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Amministrative, la sberla per il Pd non è una sorpresa – Wired

Da ormai un anno e mezzo i dem non parlano del Paese ma di referendum e congresso: gli elettori sono tornati a guardare a destra. Tuttavia i 111 ballottaggi sono poca cosa: il banco di prova è quello del 2018 – di Simone Cosimi

I comuni al ballottaggio erano 111. L’1,39% del totale, che fa 7.982. Quindi va bene trarne conclusioni nazionali ma senza esagerare. Per non essere ridicoli. Sul primo fronte c’è anzitutto il tema dell’immigrazione che si fa sentire sui territori così come quello del lavoro che continua a mancare o a proporsi di scarsa qualità: sono ambiti su cui i sindaci possono oggettivamente poco e ai quali però gli elettori reagiscono in tutte le sedi, a partire dal voto per il municipio.

Tuttavia, così come il Movimento 5 Stelle non era morto dopo il primo turno, anche la batosta del Pd di Matteo Renzi va analizzata con attenzione.

Certo è la terza sberla dopo le amministrative del 2016 e il referendum. D’altronde è pur vero che, dopo un anno di campagna elettorale proprio sul referendum dello scorso dicembre e, a seguire, sei mesi di chiacchiere incomprensibili sul congresso, è un miracolo che il Pd non abbia perso ovunque e che il saldo di questi ballottaggi nei comuni superiori ai 15mila abitanti sia comunque di 67 a 59 per il centrosinistra. 

Certo non sono tutte uguali, quelle città. Bruciano Genova, La Spezia, L’Aquila, Asti, Lodi, Monza, Como, Rieti sul filo, Pistoia, Gorizia, Sesto San Giovanni, la Stalingrado d’Italia.

I casi di Verona, Parma e Trapani hanno invece storie a se stanti. “Poteva andare meglio” ha scritto il segretario dem su Facebook. Forse poteva andare pure peggio senza Lecce, Taranto, Lucca, la tenuta in Campania.

Da almeno un anno e mezzo, infatti, il Pd non parla più dei temi che contano. Ha scatenato un’offensiva a 360 gradi contro il Movimento 5 Stelle forse sensata, vista l’attenzione che i grillini dedicano alle vicende dei dem, ma controproducente.

Perché si è mangiata la poca lucidità rimasta in campo dopo il terremoto del 4 dicembre: quando il Pd è tornato a battere sulle faccende concrete – vedi le magliette gialle a Roma o le visite private, ma con tg al seguito, nei luoghi del sisma – la scelta è apparsa quasi una blanda distrazione dai temi del risiko politico.

Prima le divisioni interne con la scissione e, ormai da settimane, il futuro assetto della coalizione per le politiche del 2018. Confronti importanti ma fuori dal mondo dal punto di vista dei cittadini.

Così la partita del voto locale non è stata praticamente giocata: con i risultati dello scorso anno diventa per forza di cose qualcosa di più grave che un dato locale. È l’Italia dello strapaese che, svanita la prospettiva renziana, riprende a votare a destra. O forse non aveva mai smesso: aveva solo alzato lo sguardo per qualche mese, giusto il tempo di capire dove andasse a sbattere l’ex sindaco di Firenze.

Le politiche del prossimo anno saranno il vero e unico banco di prova per la tenuta di un partito che continua a proporsi come maggioritario ma avrà bisogno di allargare l’area di riferimento (come e con chi, si vedrà) e per un Movimento che adesso si bea di otto piccoli comuni per un totale di 45 amministratori sui famosi 7.982 comuni, e che dunque è meramente di opinione, ma che punta a palazzo Chigi. P

Infine il centrodestra. Che “funzioni quand’è unito” è un ritornello poco sorprendente: che l’Italia sia nel suo spirito profondo un Paese conservatore era vero prima e lo è forse ancora di più oggi che molte forze populiste soffiano in quella direzione (sarà interessante vedere i flussi di voto del Movimento 5 Stelle, in fondo anche l’astensione è un modo di lasciare il campo alle destre).

Il problema di Berlusconi, Salvini e Meloni è che sono condannati a stare insieme perché il conservatorismo ha mille sfumature e nessuno di loro ha i numeri del Pd o del Movimento 5 Stelle. Nonostante il cappotto d’inizio estate.

Sorgente: Amministrative, la sberla per il Pd non è una sorpresa – Wired

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