Il muro di sabbia: la battaglia per la verità su Giulio Regeni – Repubblica.it

26 Maggio 2017 0 Di uboot96

repubblica.it – Il muro di sabbia: la battaglia per la verità su Giulio Regeni.

Il 25 gennaio del 2016 un giovane ricercatore italiano scompare al Cairo. Il suo corpo viene ritrovato nove giorni dopo. Comincia così il dramma di una famiglia e la lotta di un intero Paese per cercare di capire chi sono gli assassini, chi li ha coperti, chi ha depistato. Ecco la ricostruzione di come si sono svolti i fatti.

E, per la prima volta, i nomi degli alti ufficiali egiziani coinvolti nel delitto di Carlo Bonini e Giuliano Foschini – illustrazioni di Marta Signori

Il Cairo, 25 gennaio 2016. Pomeriggio.  Non era un giorno qualsiasi. Né poteva esserlo. Perché quel giorno, cinque anni prima, tutto era cominciato. Piazza Tahrir. La Rivoluzione. La caduta dell’immarcescibile Regime di Hosni Mubarak. Il sogno di una Primavera che si era trasformata nel suo contrario e aveva spalancato le porte al colpo di Stato militare del generale Abd Al Fattah Al Sisi.

A un nuovo inverno di violenza, sopraffazione, sparizioni, delazioni, per piegare ogni forma di dissenso.  Ahmed Abdallah, ingegnere informatico, professore universitario, attivista per i diritti umani e direttore della ong “Egyptian Commission for Rights and Freedoms”, non poteva immaginare che il suo destino stava per cambiare.

Esattamente come quello di un ragazzo italiano che avrebbe conosciuto solo da morto.

“Quel 25 decisi di non farmi trovare in casa. Erano in corso retate indiscriminate. Gli arrestati venivano trascinati direttamente di fronte a un tribunale speciale, la Corte Suprema della Sicurezza dello Stato.

La mattina, la caffetteria che frequentavo quotidianamente, era stata assaltata da uomini armati a bordo di un automobile senza targa. Erano arrivati prima di me, ringraziando Dio. Avevano chiesto se qualcuno mi avesse visto o sapesse dove fossi.

E se ne erano andati prima che arrivassi. Durante il giorno era stato imposto una sorta di coprifuoco. Il Regime aveva paura del popolo. Il popolo aveva paura della paranoia del Regime.

Quel giorno respiravamo paura”. Alle 19, sulla riva sinistra del Nilo, nell’appartamento all’ultimo dei quattro piani della palazzina di Dokki dove abitava da quattro mesi, Giulio Regeni digitò sul suo portatile una chiave di ricerca su Youtube.  “Coldplay. A Rush of blood to the head”. Aveva voglia di ascoltare quel brano che, anni prima, aveva consacrato la band nata a Londra.

Giulio si è laureato in Inghilterra prima a Leeds, poi a Cambridge per il Phd con la ricerca sui sindacati nell’Egitto dei Generali. Le 19. Aveva tempo. Il suo amico Gennaro Gervasio lo aspettava per le 20.30 in una caffetteria non lontana da piazza Tahrir.

Tre fermate di metropolitana. Insieme sarebbero andati a cena da un professore che entrambi conoscevano, Kashek Hassamein.  Partì il brano dei Coldplay.

Giulio non poteva sapere in cosa fosse precipitato. Né immaginare la profezia che era in quelle strofe. See me crumble and fall on my face Mi vedo sgretolare e cadere di faccia See it all disappear without a trace Vedo tutto scomparire senza lasciare una traccia Salutò il suo coinquilino, il giovane avvocato Mohamed El Sayed. E uscì di casa poco prima delle 20.  Per l’ultima volta.

Morgue

Il Cairo, 31 gennaio 2016. Pomeriggio. Il cellulare di Claudio Regeni vibrò. Era Maurizio Massari, ambasciatore italiano in Egitto.
I genitori di Giulio erano arrivati al Cairo il 30. E vivevano nell’appartamento che Giulio divideva con El Sayed e una tedesca, Juliane Schoki.

Paola e Claudio avevano lasciato Fiumicello in fretta e furia. Senza far parola con nessuno del perché fossero partiti per l’Egitto. Gli avevano consigliato di inventare una scusa. Ci aveva pensato Paola con gli amici: “Giulio non sta tanto bene. Una colica renale o un’appendicite.

Se c’è da operarlo, meglio a casa”. Aveva messo in valigia quello che riteneva potesse servire. “Dissi a Claudio: “Facciamo vedere che nostro figlio ha una famiglia. Una mamma, un papà. Che non è un ragazzo allo sbando. Quindi, portati la giacca. Io porto la collana””.

Aveva pensato anche al rossetto. Ma era rimasto in borsa. “Lo dimenticai, perché normalmente non lo uso. Volevamo fare bella impressione perché all’ambasciata facessero tutto quello che era nelle loro possibilità per ritrovare Giulio”.

Massari andò dritto al sodo. “Signori, con il ministro egiziano è andata male. Continua a dire che non sa niente di Giulio, quindi…”. “Quindi?”, chiesero. “Quindi abbiamo deciso di dare la notizia all’Ansa. Forse in questo modo la pressione della stampa internazionale potrà smuovere un po’ le cose. Ecco, avete cinque minuti per avvisare casa prima che la notizia esca”.

Paola chiamò allora Irene, la figlia più piccola, cinque anni meno di Giulio. Era rimasta a Fiumicello. “Le dissi: “Corri più veloce che puoi a casa e prendi tutto quello che ti serve. Poi, scappa, perché arriveranno i giornalisti”.

Alle 18 e 14 lampeggiò l’urgente dell’Ansa: +++ FARNESINA, SCOMPARSO UN 28ENNE ITALIANO AL CAIRO +++ “L’ambasciata italiana al Cairo e la Farnesina stanno seguendo “con la massima attenzione e preoccupazione” la vicenda di Giulio Regeni, studente italiano di 28 anni sparito “misteriosamente” la sera del 25 gennaio nel centro della capitale egiziana. Gentiloni – si legge in una nota della Farnesina – “ha avuto poco fa un colloquio telefonico con il suo omologo egiziano Sameh Shoukry, al quale ha richiesto con decisione il massimo impegno delle autorità del Cairo, già sensibilizzate dall’Ambasciata, per rintracciare il connazionale e per fornire ogni possibile informazione sulla sue condizioni. Ambasciata e Farnesina sono anche in stretto contatto con i genitori di Giulio”.

Il muro di sabbia: la battaglia per la verità su Giulio Regeni

L’appartamento a Dokki

2 febbraio 2016. Uffici del ministero dell’Interno. Il Cairo.
Il ministro dell’Interno, Magdy Abdul Ghaffar, aveva ascoltato l’ambasciatore Massari senza muovere un muscolo. A 64 anni, quanti ne aveva, quaranta dei quali trascorsi nei servizi di sicurezza, era l’altro uomo forte del Regime.

In silenziosa e ostinata opposizione ad Al Sisi. Se il Presidente poteva contare sulla struttura militare – forze armate e intelligence – Ghaffar controllava la “Stasi” del Medio Oriente, l’occhiuto, onnipresente servizio segreto interno: la National Security, così ribattezzata dopo la rivoluzione di piazza Tahrir in un maquillage che non ne aveva cambiato di una virgola le pratiche. Arresti illegali, torture, sparizioni.

Al Sisi non poteva liberarsi di Ghaffar. Ghaffar non poteva fare a meno di Al Sisi. Ma le strutture di spionaggio che facevano capo ai due erano in perenne e paranoica competizione.

Ghaffar conosceva bene Massari, diplomatico cresciuto professionalmente nella Mosca del crollo sovietico e tra Washington e i Balcani, e non gli era sfuggito il modo in cui quel pomeriggio aveva deciso di rompere l’etichetta, tradendo una certa insofferenza.

“Per incontrare Ghaffar c’era voluto molto tempo, almeno rispetto alla prassi – ricorda Massari – Non so dire per quanto rimasi seduto di fronte al ministro. Ma non fu una cosa breve. Al Cairo stava per arrivare il ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, con una delegazione di nostri imprenditori”. L’Eni aveva chiuso l’accordo per lo sfruttamento del giacimento di gas naturale di Zohr, una partita da 10 miliardi di euro.

Gli imprenditori – infrastrutture, edilizia, settore creditizio – che accompagnavano la Guidi guardavano al Cairo come una straordinaria opportunità. “Resi esplicito quale imbarazzo provocava al nostro paese la coincidenza tra quella visita e la circostanza che dal 25 gennaio non sapevamo più nulla del nostro Giulio Regeni. Che da otto giorni le autorità egiziane non ci avevano fornito una sola informazione. Non avevo interprete quel giorno. Parlavo in inglese.

E ricordo che continuai a ripetere a Ghaffar: “We want Giulio back, we want Giulio back”. Rivogliamo Giulio”.
Ghaffar aveva annuito.
Giulio era già stato ucciso.

Il muro di sabbia: la battaglia per la verità su Giulio Regeni

Il corpo straziato di Giulio viene fatto ritrovare il 3 febbraio, nove giorni dopo la sua sparizione, sul ciglio della Cairo-Alexandria desert road, oltre una barriera di cemento alta un metro. Accanto al cadavere viene trovata una coperta in uso agli apparati militari, dettagli che la polizia egizia ha tenuto nascosto.

3 febbraio 2016, casa di Giulio Regeni, Dokki. Il Cairo
Fuori era buio. Il cellulare di Claudio Regeni vibrò.
Era Maurizio Massari.

“Buonasera. Sono con il ministro Guidi. Stiamo venendo da voi”. Strano. Avrebbero dovuto vedersi il giorno successivo. Racconta Paolo: “Io e mio marito ci guardammo: “Perché un ministro viene fin qui se avevamo appuntamento per domani?””. “Due sono le cose: o vogliono farci una bella sorpresa e portarci Giulio, oppure le notizie sono cattive…”, rispose Claudio. “Andavo su e giù dalla finestra… Ero molto nervosa. Mi misi persino a spolverare nervosamente il soggiorno, per ingannare l’attesa… Al Cairo entra molta polvere in casa”.
Di nuovo il cellulare. Di nuovo Massari. “Disse che erano in ritardo di dieci minuti. Ma, stavolta, aggiunse che non portavano buone notizie. Al che, guardai Claudio e capimmo.

Dissi: è già finito tutto. La felicità della nostra famiglia è durata così poco. Pensai che non sarei mai diventata nonna dei figli di Giulio. Perché a Giulio piaceva l’idea di avere dei figli”. Suonò il citofono. Massari entrò nell’appartamento insieme con il ministro Guidi. Abbracciarono Paola. Abbracciarono Claudio.
“Avete cinque minuti di tempo per avvisare casa”.

3 febbraio 2016, uffici della direzione del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato, Cinecittà. Roma.
Il primo dirigente Vincenzo Nicolì sollevò il telefono al secondo squillo. Aveva fatto notte a discutere di droga. Sul display riconobbe il prefisso del Cairo. Doveva essere quel collega che in ambasciata seguiva le rotte e il traffico di migranti. “Ciao, dimmi”. I migranti non c’entravano.

“Fu una di quelle telefonate che un poliziotto non dimentica mai. L’ispettore mi informò che era stato trovato il corpo di quel ragazzo scomparso otto giorni prima”. La chiamata si sovrappose al cicalio della linea interna con l’ufficio del direttore del servizio, il Questore Renato Cortese. “Vincenzo, vedi che domani mattina devi andare in Procura. Ti aspetta il pm Sergio Colaiocco, il fascicolo sul ragazzo del Cairo è suo.

Vuole fare un gruppo di lavoro misto, con i Carabinieri. C’è da capire rapidamente cosa è successo”. Avrebbero lavorato con la sezione antieversione del Ros dei Carabinieri. La comandava un colonnello di cui, a ragion veduta, si diceva un gran bene, Massimiliano Macilenti.

Notte 3-4 febbraio 2016, Garden City, Cairo.
Ora o mai più. Se c’era una finestra utile per capire cosa fosse accaduto a Giulio, era quella notte. Maurizio Massari era rientrato in ambasciata da casa Regeni intorno alla mezzanotte, soltanto per riuscirne poco dopo.

Un’affidabile fonte egiziana – la stessa che lo aveva avvertito qualche ora prima del ritrovamento del corpo di Giulio e che, peraltro, lo aveva conosciuto bene da vivo – gli aveva anche fornito indicazioni sulla morgue in cui era stato trasferito. Voleva vederlo, prima che quel corpo potesse essere manomesso.
Troppe cose non tornavano.

E poi, come facevano gli egiziani a essere certi che quel ragazzo occidentale ritrovato per caso da un tassista con l’auto in panne, semi nascosto da un muro di sabbia, lungo la superstrada Il Cairo-Alessandria fosse proprio Giulio Regeni?
Attraversò la città deserta. E all’ingresso dell’obitorio convinse i piantoni a consentirgli l’accesso alle celle frigorifere. Ne aprirono una prima. Sbagliata.

Quindi, una seconda. “Non avevo mai visto nulla di simile. I segni di tortura erano evidenti. Sul volto, le braccia, le spalle, le gambe e, soprattutto, sul dorso. Non poteva essere opera di altri che non professionisti della tortura”. E chi in quel Paese era professionista della tortura?

Paola non poteva prendere sonno. “Con il telefonino andai sul sito di Repubblica. E lessi che Giulio, secondo le prime indiscrezioni raccolte in Egitto, era stato torturato. Sollevai lo sguardo dal telefono e avrei voluto scaraventarlo contro il cassettone che avevo di fronte. Avrei voluto urlare. E in effetti ho urlato. Piano”. Ricevette un primo messaggio di condoglianze da un’amica. Usava belle parole.

Le rispose di getto: “Grazie, ma Giulio non è soltanto morto. È stato torturato”. Poi, scorse la rubrica, e trovò il numero di Maha Abdelrahman. Era la tutor egiziana di Giulio a Cambridge. La docente che aveva concepito la sua ricerca e deciso il suo semestre al Cairo. “Nel mio inglese pasticciato le scrissi: “Ma non lo sapevi che era pericoloso mandarlo in Egitto?”.

4 febbraio 2016, Sala mortuaria dell’ospedale italiano. Il Cairo.
Riconoscimento. La legge lo chiama così. Non si può riconsegnare un corpo ai suoi cari se non ne confermano l’identità. Ma l’ambasciatore non voleva. Non lì almeno, aveva insistito: “Paola, Claudio, ho provveduto io. È meglio se ricordate vostro figlio com’era”. Claudio fece per annuire. Paola si impuntò.

A metà mattina erano nella sala mortuaria dell’ospedale italiano del Cairo dove il corpo di Giulio era stato trasferito. “Ci trovammo di fronte un sacco. Un sacco bianco. Come quello dei vestiti dell’Ikea. Era chiuso. Chiesi di vedere almeno i piedi, perché quelli di Giulio erano come i miei, quelli di mio padre e del nonno. Abbiamo tutti le stesse dita”. Massari scosse la testa: “Paola, meglio di no. Davvero”.

Fuori dalla sala c’erano anche due suore. Una delle due le si avvicinò: “Signora, lo sa che ha un figlio martire?”. La gomitata dell’altra la interruppe. “Forse pensava non sapessi”.
Ora toccava ai medici egiziani. Avrebbero effettuato l’autopsia del corpo di Giulio. Poi sarebbero potuti tornare a casa.

6 febbraio 2016, volo Egyptair Il Cairo-Roma.
Quando si viaggia a 13mila piedi di altezza non si pensa mai a quello che si è caricato in stiva. Il bagaglio si affida al check-in e lo si recupera al nastro. Giulio era in stiva. Una bara di legno chiaro, con i sigilli in cera lacca rossi. “Ci avevano assegnato due poltrone in economy. Finché non si avvicinò un’hostess, facendoci segno di spostarci in testa all’aereo, in business.

Ci avevano riconosciuto. Tutto l’equipaggio egiziano venne a salutarci”. Claudio ne rimase impressionato: “Piangevano tutti. Si scusarono. Fu un momento, come dire… forte. E loro furono… splendidi”. E poi erano con Giulio. Paola lo sentiva: “Avevamo la percezione fisica che sotto di noi c’era la bara di nostro figlio”. “Atterrati a Roma, attendemmo sotto l’aereo che… insomma… scaricassero Giulio. Sì, scaricassero. La parola giusta è questa”.

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Il muro di sabbia: la battaglia per la verità su Giulio Regeni

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Super8 Il muro di sabbia e la battaglia per la verità

Sorgente: Il muro di sabbia: la battaglia per la verità su Giulio Regeni – Repubblica.it

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