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26 GIUGNO GIORNATA DEDICATA ALLE VITTIME DELLA TORTURA

«Si è inventato tutto». «Non ci sono prove». «E’ una invenzione dei soliti sovversivi». «E’ una invenzione degli ebrei». «E’ una invenzione dei giornalisti». «E’ matto». «E’ un terrorista». «E’ una prostituta». «E’ un violento». «E’ un drogato». «E’ un soggetto pericoloso». «Non è la prima volta che è finito in galera». «E’ caduto dal letto». «E’ scivolato sul pavimento». «Si è fatto male da solo». «Le costole se le era rotte anni fa». «Non credetegli, è un criminale». «Non credetegli, è un pedofilo». «Non credetegli, è un comunista». «Stava già male». «E’ una persona malata». «Ha opposto resistenza». «E’ andato in escandescenze». «Bisognava contenerlo».
Alla vittima delle torture si cerca di togliere lo status di vittima.

Le Nazioni Unite hanno previsto che vi sia una «Giornata dedicata alle vittime della tortura», il 26 giugno di ogni anno. Lo hanno fatto nella consapevolezza che alla vittima della tortura è spesso negata la propria condizione di vittima nei processi giudiziari da parte degli Stati. Non resta pertanto che dedicare loro una giornata per tenere salda la memoria

Accadde nel 2010 che i media (italiani) resero pubblica una conversazione telefonica intercettata fra il comandante di reparto e un poliziotto del carcere di Teramo. «Il detenuto va picchiato sotto, non in sezione». L’audio era chiaro. Il pestaggio a cui si faceva cenno era avvenuto davanti a un unico testimone, un detenuto nigeriano, Uzoma Emeke, morto di tumore al cervello poco tempo dopo che furono resi pubblici i fatti. La testimonianza della persona pestata a nulla è valsa rispetto a quella dei poliziotti, coesi nello spirito di corpo. Neanche l’intercettazione è stata sufficiente perché si giungesse al rinvio a giudizio.

L’indignazione ha una grande forza moltiplicatrice. Nel momento in cui i media registreranno l’ondata travolgente dell’indignazione offriranno spazio pubblico agli human rights defenders e alle loro storie. Ciò avverrà quando i difensori dei diritti umani saranno tolti dallo spazio pubblico giornalistico dei “buoni” e posti nello spazio degli indignati. In questo senso il racconto della singola storia di tortura può avere un impatto mediatico più forte rispetto alla proposizione di un ragionamento giuridico-filosofico complesso intorno alla sua illegalità o immoralità. L’indignazione di chi racconta questa storia potrà produrre una catena umana di centinaia di migliaia di indignati. Una catena che deve arrivare sino alla porta di casa dei torturatori e dei loro protettori politici.

fonte :wordpress.com

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