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Come utilizzare lo spauracchio atomico coreano per muovere le pedine contro l’Iran (e la Russia) – Rischio Calcolato | Rischio Calcolato

Eviterò, visto che non è mia usanza sparare sulla Croce Rossa, di dilungarmi in ironia sull’Armada statunitense che ha sbagliato strada e puntava fiera verso l’Australia, invece che verso la Nord Corea. Non so cosa sia successo in realtà e, francamente, non mi interessa. Per una ragione semplice: a mio avviso, più passano i giorni e più il ping pong tra Washington e Pyongyang appare un gioco delle parti, con la Cina ben felice di fare da paciere, visto che mentre finge di mediare per evitare al mondo un’apocalisse nucleare, sta pompando nel sistema finanziario denaro a pioggia, svalutando lo yuan senza che Donald Trump abbia nulla da ridire al riguardo. Anzi, in un tweet di qualche giorno fa, il presidente USA diceva chiaro e tondo che non poteva rivolgersi a Pechino chiamandola manipolatrice valutaria, visto che stava dando una mano con la Corea del Nord. Siamo alle solite e ce lo mostra questo grafico:

c’è qualche rogna in casa? Negli USA è semplice: spara due missili, gonfia il petto e minaccia invasioni in stile Rambo e la gente è pronta a mettere la bandiera sul porticato di casa e a garantirti sostegno. Film già visto che non stupisce. Il problema è che mentre gli occhi del mondo sono puntati sulla Corea del Nord, altrove accadono cose che andrebbero seguite con attenzione e utilizzate come i puntini dei giochi della “Settimana enigmistica”: unendoli, il quadro si chiarisce. O, quantomeno, trova un senso. Primo, da giorni il governo siriano sta riposizionando la gran parte dei suoi aerei da combattimento in prossimità di una base russa, per evitare che siano colpiti da nuovi bombardamenti americani. Lo riportano fonti del Pentagono alla CNN. La flotta aerea del regime di Damasco si starebbe dunque trasferendo nell’aeroporto internazionale Assad, adiacente alla Khmeimim Air Base, dove si trovano i caccia russi che operano in Siria: lo spostamento sarebbe cominciato all’indomani dell’attacco dei missili Usa del 6 aprile scorso, ordinato dal presidente Donald Trump come rappresaglia all’attacco chimico al villaggio di Sheikhoun.

E a tale riguardo, ecco un paio di notizie. Primo, alti funzionari della Difesa israeliana hanno affermato che il regime siriano di Bashar al Assad è ancora in possesso di tonnellate di armi chimiche: “Fra una e tre”, riferiscono le fonti. Secondo, “Abbiamo degli elementi che ci permetteranno di dimostrare che il regime siriano ha utilizzato scientemente l’arma chimica”. Chi lo ha affermato? Il ministro degli Esteri francese, Jean-Marc Ayrault, riferendosi proprio all’attacco chimico su Khan Shaykhun, nel nord-ovest della Siria. “E’ questione di giorni, porteremo la prova”, ha aggiunto il ministro, specificando che “i servizi di intelligence francese e militare stanno conducendo un’inchiesta”. Tradotto: visto che la Le Pen sostiene Assad e Putin e che Emmanuel Macron è l’unico dei contendenti a essere dichiaratamente schierato contro Damasco, entro domenica ci inventeremo qualche bufala da propinare all’opinione pubblica a urne aperte. Due piccioni con un a fava, lecco il culo a Washington e sfrutto il caso a uso interno. Infine, parlando a margine del voto con cui il Parlamento britannico ha dato via libera al voto anticipato dell’8 giugno prossimo, il ministro degli Esteri, Boris Johnson, ha detto chiaramente che “sarebbe difficile dire no all’America se ci chiedesse aiuto per attacchi contro la Siria”. Insomma, c’è puzza di nuova coalizione anti-Assad.

Da ieri, poi, l’amministrazione Trump ha gettato la maschera nei confronti di una sua vecchia ossessione, casualmente comune anche a Israele e Arabia Saudita. Il presidente ha infatti dato indicazione che venga condotta una revisione dell’accordo sul nucleare iraniano, ha confermato il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer (non si sa se prima o dopo aver rivalutato l’operato di Attila e Jack lo Squartatore). Lo stesso Spicer ha definito la mossa, “un passo prudenziale”: l’amministrazione Trump intende verificare entro 90 giorni il rispetto dell’accordo sul nucleare da parte di Teheran e chiarire se la rimozione delle sanzioni è negli interessi della sicurezza nazionale USA. Alla domanda se Trump sia preoccupato che l’Iran possa imbrogliare, Spicer ha risposto che “sta facendo una cosa prudenziale, chiedendo una verifica dell’attuale accordo”. Il problema è che sul tema è intervenuto, sempre ieri, il Segretario di Stato, Rex Tillerson, il quale ha chiarito – non si sa quanto volontariamente – quale in realtà sia l’agenda politica insita nella mossa.

Tillerson ha infatti negato che Teheran sia inadempiente nei suoi obblighi rispetto all’accordo, fattispecie che già renderebbe inutile la revisione chiesta da Trump ma ha accusato Teheran di sponsorizzare il terrorismo, violare i diritti umani e agire come forza destabilizzante. “In quanto ad azioni e propaganda, l’Iran fomenta discordia. Un Iran non controllato ha il potenziale di muoversi lungo traiettorie come quelle della Corea del Nord e di trasportare con sé il mondo”, ha dichiarato. Ora, ci sono tre cose da notare. Primo, il 31 gennaio scorso hanno avuto inizio le manovre navali denominate “Unified Trident”, svoltesi davanti alle coste del Bahrain, quindi non lontano da quelle iraniane e che hanno visto la Marina britannica guidare per tre giorni navi da guerra americane, francesi e australiane. Obiettivo principale delle manovre è stato simulare proprio un attacco all’Iran. Il tutto, dopo che a inizio gennaio il cacciatorpediniere USS Mahan aveva sparato colpi di avvertimento in direzione di quattro motovedette iraniane. La stessa unità assieme alla USS Hopper, alla nave ammiraglia britannica HMS Ocean e al cacciatorpediniere HMS Daring, alla fregata francese FS Forbin e a unità da guerra australiane, ha preso parte a “Unified Trident”.

Secondo, la decisione statunitense e il monito di Tillerson sono guarda caso arrivati il giorno seguente alla parata del “Giorno delle forze armate”, durante la quale a Teheran è sfilato il nuovo missile di fabbricazione domestica, Sayyad, insieme alle batterie S-300 di fabbricazione russa, carri armati, veicoli corazzati, UAV, jet da combattimento, sistemi radar e di difesa aerea. Dulcis in fundo, sui missili campeggiava la scritta “Morte a Israele” in farsi e il disegno di un pugno che distruggeva la stella di David.

Parlando in occasione della parata, il presidente iraniano, Hassan Rouhani, ha dichiarato che “il popolo deve sempre mantenersi vigile e allerta rispetto alle cospirazioni poste in essere da altri soggetti e deve aumentare il suo potere di deterrenza giorno dopo giorno. Le forze armate iraniane difendono una regione importante e sensibile del Medio Oriente. Prometto una risposta vigorosa e determinata contro potenziali aggressioni: alcuni eserciti nemici stanno compiendo interventi e intromissioni negli affari interni degli Stati, compiono genocidi, sponsorizzano il terrorismo, i colpi di Stato, il tutto con assoluta mancanza di riguardo verso l’opinione della gente e la legge”. USA, Israele e Arabia Saudita sono avvertiti.

Terzo, il 19 maggio prossimo l’Iran andrà al voto per le presidenziali e proprio l’altro giorno, l’ex presidente conservatore, Mahmoud Ahmadinejad, con una mossa a sorpresa, ha presentato la sua candidatura. In un primo momento, Ahmadinejad aveva detto di non voler entrare in corsa perché sconsigliato della Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei e aveva annunciato di voler sostenere la candidatura del suo ex vicepersidente, Hamid Baghaie. Poi, il colpo di scena. Reso tale dal fatto che solo il 5 aprile scorso, Ahmadinejad si era espresso con queste parole al riguardo: “Non ho intenzione di correre per la presidenza e sostengo Hamid Baqaei come candidato più qualificato”. L’elenco definitivo dei candidati che saranno giudicati idonei sarà annunciato dal ministero degli Interni entro il 27 aprile, mentre la campagna elettorale comincerà invece ufficialmente il 28 aprile e terminerà il 17 maggio. Finora i due politici di alto profilo che hanno annunciato la candidatura sono stati il presidente uscente, Hassan Rohani e il custode del Santuario dell’Imam Ali Reza, Ebrahim Raesi, anche se entrambi non hanno però ancora registrato i nomi al ministero.

Washington intende alzare la tensione per entrare a gamba tesa nella campagna elettorale iraniana, tentando di destabilizzarla? Una cosa è certa: la decisione a sorpresa di Ahmadinejad sembra offrire un pretesto perfetto alle preoccupazioni di USA e Israele, sia perché ritenuta divisiva all’interno del Paese, sia per il profilo dichiaratamente aggressivo in politica estera. Tanto più che la principale accusa verso Rohani, destinata a diventare il leit-motiv della campagna elettorale, è quella di aver affossato l’economia, oltretutto attraverso un parziale abbandono del programma atomico e di concessioni alla comunità internazionale pur di giungere a un accordo che avrebbe dovuto imprimere proprio un’accelerazione alla crescita. Di fatto, il patto che Washington ha messo in revisione e che “Mad dog” Mattis vorrebbe stracciare a colpi di missili, rischia di finire sul banco degli imputati anche a livello interno: un mix che, a mio avviso, dovrebbe far spostare in fretta i riflettori da Pyongyang a Teheran, senza scordare il patto d’acciaio iraniano con Mosca e Damasco per la tutela del governo Assad, anch’esso tornato nelle mire di regime change statunitensi.

Ma c’è un altro fronte aperto nella nuova Guerra Fredda, quello afghano. Venerdì scorso a Mosca si è tenuta una Conferenza internazionale sull’Afghanistan, cui hanno partecipato delegazioni di almeno undici Paesi, fra cui Cina, Pakistan, Iran e India ma non quella statunitense, questo nonostante un invito formale e il fatto che Washington dal 2001 sostenga la maggior parte dello sforzo finanziario e militare in appoggio di governi democratici, presieduti prima da Hamid Karzai ed ora da Ashraf Ghani. Gli analisti non hanno esitato a sottolineare che il “no” di Washington andava letto, dopo gli interventi russi in Siria e Libia, come una resistenza all’ingresso di Mosca anche in una regione che gli Stati Uniti considerano strategica per i loro interessi in Asia meridionale e centrale.

Nelle ultime settimane, in effetti, la diplomazia russa è stata molto attiva sulla questione afghana con notizie, mai formalmente smentite, di contatti diretti con esponenti dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, atto che ha non poco irritato il governo di Kabul, intenzionato a restare al centro di ogni trattativa. In febbraio, poi, il ministro degli esteri Serghei Lavrov aveva sostenuto che “i talebani dovrebbero prendere parte direttamente ad un dialogo “costruttivo” sulla pacificazione dell’Afghanistan, mentre l’inviato speciale del presidente Vladimir Putin in Afghanistan, Zamir Kabulov, aveva escluso che gli Stati Uniti potessero decidere di ritirarsi dal Paese: “Per quanto ne so, Trump non prevede nessun ritiro delle truppe ed è logico, perché l’intera situazione collasserebbe”.

Detto fatto, Washington non parla ma agisce: a fronte della richiesta al Congresso di qualche migliaio d uomini in più per spezzare l’impasse creatasi con i talebani (capaci di controllare o disputare 171 dei 400 distretti del Paese) da parte del comandante delle forze degli Usa in Afghanistan, generale John Nicholson, ieri il Pentagono ha annunciato l’invio di 300 marines nella provincia meridionale di Helmand: il loro arrivo è previsto entro fine mese. Si tratta del singolo, più grande dispiegamento di forza USA dal 2014, sintomo chiaro della crescente volontà statunitense di combattere sul terreno e aumentare la propria presenza attiva: nonostante qualifichino loro stessi come “advisers”, i militari USA sono in tutto e per tutto presenti in modalità combat operativa.

Tanto più che a diretta domanda sull’argomento, il colonnello Matthew Reid ha risposto in questo modo: “I marines USA sono sempre dispiegati con mentalità da combattimento”. Tutto questo senza scordare che, nella notte, proprio Mattis ga detto chiaramente che “la questione in Yemen va risolta nel più breve tempo possibile”: ovvero, l’ennesimo proxy tra Arabia Saudita e Iran deve registrare una svolta prima che a Teheran si vada alle urne. Prepariamoci, quindi, a un’escalation in grande stile, soprattutto dopo l’abbattimento dell’elicottero saudita dell’altro giorno, nel quale hanno perso la vita 12 soldati di Ryad: la scusa della rappresaglia è servita su un piatto d’argento. Direi che, al netto di colpi di scena o colpi di testa, Pyongyang appare un diversivo di stile hollywoodiano: attenzione a non distrarsi dagli scenari dove davvero si trova l’azione. Pena venirne travolti.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

Sorgente: Come utilizzare lo spauracchio atomico coreano per muovere le pedine contro l’Iran (e la Russia) – Rischio Calcolato | Rischio Calcolato

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