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Gino Bartali e il sellino truccato per salvare gli ebrei – CorriereFiorentino.it

corrierefiorentino.corriere.it – Gino Bartali e il sellino truccato per salvare gli ebrei. Il cardinale Dalla Costa lo chiamò una sera: era urgente, doveva diventare una staffetta. Oggi -ieri ndr – la tappa in Toscana dedicata a lui –  di Alfredo De Girolamo

Squillò il telefono. Il cardinale Elia Dalla Costa non fece tanti discorsi, perché il telefono era sotto controllo. La sua era una convocazione urgente. Era già sera in quella fine del 1943.

Gino Bartali montò in sella alla sua bicicletta e si precipitò in piazza San Giovanni, all’Arcivescovado. Firenze era allora terra desolata: Mussolini era tornato al potere in mezza penisola e l’Italia era divisa. (…)

Bartali suonò al portone. Gli aprì Giacomo Meneghello, segretario particolare di Dalla Costa che si affrettò ad accompagnarlo di sopraElia Dalla Costa era seduto nel suo ufficio e appena Bartali entrò dalla porta si alzò e andò a salutarlo.

Congedato Meneghello fece accomodare il campione della bicicletta e iniziò a raccontargli il perché di quella chiamata. Il mese di novembre del 1943 fu terribile per gli ebrei fiorentini.

Agli inizi del mese le SS e i fascisti arrestarono numerosi ebrei non italiani, e alla fine del mese ci fu una retata in grande stile, in cui i nazifascisti fecero irruzione anche in un palazzo della Curia, arrestando pure membri del Delasem, alcuni sacerdoti fedeli di Dalla Costa e il rabbino di Firenze Nathan Cassuto.

Quel giorno era arrivato da Assisi il frate francescano Rufino Nicacci. Nel breve tragitto dalla stazione ferroviaria di Santa Maria Novella a piazza del Duomo incrociò camion e moto di soldati armati.

Stavano scortando in strada famiglie intere di ebrei: i genitori venivano fatti salire su alcuni camion, i bambini venivano infilati a spintoni e col calcio dei fucili su altri camion.

Quei giovani che tentavano la fuga erano uccisi con una mitragliata alle spalle. Un’intera famiglia fu giustiziata sul posto, contro un muro, perché il babbo aveva una pistola. (…)

Ad Assisi il padre francescano aveva già organizzato, su ordine del vescovo della città, una rete solidale per produrre la contraffazione delle carte d’identità da affidare ai molti ebrei che si erano rifugiati nei conventi.

Padre Nicacci era venuto a Firenze perché sperava che gli ebrei profughi ad Assisi potessero muoversi verso Firenze e da lì cercare una via di fuga a sud, ma si era reso conto da solo che la situazione era peggiore di qualsiasi più negativa previsione.

Fu Dalla Costa che invertì la rotta. Chiese al francescano di cambiare direzione di marcia: se gli ebrei non era utile che si spostassero dall’Umbria verso la Toscana, si dovevano spostare i profughi dalla Toscana verso l’Umbria, da Firenze verso Assisi. (…)

Tuttavia adesso si poneva un problema, cioè come far arrivare clandestinamente le fotografie degli ebrei da Firenze e come riportare indietro i documenti d’identità falsi.

Ma questa era una questione che riguardava il cardinale fiorentino che, peraltro, aveva già un’idea su come risolverla. Così, adesso Gino era seduto davanti al cardinale Dalla Costa, suo padre spirituale.

Non aveva idea di cosa fosse in ballo per quella chiamata così improvvisa e urgente. Ma Gino era un buon fedele, e i due erano ottimi amici. L’argomento era semplice: a Firenze arrivavano tanti profughi ebrei, serviva cibo, un tetto e carte d’identità false. Gino poteva diventare una staffetta, un messaggero che trasportava documenti. Chi meglio di lui?

(…) Certo, così metteva in pericolo anche se stesso e la sua famiglia, perché se fosse stato scoperto dai nazifascisti, sarebbe stato difficile negare il proprio coinvolgimento. Ma chi avrebbe fermato Bartali, il campione, che si allenava per i prossimi giri e tour? Il compito prevedeva la massima segretezza e Gino accettò di far parte della rete dei falsari, tacendo con chiunque di questo suo incarico.

Addirittura usciva di casa senza spiegare niente a sua moglie e al figlioletto di pochi anni, Andrea. Dalla Costa si era raccomandato: meno persone sanno l’una dell’altra, meno cose verranno fuori se i nazisti o i fascisti fermano qualcuno dei messaggeri.

La prima volta Gino partì da casa di prima mattina, dicendo alla moglie che andava ad allenarsi per qualche giorno. Arrivò in centro a Firenze, nel luogo concordato con il cardinale Dalla Costa e un prete gli consegnò un fascio di fotografie. Gino le arrotolò strette strette e le infilò nel tubo posteriore della bici, dove poi rimise il manico del sellino, stringendo il bullone.

Ci furono molte altre «gite» o «allenamenti» di questo tipo nelle settimane successive. Ogni volta, in luoghi sempre diversi, si incontrava con qualcuno che gli consegnava un fascio di fotografie e ogni volta lui le riponeva nello stesso tubo della sua bicicletta.

Poi partiva verso sud-est, attraversando l’Arno e pedalando per quasi duecento chilometri fino ad Assisi. Gino conosceva la città di San Francesco. Aveva un appuntamento con padre Nicacci al convento di San Damiano, fuori dalle mura. Si presentò in canottiera e pantaloncini, nonostante la stagione fredda e disse subito al frate che in un quarto d’ora aveva fatto gli ultimi tredici chilometri, sostenendo di essere ancora in ottima forma atletica.

Entrarono in una stanza del convento e l’immagine poteva apparire desueta: un uomo col saio francescano e un ciclista con la bicicletta in spalla che entravano in una stanza privata e lontani da occhi indiscreti. Gino smontò la sella della bici e tirò fuori le fotografie. Il primo carico per la produzione di carte d’identità false era andato a buon fine.

Dal libro Gino Bartali e i Giusti toscani di Alfredo De Girolamo (Edizioni Ets)

foto A. Locchi

Sorgente: Gino Bartali e il sellino truccato per salvare gli ebrei – CorriereFiorentino.it

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