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Il problema dell’Italia si chiama giustizia, ed è ora di dirselo, forte e chiaro – Linkiesta.it

linkiesta.it – Il problema dell’Italia si chiama giustizia, ed è ora di dirselo, forte e chiaro. Il caso babbo e figlio Renzi è solo l’ultimo episodio. In Italia la giustizia è spesso aleatoria, lenta, soggetta a pressioni e ambiguità.

L’altissimo tasso di corruzione italiano è dovuto anche al cattivo funzionamento della macchina giudiziaria 

Che ne dite? Proviamo pure noi a rispettare i valori occidentali a cui, secondo la Cassazione, dovrebbero conformarsi i migranti che accogliamo in Italia? Ad esempio, il valore della presunzione d’innocenza, della tutela dell’imputato, della separazione dei poteri.

Non lo diciamo per difendere Matteo Renzi e suo padre Tiziano dalla gogna mediatica cui sono stati – buoni ultimi – sottoposti con un’intercettazione penalmente irrilevante finita in prima pagina e sulle pagine di un libro prima di finire tra le mani dei loro avvocati, allo scopo di dimostrare chissà quale ingerenza sulle indagini in corso.

Cultura – Guardare 1993 e scoprire che siamo tutti imbroglioni
Non è stata la prima volta, né sarà l’ultima. Nella stessa giornata è toccato pure al consigliere comunale ed ex assessore del comune di Milano Franco D’Alfonso vedere il proprio nome associato a una inchiesta per mafia e corruzione – quella che riguarda i supermercati della Lidl – in cui non è coinvolto, ma che è servito a farci titoli e a fargli schizzare addosso un po’ di fango.

A suo tempo, è toccato a tutti. A Ilaria Capua, immunologa stimata in tutto il mondo, diventata “trafficante di virus” grazie alle intercettazioni finite in copertina sull’Espresso e costretta a dimettersi da parlamentare, nel silenzio assenso dell’aula di Montecitorio.

A Federica Guidi, finita nel tritacarne per le intercettazioni delle telefonate col compagno Gabriele Gemelli, nell’ambito del caso Tempa Rossa, lui indagato e poi prosciolto, lei no.

A Maurizio Lupi, anch’esso costretto alle dimissioni per intercettazioni uscite sui giornali nell’ambito di un’inchiesta in cui non era indagato, quella sull’ex dirigente del ministero dei trasporti Ercole Incalza, poi prosciolto pure lui.

Abbiamo citato solo i casi più recenti, senza menzionare le intercettazioni sul bunga bunga che hanno sputtanato la figura pubblica di Silvio Berlusconi (assolto pure in Cassazione) Vittorio Emanuele di Savoia (assolto e risarcito), Gigi Sabani, Valerio Merola e le ragazze di Vallettopoli (archiviati pure loro).

Abbiamo un Paese incapace di perseguire i reati, in cui la corruzione dilaga, ma siamo anche un Paese in cui siamo bacchettati da chiunque sulla tutela dei diritti primari degli imputati e dei detenuti in attesa di giudizio. Il paradosso è servito

Intendiamoci: in molti di questi casi non si trattava di intercettazioni già depositate e quindi pubblicabili, ma di brogliacci finiti nelle mani dei giornalisti quando dovevano rimanere secretate. È la stessa Corte Costituzionale a dirlo, quando parla di “un dilagante e preoccupante fenomeno di violazione della riservatezza, che deriva dalla incontrollata diffusione mediatica di dati e informazioni personali, … provenienti da attività di raccolta e intercettazione legalmente autorizzate…” (sentenza 173 del 2009)

Il motivo? Nel peggiore dei casi, creare un ambiente mediatico sfavorevole all’indagato, per sputtanarlo a dovere e costringerlo alle dimissioni, nell’impossibilità di arrivare a una condanna a causa di insufficienza di prove o di termini troppo brevi per non far scattare la prescrizione, anche a causa della lentezza patologica della giustizia italiana, cinquecento giorni per giungere a una sentenza di primo grado (in Germania ne servono solo duecento).

Il paradosso è servito: abbiamo un Paese incapace di perseguire i reati, in cui la corruzione dilaga – lo dice la Guardia di Finanza, non solo Transparency International -, in cui, lo dice la Banca Centrale Europea, se i nostri tribunali funzionassero come in Finlandia, l’accesso al credito sarebbe del 40% più semplice.

Ma siamo anche un Paese in cui siamo bacchettati da chiunque, da Amnesty International al Dipartimento di Stato Americano sulla tutela dei diritti primari degli imputati e dei detenuti in attesa di giudizio.

«La lentezza genera impunità. L’impunità genera i forcaioli», ci aveva detto Annalisa Chirico di Fino a Prova Contraria – Until proven guilty, associazione che si batte per far finire la “notte della giustizia” in Italia, che il 18 maggio prossimo dedicherà un’intera serata a questo tema, a Firenze, a un anno dalla scomparsa di Marco Pannella, l’unico leader politico ad aver sempre puntato l’indice su questo problema, anche in quel 1993 che oggi celebriamo in fiction e che allora ci vide tutti con le monetine in mano, a sostenere chi abusava delle manette e delle gogne mediatiche.

Forse è davvero ora di darsi una mossa. Senza aspettare la prossima gogna, sperando che riguardi qualcun altro.

Sorgente: Il problema dell’Italia si chiama giustizia, ed è ora di dirselo, forte e chiaro – Linkiesta.it

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