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Emily Dickinson – «Sarei forse più sola, senza la mia solitudine»

artspecialday.com – Emily Dickinson – «Sarei forse più sola, senza la mia solitudine»

Emily Dickinson nacque il 10 dicembre del 1830 ad Amherst, in Massachusetts. Era la seconda figlia dello stimato avvocato Edward Dickinson, che diventò persino un deputato al Congresso.

Il nonno, Samuel Fowler Dickinson, era uno dei fondatori dell’Amherst College: i Dickinson erano molto conosciuti proprio per il loro sostegno alle istituzioni scolastiche locali.

Paradossalmente, il percorso di studi di Emily fu tutt’altro che regolare e, in gran parte, fu il frutto di studi autodidattici.

È durante e scuole superiori che decide di abbandonare il College femminile, anche per evitare di confessare la sua fede cristiana.

Lontana dalla scuola, circondata da sporadiche amicizie, Emily ha solo ventitré anni quando decide di allontanarsi dal mondo, di vivere nella totale solitudine, di rinchiudersi in quella torre di avorio tanto cara a certi poeti.

Ancora oggi si discute su quali furono i veri motivi che la spinsero a questo esilio auto-imposto, a queste fuga dal mondo senza mai più ritorno. Vissuta in una famiglia colta e di larghe vedute, Emily forse accusò la mancanza di quel padre così impegnato a fare l’uomo di legge. O forse subì la fragilità della madre, alimentata e sospinta dalla mancanza di una figura maschile.

Si è parlato anche di qualche probabile malattia, mentale o fisica, che portò la giovane ragazza ad allontanarsi da ogni essere vivente, anche se non è una teoria accreditata da grandi prove.

Qui, nel fiore dell’età, una giovane donna statunitense rimane a riflettere, sospirare e indagare sui grandi dubbi di ogni essere umano. La morte è sicuramente un tema ricorrente nei suoi scritti, impreziositi di metafore, di fiori, di natura.

Lei, la piccola donzella, prigioniera di sé stessa, riversa su qualsiasi foglietto di carta quell’amore viscerale per la natura, per  i piccoli animali, per i fiori, per i fiocchi di neve.

Con la leggerezza in un silenzioso osservatore appunta su carta quello che vede dalla sua piccola finestrella sul mondo, descrivendo in piccoli giardini poetici ogni sfaccettatura di quel mondo da cui si è volontariamente distaccata, nel fisico. Ma mai, davvero mai, nell’animo.

Tra mito e religiosità gli anni di Emily scorrono, nell’inesorabile divenire che è la vita, accompagnata dalle lettere dei pochi personaggi che la accompagnano nel cammino su questa terra. Le lettere sono il suo unico legame con il mondo e in esse, non a caso, allega e scrive le sue poesie.

Emily Dickinson
Un esempio di come E. Dickinson scrivesse su ogni pezzo di carta lei disponibile

Pochi gli uomini della vita di questa poetessa, nessuna relazione. Emily Dickinson descrive l’amore con una leggiadria e una maestria di chi ha sempre avuto a che fare con sentimenti e contraddizioni dell’umano spirito. Amore e morte, Eros e Thanatos, sono i due poli che la poetessa intreccia e avvolge così bene da non destare mai il sospetto di non essere affatto avvezza alle faccende di cuore.

Emily Dickinson era capace di cogliere, nel giro di pochissime parole, nell’attimo di un respiro, l’affanno divertito di due ragazzini innamorati e d’altro canto lo struggente sospiro di chi, per un motivo o per l’altro, ha perso la propria anima gemella.

La morte e l’amore si sfiorano, giocano a scacchi con il cuore degli uomini, si sfiorano appena le mani in questa folle danza e si riversano nelle poesie, nei piccoli foglietti di carta, nel silenzio di una vita in gabbia.

Pare che Emily Dickinson si innamorò di Charles Wadsworth, uomo sposato e per lei impossibile da raggiungere. C’è poi un amore che, per i critici, è identificabile con la figura di Samuel Bowles, direttore direttore dello Springfield Daily Republican, che pubblicherà alcuni scritti della donna. La casa dei genitori rimane il fulcro della vita culturale della sua cittadina, diventando un florido fiume da cui attingere per le proprie ispirazioni poetiche.

È il 1860, e Emily scrive di questo amore che la critica volle vedere in Bowles. Ovviamente amore non contraccambiato, destinato a non iniziare e a non finire. Nel mentre si scrive con Thomas W. Higginson, a cui chiede un giudizio su quelle poesie scritte e conservate gelosamente. Higginson non ha dubbi: sono poesie grandiose, bellissime, destinate ad un futuro di gloria e fama,

Ma non a metà Ottocento, non da una donna. Non è il momento e il luogo: nessuno capirebbe la lirica appassionata e non convenzionale della Dickinson. La invita a non pubblicare, quindi, i pezzi.

Negli anni Settanta la sua vita va in frantumi. Prima muore il padre, poi Bowles, mentre la madre si ammala gravemente. È il 1879 quanto Otis Lord colma il vuoto lasciato da Bowles e nuovamente gli storici non sanno decidersi su quale relazione abbiamo davvero Emily e Lord, anziano giudice amico del padre. Muoiono poi la madre, il nipotino e lo stesso giudice Lord. A questo punto siamo nel 1884, ed Emily ha perso gli amori più cari. Forse mai esistiti, è vero. Forse mal contraccambiati.

Ma la vita e le sue tragedie sono un gioco pesante per un’anima così candida e poetica: è il 15 maggio del 1886 quando Emily Dickinson muore nel paese dove nacque 56 anni prima.

quiet passion
Cynthia Nixon in “A Quiet Passion”, film del 2016 su Emily Dickinson

Muore senza mai aver pubblicato una sua poesia, lascia questo mondo avendo ben custodito ogni sua piccola gemma, nascondendo i suoi tesori. Quell’unico amore vero, quell’unico tesoro inestimabile che le aveva reso più semplice affrontare una vita di solitudine, di dolore.

Nella sua lirica nulla è lasciato al caso: l’uso improprio di maiuscole e minuscole, le pause enfatiche, le allusioni, le metafore, personificazioni e strani giochi sintattici rendono le sue poesie piccoli diamanti scintillanti. Gli stessi trattini, oggi trascritti senza poter rispettare i manoscritti originali, sono simboli. Non sono tutti uguali, non puntano tutti nella stessa direzione, hanno forme e tremolii ogni volta diversi.

In quei trattini c’era un mondo, un piccolo cosmo di emozioni inespresse, piccole lucciole che indicavano la strada per sondare le parti più nascoste e buie della sua anima tormentata.

Oggi la lirica della Dickinson è universalmente amata e il suo valore è riconosciuto da ogni critica. Lei, nella sua piccola prigione di carta e lettere, aveva eretto un mondo che, anche su consigli altrui, decise di nascondere, celare, non pubblicare. Ed ecco che le sue liriche si arricchiscono di misteri, di significati nascosti e di indecifrabili allusioni che rendono così affascinante il salto nell’abissale mondo di Emily Dickinson.

F17 (1858) / J26 (1858)

It’s all I have to bring today –
This, and my heart beside –
This, and my heart, and all the fields –
And all the meadows wide –
Be sure you count – sh’d I forget
Some one the sum could tell –
This, and my heart, and all the Bees
Which in the Clover dwell.
   
È tutto ciò che ho da offrire oggi –
Questo, e il mio cuore accanto –
Questo, e il mio cuore, e tutti i campi –
E tutti gli ampi prati –
Accertati di contare – dovessi dimenticare –
Qualcuno la somma potrà dire –
Questo, e il mio cuore, e tutte le Api
Che nel Trifoglio dimorano.

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

Sorgente: Emily Dickinson – «Sarei forse più sola, senza la mia solitudine»

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