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facciamosinistra!: Jeremy Corbyn, il rivoluzionario gentile alla prova delle elezioni

Intervista a Domenico Cerabona di Simone Furzi
Il prossimo 8 giugno nel Regno Unito si terranno le prime elezioni parlamentari del dopo-Brexit, convocate in via eccezionale dal Primo Ministro conservatore Theresa May, a detta di molti, allo scopo di rafforzare la sua posizione in sede di trattative con l’UE. Il partito laburista, nonostante parta sfavorito, pare aver recuperato nuova linfa da quando alla sua guida siede il parlamentare ribelle di lungo corso Jeremy Corbyn, il quale, in aperta opposizione alla linea blairiana degli ultimi anni, pare deciso a riaffermare un programma nettamente caratterizzato da una ideologia socialista; per una “società più premurosa ed una politica più gentile”. Per conoscerne nel dettaglio la figura ed il pensiero politico, abbiamo deciso di intervistare Domenico Cerabona.
Esperto di politica britannica e direttore della Fondazione Amendola, è autore di “Brexit. Cosa cambierà dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea” (Castelvecchi, 2016) [1] e ha curato la traduzione dei discorsi di Jeremy Corbyn raccolti nel libro “La rivoluzione gentile” (Castelvecchi, 2016) [2].
La prima domanda si riferisce alla storia parlamentare ed alla posizione politica di Corbyn. Da quale mondo politico proviene, quale è stata la sua attività politica? E si possono ricondurre i suoi principi ed il suo programma ad un profilo social-democratico?
Jeremy Corbyn proviene dalla corrente che si potrebbe chiamare di Tony Benn, il grande leader della sinistra laburista che è sempre stato molto vicino ai sindacati, con un’impronta sicuramente più social-democratica; in sostanza dall’ala più radicale del Labour Party. Corbyn stesso viene dal mondo sindacale, era infatti dirigente sindacale della funzione pubblica, prima di essere eletto parlamentare nel 1983, nel collegio di Insligton North; è uno dei pochi leader laburisti a non provenire dunque dal polo di Oxbridge.
Al contempo viene anche dal mondo dei movimenti civili e pacifisti; ha aderito infatti a tutti i vari periodi di sommovimento della sinistra inglese: è da sempre un pacifista, si è battuto contro l’apartheid e sempre al fianco dei lavoratori, come ad esempio nel caso degli scioperi dei minatori degli anni 1984/1985. Anche nella fase del New Labour è sempre stato ai margini del mondo parlamentare, tanto è vero che è uno dei parlamentari che più volte “ha rotto la frusta”, cioè votato contro le indicazioni del gruppo.
Detto ciò, in riferimento al suo programma, molto frequentemente ne viene data, soprattutto dai media, un’immagine caricaturale, mentre in realtà non presenta posizioni così estreme; nel panorama europeo sarebbe appunto riconducibile nel solco di un normale social-democratico.
Ricollegandoci proprio al tema della descrizione mediatica, se da un lato i giornali conservatori lo dipingono in tinte catastrofiche e parodistiche, dall’altro quelli progressisti, e con loro alcune personalità del mondo della cultura, come Stephen Hawking, J. K. Rowling, o la celebre penna della sinistra inglese Owen Jones, paiono non lesinargli critiche in merito alla capacità di gestione del partito e di rapporto con l’elettorato. Se si escludono il Morning Star e forse il New Statesman, tutti sembrano porsi in termini più o meno ostili verso di lui: è davvero così?
Quella dei media è una questione delicata. Non a caso la London School of Economics, un’istituzione non certo marcatamente progressista, ha pubblicato uno studio [3] nel quale si evidenzia come sia difficile per Corbyn far passare un messaggio, senza che questo venga stravolto e reso in maniera caricaturale. Ad esempio la sua posizione di cauta opposizione al bombardamento in Siria, è rappresentata come di netto appoggio al terrorismo.
Per quanto riguarda invece le critiche dei giornali progressisti circa i suoi errori sulla gestione del partito, sono un po’ fondate, considerando però che in fondo per un parlamentare da sempre di opposizione non è stato certo facile trovarsi a gestire la leadership, in un momento così delicato per il Paese; è quindi caduto in parte nella tentazione di accerchiarsi di fedelissimi e barricarsi sulle sue posizioni. La sinistra laburista ha avuto il terrore, dopo aver finalmente conquistato la dirigenza del partito, di essere affossata in maniera esiziale da una tragedia elettorale. Nell’ultimo periodo però l’emergenza sembra rientrata ed anche lo stesso Owen Jones è tornato a sostenere con entusiasmo l’azione di Corbyn, anche perché non vi sono figure di leader capaci di sostituirlo, al momento.
In merito alle sue doti politiche, qual è allora la reale capacità di Corbyn di gestire il partito, organizzare il consenso all’interno dei sindacati e della società civile, penso ad esempio all’associazione Momentum, nata per sostenerlo e che conta già più di 22.000 iscritti, e di comunicare coi componenti dei vari strati sociali, compresi le elité intellettuali?
Corbyn è di fatto leader grazie all’appoggio dei sindacati, in primis i due più grandi UNITE e UNISON, coi quali ha un rapporto di dialogo e di collaborazione organico; infatti una delle questioni per le quali si batte più duramente è l’abrogazione delle norme restrittive del potere sindacale, approvate negli ultimi anni. Non a caso, ha tenuto il suo primo discorso da leader laburista, il 15/09/2015 a Brighton, alla conferenza generale dei sindacati inglesi (TUC).
Il rapporto è inoltre molto stretto col mondo dell’associazionismo civile, dal quale, come già detto, a sua volta proviene. La sua posizione di netta contrarietà alla guerra in Iraq, è ciò che ha permesso al Labour di non venir travolto dal Rapporto Chilcot, che invece ha condannato pesantemente l’operato di Tony Blair e lo ha reso tutt’oggi molto inviso agli occhi dell’opinione pubblica [4].
In merito al partito, vi sono senza dubbio una serie di partite aperte ancora da affrontare, la più importante delle quali è quella relativa alla Scozia, dove il crescere di Snp ha sottratto più di quaranta seggi al Labour scozzese, che mantiene oltretutto una forte indipendenza da quello inglese e con una dirigenza su posizioni senz’altro più moderate; elementi questi che non rendono certo facile una collaborazione.
Per quanto riguarda invece le elité intellettuali, da un lato la distanza con gruppi come la Fabian Society, culla della Terza via del New Labour, è evidente e sostanziale. Dall’altro molti esponenti della cultura della sinistra radicale, dopo aver accolto la candidatura di Corbyn come una ventata d’aria fresca, se ne erano un po’ distaccati, in seguito alla vicenda Brexit, accusandolo di non essersi impegnato con convinzione per la campagna del Remain; ultimamente però si sono fondamentalmente riavvicinati, anche in vista di una tornata elettorale che potrebbe consegnare in mano di Theresa May, un consenso, e dunque un potere, eccezionalmente ampi.
Riferendoci al tema della Brexit, una questione ad essa inerente è quella della politica estera, e di rimando, quella della Difesa. Quale è la posizione del leader laburista in riferimento ai conflitti del Medio-oriente, alle relazioni con le grandi potenze da un lato, e le esperienze bolivariane dell’America latina dall’altro? E qual è inoltre il suo rapporto con gli apparati di Difesa, che in alcuni casi, lo hanno criticato, in forma esplicita [5] od anonima [6]?
Partendo dal rapporto con la Difesa, di sicuro questo è uno degli aspetti nei quali è dovuto scendere maggiormente a compressi col partito. Infatti nel Manifesto [7] del programma elettorale, si specifica l’assenso ad un’attuazione del programma nucleare Trident e si annunciano piani per nuove assunzioni nel settore militare e della sicurezza, dei quali viene esplicitamente riconosciuta la grande importanza. Questa posizione, se da un lato serve a tranquillizzare circa la ragionevolezza delle sue posizioni in merito alla politica difensiva; dall’altro è indirizzata a tutelare i lavoratori, anche dell’indotto industriale.
Per quanto riguarda la politica estera, l’impegno più preciso presente nel Manifesto è il riconoscimento dello Stato Palestinese ed alla costruzione di una soluzione dei “due stati”. Per il resto c’è il richiamo a mantenere una posizione di pacifico e dialogante multilateralismo con tutti gli attori internazionali, ribadendo la necessità di limitare al minimo la soluzione militare e riaffermando il suo appoggio alle popolazioni vittime dei conflitti e quindi ai rifugiati. Forte è invece la critica ai rapporti intrattenuti soprattutto dai governi conservatori coi regimi mediorientali, come l’Arabia Saudita.
In riferimento ai governi bolivariani del Sud-America invece, Corbyn è sempre stato un sostenitore di Chavez ed ha infatti ricevuto delle critiche per i comunicati di cordoglio da lui espressi alla morte del presidente venezuelano e di Fidel Castro. Oltretutto è sposato con Laura Alvarez, una imprenditrice messicana [8] e segue da sempre le vicende dell’America Latina, tanto da aver subito anche delle minacce dalla dittatura argentina di Videla, per il suo attivismo circa la questione dei “desaparecidos”.
In ultimo, la posizione nei confronti delle due grandi potenze. Verso la Cina, sia lui che il suo Cancelliere Ombra dello Scacchiere John McDonnell, sono stati molti critici, in riferimento al dumping commerciale da essa presuntamente esercitato. Mentre circa gli U.S.A., come tutti i leader britannici, ritiene si necessiti un rapporto di collaborazione organico con l’alleato oltreoceano, ma si è espresso duramente contro Trump, arrivando a firmare una petizione per impedire alla May di ricevere il neo-eletto presidente statunitense in Parlamento.
Sui temi civili invece, qual è la posizione del leader laburista? Nello specifico in relazione al tema dei diritti LGBT, all’aborto ed all’eutanasia. E come si pone inoltre nei confronti dei diritti dei carcerati, quali critiche muove al sistema carcerario e quali idee e strumenti propone per riformarlo? Penso ad esempio, al modello della “giustizia riparativa” di origine nord-americana e nord-europea.
Per quanto riguarda tutti i temi dei diritti civili, ha una posizione nettamente progressista, all’interno di un paese comunque, come il Regno Unito, in generale molto più avanti e molto meno diviso su queste tematiche, rispetto a molti altri. E per quanto riguarda nello specifico il diritto di libera scelta sull’aborto, nel Manifesto Labour è previsto l’incremento dei fondi dedicati ai consultori, considerato che, anche in relazione alla piaga di abuso di alcool, il tema delle gravidanze indesiderate è molto sentito in Gran Bretagna.
In riferimento al settore carcerario invece, nel Manifesto vengono sottolineate in particolare due questioni: il problema del sovraffollamento e la necessità di riportare sotto controllo pubblico la gestione degli istituti detentivi. Sono conseguentemente previsti l’assunzione di tremila guardie carcerarie e lo sblocco degli stipendi dei dipendenti del settore. Ci si riferisce inoltre con precisione al fatto che il carcere debba essere adottato come soluzione di extrema ratio, a lato di un sistema che deve essere primariamente volto alla rieducazione; pur mancando il riferimento a specifici modelli concreti già adottati.
Un’altra questione trattata con attenzione è la cura delle persone con malattie mentali, che ha subito un forte decurtamento di fondi da parte soprattutto degli ultimi governi conservatori.
Vertente proprio sulla questione della gestione delle risorse pubbliche è allora il quesito circa il modello economico prospettato da Corbyn. Il leader laburista pare da un lato molto legato alla tutela dei lavori del modello industriale tradizionale; dall’altro, sembra aprirsi al mondo della nuova economia, tanto che lo stesso John McDonnell ha affermato di desiderare “un socialismo con l’i-pad” [9]. Dunque, che modello e quali proposte di stampo economico ci sono nel programma laburista, anche in riferimento alla tutela di alcuni nuove forme d’impiego, come lo pseudo-lavoro autonomo?
Il modello di Corbyn è senz’altro misto. In generale prevede il ritorno ad un maggiore intervento pubblico in economia, con le nazionalizzazioni di settori d’interesse generale, come quelli postale, dell’acqua, energetico e ferroviario, e con la creazione di una banca nazionale per gli investimenti, che veda lo Stato come finanziatore paziente per la ricerca e lo sviluppo; qui si vede nettamente la mano di Mariana Mazzucato, uno dei tre consiglieri economici scelti da Corbyn, insieme a Piketty e Stiglitz. All’interesse per i settori più tradizionali dell’industria, si accompagna quindi quello per le nuove tecnologie, anche attraverso il sostegno a piccole e medie imprese innovative, ed ad un piano di potenziamento e modernizzazione della rete internet. Nel suo modello dunque, l’economia keynesiana deve compenetrarsi con quella del terzo settore.
Per quanto riguarda il finto lavoro autonomo, c’è il preciso riferimento a norme che prevedano a carico del datore di lavoro l’assunzione dell’onere della prova nel dimostrare che il contratto di collaborazione stipulato non nasconda un rapporto di lavoro subordinato; in caso di truffa è inoltre previsto un rincaro delle sanzioni. È indicata poi la formazione di una speciale commissione mista tra sindacati, parlamentari ed esperti accademici, che si occupi di monitorare l’evoluzione del mondo del lavoro e di promuovere strumenti di tutela per le nuove categorie sorgenti.
In ragione di tutto ciò che abbiamo analizzato: programma, posizione politica, capacità organizzative e comunicative di Corbyn; ed in considerazione della situazione politico-sociale presente nel Regno Unito, anche alla luce degli ultimi risultati elettorali amministrativi, di certo non entusiasmanti: a quali risultati può aspirare il Labour Party alle prossime elezioni? E quali conseguenze vi sarebbero sulla nuova dirigenza, in caso di una fragorosa sconfitta?
Lo scenario migliore per Il Labour, vista la situazione, non è certo una vittoria, ma probabilmente un “hung parliament”, nel quale il Partito Conservatore, non avrà la maggioranza assoluta per governare da solo e che preveda quindi la formazione di alcune alleanze. Il Partito Laburista dovrebbe probabilmente attestarsi su una percentuale del 33-35%, in leggero aumento dunque rispetto agli ultimi risultati; mentre il Partito Conservatore potrebbe sforare ampiamente la soglia del 40%, avendo anche fagocitato lo UKIP di Farage, passato dal 12% al 3%. Il piano di Corbyn è stato quindi quello di fare un programma radicalmente di sinistra, atto a raccogliere e consolidare lo zoccolo duro dell’elettorato laburista, nella speranza di non subire una dura sconfitta e pensando poi ad un allargamento dei consensi, laddove i Tories falliscano le trattative con l’UE per la Brexit.
Se, come pare plausibile, i risultati elettorali saranno quelli prospettati, la leadership di Corbyn sarà difficilmente attaccabile, ma anche se si arrivasse ad una sua sostituzione, al suo posto si posizionerebbe comunque un esponente della sinistra radicale, come Clive Lewis, Emily Throrberry e Rebecca Long-Bailey, sostenitori della prima ora di Corbyn. Solamente nel caso di un risultato eccezionalmente buono in sede elettorale dei Liberal Democratici, fortemente schierati per il Remain e decisi a proporre un contro referendum, allora si potrebbe optare per la scelta di un leader più moderato come l’attuale Ministro Ombra per la Brexit Keir Starmer. Questa è però un’ipotesi difficile a realizzarsi, vista la poca forza dei LibDem, e si prospetta come più probabile invece un buon risultato del Snp, col quale vi è inoltre una maggiore vicinanza politica, in ottica dell’organizzazione di un’alleanza parlamentare.
In ogni caso, prima di ragionare su queste soluzioni, sarà necessario attendere le consultazioni elettorali, le quali, come già visto col referendum, potrebbero anche riservare delle interessanti sorprese.

Sorgente: facciamosinistra!: Jeremy Corbyn, il rivoluzionario gentile alla prova delle elezioni

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