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Pressing Ue sull’Italia: «Vi serve una bad bank» – corriere.it/economia

foto – Daniele Nouy, presidente del Consiglio di vigilanza della Bce

corriere.it/economia – Pressing Ue sull’Italia: «Vi serve una bad bank»Il lavoro in Europa per accelerare le procedure fallimentari. I tempi lunghi per il Monte dei Paschi e le richieste di nuovi capitali privati per le banche venete  di Federico Fubini

Per qualche mese è stata meno intensa, ma la pressione dal resto d’Europa sull’Italia perché aggredisca i problemi del sistema bancario sta per tornare.

Con un suggerimento che emergerà nei prossimi giorni in forma vaga, per farsi poi sempre più esplicito nel corso del 2017: il governo potrebbe costituire una «bad bank» nazionale che, senza violare le regole europee, aiuti gli istituti a liberarsi dei loro crediti di cattiva qualità.

Nessuna istituzione europea – dalla Commissione, al Consiglio Ecofin dei ministri finanziari, alla Banca centrale, all’Autorità bancaria di Londra – può formalmente obbligare un Paese a lanciare un’operazione del genere. Il varo di una società che compri dalle banche i crediti più difficili, per gestirli e rivenderli, resta una prerogativa delle autorità nazionali.

Ma a Francoforte e a Bruxelles ci si prepara a mettere sotto pressione i Paesi dove i prestiti in default sono molto numerosi e il loro peso cala troppo lentamente; dunque, più di ogni altro, l’Italia.

Nei prossimi giorni, la Commissione Ue e l’Ecofin definiranno un primo testo di un centinaio di pagine dedicate problemi dei crediti inesigibili. Lo ha steso il Comitato di stabilità finanziaria, una costola del gruppo degli sherpa dell’Ecofin il cui presidente è il direttore italiano del Tesoro, Vincenzo La Via.

Quel rapporto descrive la situazione dei crediti cattivi in Europa, valuta ciò che si è fatto nei vari Paesi, e dà suggerimenti. Sarà solo un primo passo.

Secondo due persone coinvolte, partirà poi il lavoro per nuove «linee-guida» su un punto specifico toccato nel rapporto iniziale: come deve operare una «società di gestione degli attivi» che compri dalle banche (non a prezzi di svendita) i prestiti crediti in default che paralizzano i bilanci, e ne estragga quanto più valore possibile.

I due rapporti europei sottolineeranno che un’operazione del genere può funzionare solo se i sistemi giudiziari lavorano in tempi abbastanza rapidi. Le procedure fallimentari dei diversi Paesi saranno messe a confronto, i tempi di recupero delle garanzie presentate dai debitori insolventi anche.

Tutti sanno già che l’Italia ne uscirà agli ultimi posti, perché le riforme del 2016 per accelerare le procedure giudiziarie riguardano solo i casi futuri; non i 349 miliardi di prestiti cattivi che esistono già.

La scelta di stendere i due rapporti di Bruxelles riflette la convinzione, diffusa ormai ovunque in Europa, che l’Italia debba fare di più per disincagliare le banche.

Di qui il lavoro a Bruxelles su una «bad bank» di sistema. Del resto gli strumenti per spingere di fatto il governo a imboccare questa strada non mancano: si faranno sentire a scadenze regolari le raccomandazioni della Commissione Ue, a partire da quelle della prossima settimana; e svolgono un ruolo anche i negoziati sui salvataggi pubblici, ancora da autorizzare, per Monte dei Paschi, Popolare di Vicenza e Veneto Banca.

Il caso di Siena resta bloccato, più due mesi dopo il termine segnalato in origine per la fine dei negoziati. In questi giorni poi la Commissione Ue sembra aver alzato l’asticella anche per il via libera ai capitali pubblici nei due istituti veneti.

Secondo quanto scrive Reuters, la direzione generale Concorrenza nella Commissione di Bruxelles ora chiede che prima si trovino capitali privati per ripianare le vecchie perdite su credito delle due banche venete.

Solo dopo, a quanto pare, potrà essere autorizzato l’intervento pubblico per garantire il futuro di Vicenza e Veneto. Ma proprio una condizione del genere – oggi quasi impossibile da soddisfare – può finire per incoraggiare il governo sulla strada di una «bad bank» di sistema.

Del resto l’esigenza di una soluzione del genere è ben visibile nei dati del sistema bancario italiano. Aspettare che il problema si risolva da solo può far perdere altri anni di ripresa dato che, almeno per certi aspetti, esso resta da affrontare. È vero che nel 2016 per la prima volta si registra un calo da 360 a 349 miliardi dei crediti deteriorati, l’insieme delle esposizioni di qualità dubbia.

Ma il rapporto di Stabilità finanziaria della Banca d’Italia mette in luce come negli ultimi sei mesi del 2016 siano continuate a salire (di 1,5 miliardi) le sofferenze, cioè i casi in cui la banca si rivolge al tribunale per recuperare il proprio prestito.

Queste sono salite da 18,1% al 18,5% di tutti i prestiti estesi alle imprese. Preoccupano soprattutto le banche piccole, quelle fuori dal campo della vigilanza diretta della Banca centrale europea.

In proporzione esse hanno molti più crediti dubbi delle banche principali (il 19,4% del portafoglio prestiti, contro i 17,6% delle altre) e questi ultimi sono coperti da accantonamenti di patrimonio molto più bassi, specie nel caso delle sofferenze conclamate (il 5% al di sotto le banche grandi). Eppure non è mai stata lanciata un’operazione pubblica di revisione della qualità dei bilanci di queste banche minori.

E nel timore dell’incertezza, il mercato reagisce come fa sempre in questi casi: nega capitali freschi e deprime il prezzo di qualunque attivo sul quale manchi la piena trasparenza.

Sorgente: Corriere della Sera

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