessi economici. Abbiamo cercato di arrivare a un’unica strategia: buon giornalismo, design a misura di utente», sorride.

È una convinzione globale. Alzare il livello per convincere il pubblico a spendere, infatti, è la chiave per svilupparsi anche in Europa, dice Louis Dreyfus, numero uno di Le Monde, studi alla Business School di Londra, che ha rilanciato il gruppo francese.

«Per noi la carta stampata vale circa l’80% dei ricavi, il digitale in questo momento il 20%».

Ma alzare steccati non è la strada giusta. «Siamo produttori di contenuti, tutti gli investimenti puntano a migliorarne il livello, l’esclusività e l’affidabilità».

Il suo gruppo ha chiuso il 2016 con un giro d’affari di 325 milioni di euro, s’è permesso il lusso di assumere quindici nuovi giornalisti convinto che, in un momento come questo, investire sull’innovazione «sia indispensabile». Dreyfus, che negli ultimi due anni ha puntato anche sul mercato africano, non chiude però la porta alla pubblicità.

«Non la contrapporrei agli abbonamenti, visto che negli ultimi due anni le inserzioni sono aumentate e non penso che la carta sparirà almeno per i prossimi quindici, venti anni».

Certo, per attirare lettori e convincerli a pagare, oltre a una dotazione finanziaria solida, serve parecchio altro. E lo dice chiaramente Gary Liu, numero uno di quello che, prima di abbracciare il digitale, era sostanzialmente un giornale locale: il South China Morning Post.

«Abbiamo deciso di eliminare il paywall: prima il nostro sito veniva letto solo nei dintorni di Hong Kong, nessuno era disposto a pagare».

Risultato? «Il traffico internazionale è aumentato». Ma la linea, quella, non è mutata. Chi non difende il marchio perde, spiega Liu: «Le nuove generazioni di consumatori ottengono notizie da canali che non sono i nostri.

I dati ci mostrano che il 50% delle persone che ricevono notizie dai social media non fanno attenzione ai brand. È un problema dei millennials».

Già, in una discussione sul modello di business, Facebook e gli altri social network, ma soprattutto Google, sono i convintati di pietra. Non i nemici, ma interlocutori con cui dialogare senza lasciarsi piegare. «Dicono di volerci aiutare, dobbiamo crederci» dice Thompson.

Ma muovendosi in un arco temporale stretto: massimo sei mesi, per tentare di trovare un accordo. Perché far sentire i lettori parte di una comunità non può essere un ambito in cui lasciare campo libero ai cosiddetti «over the top».

Chi s’è mosso, e con risultati eccellenti, anche se con numeri decisamente più piccoli, è The Politico, fondato e guidato da Robert Allbritton, uno capace di trasformare un prodotto di nicchia – il mondo che ruotava attorno alla politica statunitense – in un fenomeno globale, con una redazione a Bruxelles.

«Abbiamo una idea chiara di chi è il nostro pubblico: decisori politici, addetti ai lavori. Se diecimila persone leggono il nostro prodotto siamo soddisfatti».

Per lui è chiaro scegliere da che parte stare: «Vendiamo informazione a tempo reale a professionisti.

La pubblicità conta meno». E, dal suo punto di vista, contano meno anche i dibattiti sul cosiddetto native advertising, i contenuti sponsorizzati.

«Funziona solo se di altissima qualità» mette i paletti Thompson, che scommette sui «marketing services» come strumento per espandere la «membership», la comunità. La si costruisce assieme, da una parte e dall’altra delle strutture editoriali: giornalisti, manager, esperti di marketing. Lo dice, per tutti, Zanny Minton Beddoes.

«L’indipendenza dei giornali è estremamente importante, ma entrambi i lati del business devono lavorare assieme».

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Sorgente: Bisogna investire per avere libertà d’informazione – La Stampa

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