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Ayatollah Mike

Il soprannome affibbiato a Michael D’Andrea esprime chiaramente le intenzioni dell’amministrazione Trump sull’Iran: l’ex agente CIA, per anni a lavoro sotto copertura in medio oriente ed architetto della strategia dei droni in Pakistan, adesso sarà chiamato a dirigere l’ufficio d’intelligence che coordina i dossier sull’Iran

L’Ayatollah Mike, The Dark Prince, the Undertaker. Questi i soprannomi associati a Michael D’Andrea, recentemente nominato a capo delle operazioni d’intelligence verso l’Iran. Una nomina di accuratezza chirurgica, eloquente sulle prospettive della politica estera americana futura, che sempre più chiaramente rende manifesta la volontà di proseguire la sua linea ostile verso Teheran.

Il nome di battesimo di Michael D’Andrea dice poco al grande pubblico e con una certa ragione vista la natura dei suoi incarichi precedenti: dal 1979 è membro sotto copertura della CIA, noto con il nome di “Roger” fino alla pubblicizzazione della sua vera identità da parte di un giornalista nell’aprile del 2015. Della sua vita si sa ancora meno e perfino la sua età non è certa. Nato in Virginia da una famiglia che contava già almeno due decenni di collaborazione con la CIA, entra nell’agenzia nel 1979 e inizia il suo servizio in Africa, per poi essere spostato in Medio Oriente con ruoli di primo piano al Cairo e a  Baghdad. Perfino la sua età risulta sconosciuta, stimata tra i cinquanta e i sessant’anni, mentre è noto il suo matrimonio con una donna musulmana che è la ragione della conversione di D’Andrea all’Islam: elemento ironico in un quadro che lo vede posare come alfiere dell’antiterrorismo di matrice islamica.

I suoi soprannomi aiutano nell’inquadramento di un personaggio attorno a cui aleggia una discreta oscurità; maturati nel corso del suo lungo servizio nella CIA, rappresentano i distintivi dei successi di D’Andrea in ambito d’intelligence in molteplici operazioni, che secondo il New York Times lo rendono “l’uomo in tutta la CIA con la maggiore responsabilità nell’indebolimento di Al Qaeda“.Leader della campagna per la ricerca e la cattura di Osama Bin Laden, architetto di punta di quella di drones striking in Pakistan e in Yemen, è stato per nove anni a capo del Counter Terrorism Center dell’Agenzia americana, uno dei dipartimenti più rischiosi, importanti e difficili da gestire nell’ambito della sicurezza a stelle e strisce, subentrando nel 2006 a Robert Grenier. Nel 2015, lascia il CTC per il coinvolgimento in un caso di tortura durante interrogatori condotti dalla CIA nell’ambito del programma di detenzione successivo ai fatti dell’11 settembre e resi pubblici in un report del Senato americano nel 2014. A pesare sulla fine della sua esperienza a capo del centro, anche le conseguenze dell’attacco suicida di Khost, in Afghanistan, del 30 dicembre 2009, in cui il medico giordano Humam Balawi si fece esplodere in un meeting in una stazione della CIA, uccidendo diversi agenti.

L’attentato di Khost del 2009, in cui morirono diversi agenti CIA: è l’episodio chiave per la carriera dell’Ayatollah Mike, costretto a dimettersi dalla sezione anti terrorismo dello spionaggio americano

 I pochi commenti che esistono di lui ricostruiscono l’immagine di un uomo burbero, vestito di scuro, temuto e rispettato dai suoi più stretti collaboratori, con una fama di “cacciatore di terroristi” che ha ispirato il personaggio di The Wolf nel film Zero Dark Thirty, diretto da Kathryn Bigelow. Di Michael D’Andrea si sa poco, ma quello che si sa è sufficiente a tirare le somme sulle ragioni per cui la sua nomina rappresenta più di una semplice assegnazione di un posto vacante. Sebbene non esistano dichiarazioni pubbliche di D’Andrea sulle sue posizioni rispetto all’Iran, il suo cursus honorum fa capire che l’ispirazione dietro la sua nomina è quella della scelta di un osso duro a servizio di una linea dura: l’unica che gli Stati Uniti di Donald Trump sembrano di voler riservare a Teheran.

L'agente in un momento di preghiera.

L’agente in un momento di preghiera.

L’esperienza di D’Andrea nell’antiterrorismo, soprattutto in quello di matrice islamica, tradisce anche le convinzioni dell’amministrazione statunitense e l’idea che ha dell’Iran: quella di uno stato terrorista per eccellenza, covo di fondamentalismo sciita pronto a seminare il terrore. Il lavoro che attende D’Andrea non sarà facile: si presta a molte difficoltà legate innanzitutto all’assenza di strutture americane sul territorio iraniano; dal 1979, gli Stati Uniti non hanno infatti un’ambasciata nel paese, che se presente avrebbe potuto rappresentare una sponda importante a livello non solo logistico ma anche di copertura. In secondo luogo, lo stesso Iran ha alle spalle decenni di esperienza nelle operazioni di intelligence anti-statunitense: dall’interruzione dei rapporti diplomatici con gli Stati Uniti, i servizi segreti iraniani hanno deviato svariati tentativi di spionaggio perpetrati dall’intelligence americana ai danni di Teheran.

Le difficoltà si collocano in un solco anche inevitabilmente politico: la propensione al dialogo mostrata dall’Iran potrebbe rendere più complicato per gli Stati Uniti il raggiungimento dei suoi scopi e la conduzione di una lotta realmente senza quartiere al terrorismo imputato all’Iran; un terrorismo che peraltro non è definito e identificato chiaramente nella strategia americana, forse volutamente vaga sugli obiettivi del suo antagonismo. L’Iran resta infatti interessato ad arginare la minaccia costituita dallo Stato Islamico, ma aggiunge a questa preoccupazione anche quella del consolidamento dell’asse americano, israeliano e saudita ai suoi danni, che rende difficile ipotizzare un rallentamento delle attività di intelligence da parte di Teheran.

La presa dell’ambasciata USA a Teheran nel 1979, poco dopo la rivoluzione islamica di Khomeini: da quell’episodio, gli Stati Uniti non hanno più avuto propri centri rappresentativi in Iran

La storia diplomatica difficile che ha caratterizzato i rapporti tra Iran e Stati Uniti dalla rivoluzione khomeinista in poi, dopo la breve parentesi di distensione rappresentata dal tentativo dell’amministrazione Obama, torna oggi sulla scena come tratto saliente delle nuove relazioni tra i due paesi nell’era Trump: Ayatollah Mike è l’interprete migliore per la sceneggiatura della politica estera americana in via di configurazione. Sempre più nettamente si rintraccia il chiaro intento anti-iraniano delle azioni e delle costruzioni d’immagine americane, e la stessa nomina di D’Andrea rientra nel binario dei segnali, anche piuttosto diretti, che la Casa Bianca continua ad inviare a Teheran per comunicarle che i tempi del dialogo e le possibilità di una convergenza sono finiti.

Sorgente: Ayatollah Mike | L’ intellettuale dissidente

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