Pages Navigation Menu

il contenitore dell'informazione e della controinformazione

11 GIUGNO 1984 A PADOVA MUORE ENRICO BERLINGUER

(da “La  Repubblica” del 12 Giugno 1984)

“Lo porto via con me a Roma. Lo porto via, come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta”. Erano le 10,30 di ieri mattina. Sandro Pertini entrava in ospedale per la seconda volta in poche ore. Viso stravolto, occhi lucidi, il presidente della Repubblica si avviava con un passo fermo verso il letto di Berlinguer. La folla l’ aveva salutato con un lungo applauso, qualcuno lo aveva chiamato papà. Un lungo abbraccio a Pietro Ingrao in lacrime. Poi l’ ultimo saluto al suo amico Enrico, legato alla vita soltanto da un battito cardiaco sempre più debole. “Lo porto con me, lo porto con me”, continuava a ripetere a mezza voce. Mancavano poco più di due ore alla fine. E alle 12,45 era proprio finita. Dopo 86 ore di agonia, si era consumata la tragedia umana di Enrico Berlinguer. Sandro Pertini ha voluto esserne informato per primo. Ugo Pecchioli gli ha telefonato in prefettura, prima che il professor Francesco Valerio leggesse ai giornalisti l’ annuncio ufficiale della morte. Come un vecchio padre affettuoso, rassegnato ma molto forte, Sandro Pertini era arrivato ieri mattina alle 7,55 all’ ospedale per la sua ennesima visita al segretario comunista morente. Domenica sera era a Vicenza. Fra le 20 e le 22 lo avevano informato che le condizioni del malato stavano precipitando. Ieri mattina alle 7 aveva ordinato ai suoi accompagnatori di portarlo di nuovo a Padova. Non aveva neanche voluto passare dalla prefettura. “Presto, all’ ospedale”, aveva detto. Alle 7,55 era nella sala di rianimazione: tre minuti di silenzio attonito davanti al corpo di Enrico Berlinguer morente. Poi, mezz’ ora di colloquio con i dirigenti comunisti raccolti nella sala di attesa. Chiedeva notizie della moglie Letizia, che non era ancora tornata da Roma dove domenica sera aveva accompagnato i figli Marco e Laura. Mezz’ ora di colloquio intramezzato dal racconto di ricordi personali, di parole di stima e di amicizia per Berlinguer. Una maschera di dolore e di angoscia. Il fisico affaticato, come di chi ha passato una notte insonne. Alle 8,25, gli amici e i medici lo hanno convinto a raggiungere la prefettura. Lui se n’ è andato a malincuore, raccomandando a tutti di tenerlo informato. Dopo mezz’ ora il professor Valerio gli ha telefonato per annunciargli l’ inizio della fine: l’ encefalogramma di Enrico Berlinguer era ormai piatto. L’ arresto cardiaco poteva arrivare da un momento all’ altro. Pertini voleva tornare subito in ospedale. Il prefetto e gli altri amici sono riusciti a trattenerlo per un’ ora, poi hanno ceduto. Qualche attimo prima delle 10,30 il presidente era tornato in ospedale. La sua auto è stata accolta dall’ applauso di una folla stremata che gli chiedeva conforto. Una donna gli ha gridato: “Enrico ci manca”. Lui ha risposto: “Ci manca Enrico, ma non il suo esempio”. Poi, protetto dalle guardie del corpo, ha rifatto per l’ ultima volta quel 00136 percorso. Un piano di ascensore, poi l’ abbraccio con Pietro Ingrao. Poi Pertini ha lasciato la sala di rianimazione e ha raggiunto a passo svelto i familiari, raccolti nella saletta, cento metri più in là. Un abbraccio alla moglie Letizia e a Maria, la secondogenita. Dieci minuti dopo moglie e figlie hanno lasciato l’ ospedale per raggiungere l’ albergo. Per un’ ora e venti minuti il presidente s’ è chiuso con Giovanni, fratello di Enrico, e con gli altri tre figli, Bianca, Marco e Laura. Ha preso una copia dell’ “Unità” e una del “Corriere della Sera” e ha letto con loro gli articoli di Natalia Ginzburg e Carlo Bo. Ha detto: “Lui verrà con me, ma anche voi verrete con me sul mio aereo… no, sull’ aereo del presidente della Repubblica”. Ha raccontato più tardi Giovanni: “Pertini era molto emozionato, ma molto consapevole, affettuosissimo”. Ha detto Pecchioli ai giornalisti: “Un gesto nobilissimo, di un grande italiano che rende onore ad un altro grande italiano”. A mezzogiorno, Sandro Pertini ha lasciato l’ ospedale. Tornava in prefettura ad attendere la notizia ufficiale della morte. Nessuno ha avuto il coraggio di fargli domande. Ha attraversato il corridoio, poi s’ è fermato e ha salutato tutti: “Buongiorno”. Da quel momento s’ è chiuso in prefettura. Era sfinito. Dopo la telefonata di Pecchioli ha pianto. Alle 14 ha chiamato l’ obitorio per chiedere che la cassa non fosse sigillata: “Voglio vedere, per l’ ultima volta Enrico”. Tre ore di lunga attesa per i preparativi di rito, mentre attorno all’ obitorio si raccoglievano migliaia di persone incuranti dell’ acquazzone che da due ore si abbatteva sulla città. Alle 16,55, Sandro Pertini s’ è ricongiunto con i dirigenti comunisti e con la famiglia davanti alla bara di Enrico. C’ erano anche Ciriaco De Mita e il vescovo di Padova Filippo Franceschi. Alle 17,55 è cominciato il mesto viaggio alla volta di Roma. Quaranta macchine in corteo hanno preso la strada per Tessera, l’ aeroporto di Venezia, tra due ali interminabili di folla. Fiori, lacrime, pugni chiusi, applausi. Dietro, il carro funebre, l’ auto del presidente, la famiglia, Pietro Ingrao, Ugo Pecchioli, il fedele Tonino Tatò, i giornalisti dell’ “Unità”. Alle 19,40 l’ aereo ha preso il volo.

 

Sorgente: face book- contro la disinformazione

Spread the love
  •  
  •   
  •   
  •   
  •   
  •  
  •  
468 ad
< >

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *