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Unione Europea: l’illusione dell’Europa “dei popoli”

La positiva realizzazione del calendario di iniziative promosse  in occasione del 60° anniversario dei trattati di Roma, coronate con l’importante successo della manifestazione del 25 Marzo indetta dalla piattaforma sociale Eurostop, hanno apertamente messo in campo un ricco e articolato fronte politico e sociale cheintorno alle parole d’ordine “No UE, No Euro, No Nato” ha dato rappresentazione alla richiesta  di  uscita  dall’Unione Europea in chiave popolare e anticapitalista.

La diffusione anche nel nostro paese di un sentimento anti UE, frammisto a suggestioni contraddittorie, rende opportuno considerare un intervento  ad impronta politico-culturale  teso a sottoporre a forte critica la retorica della rappresentazione del processo di integrazione europea come percorso di affraternamento tra popoli, garante della pace e portatore di politiche solidaristiche e progressiste.

Una narrazione totalmente avulsa dai contenuti materiali,  politici, economici e sociali, che hanno, sin dalla sua origine presieduto al processo di integrazione europea come componente della strutturazione del sistema di relazioni capitalistiche, interna alla competizione inter-capitalistica, sino agli esiti attuali come polo della competizione inter-imperialistica su scala globale.

Una narrazione ideologica, nel senso classico di falsa rappresentazione, che non solo alligna nei settori pro- UE, comunque politicamente collocati, ma che trova alimento anche sul versante delle componenti critiche di sinistra, per intenderci quelle schierate per la riformabilità e la democratizzazione della UE.

Il dato storico che l’Europa occidentale post- bellica abbia goduto di un lungo periodo di crescita dell’accumulazione capitalistica, i famosi trent’anni celebrati dalla letteratura economica borghese, contestuale ad un imponente ciclo di lotte operaie e proletarie che hanno determinato il punto più alto del compromesso tra capitale e lavoro con la crescita dei margini della redistribuzione della ricchezza sociale attraverso un articolato Welfare State, con riscontri nella legislazione sociale e del lavoro, sembra ancora animare le aspettative dei sostenitori della riformabilità della UE.

Prescindendo dalle ragioni storiche del modello capitalistico cosiddetto renano, realizzatosi nel cuore dell’Europa occidentale divisa dalla guerra fredda, e con una precisa funzione di contenimento in ambito capitalistico delle istanze di trasformazione sociale nello scontro con l’alternativa rappresentata dal blocco dei paesi socialisti, la riformabilità o comunque la diversa natura del capitalismo europeo rispetto a quello di matrice anglosassone, a dispetto di una evidente trasformazione del modello di accumulazione interno ad una crisi sistemica dell’economia capitalistica che ne hanno sostanzialmente livellato le differenze, sopravvive con una pervicacia antistorica.

La battaglia contro il TTIP, il trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico che ha visto la sinistra europeista in prima fila, ha trovato nelle presunte garanzie della legislazione europea per la tutela dei consumatori, messo in discussione dallo strapotere delle multinazionale USA, uno degli argomenti più propagandati , indifferente a quanto avviene nella realtà, ad esempio, nel settore agricolo biologico con la dislocazione della produzione in una filiera di  paesi, prevalentemente concentrati ad Est, facendo strame di qualità e diritti.
Insomma, contrastare la visione “positiva” del processo di integrazione europeo è un elemento dello scontro politico che travalica ampiamente i contenuti culturali  interpretativi e che si pone, nel nostro campo, come alternativa tra una visione degli assetti geo-politici interni ad una competizione inter-imperialistica sempre più aspra e sempre meno pacifica da cui è urgente svincolarsi, e chi nella rappresentazione ideologica “ della maschera dolce dell’Europa”  continua ad individuare elementi interni di riformabilità  ad una costruzione classista che nella dimensione gerarchica e nell’imposizione di relazioni  neo-coloniali tra paesi aderenti trova alimento per la competizione con altri poli geo-economici.

Ostinarsi a ragionare intorno alla riformabilità della UE equivale a svuotarla dei contenuti materiali che la sovradeterminano, l’ampliamento su base continentale del processo di formazione del valore, la contestuale affermazione di una borghesia europea transnazionale e la centralizzazione della governance di sistema con la mutilazione della sovranità politica nazionale: la strutturazione della UE è l’espressione del dominio di classe e la sua riformabilità, o forse sarebbe meglio dire la mitigazione di alcune asprezze sociali ed economiche, allude ad una funzione di redistribuzione della ricchezza sociale continentale attratta nell’orbita dei paesi centro-europei dominanti ormai ampiamente al di fuori delle prerogative dei singoli governi.

La parabola della Grecia, dall’oxi al totale cedimento alla richieste di massacro sociale di un intero popolo, al netto di ogni considerazione sulla condotta politica del governo greco, testimonia della impermeabilità, anche tecnica, ad ipotesi riformatrici.
Mettere a nudo i caratteri materiali del processo d’integrazione europea, ricollocandola nelle diverse fasi storiche dell’accumulazione capitalistica attraverso una lettura materialistica e di classe è un aspetto dirimente, non solo sotto il profilo dell’orientamento culturale, ma di recupero della capacità di trasmissione dell’orientamento sul piano politico generale.

Naturalmente l’indagine sul materiale economico, sociale, politico ed istituzionale  presenti in 60° anni di storia del processo di integrazione europeo non è qui proponibile, tuttavia la individuazione di alcuni punti del processo di costruzione possono rivelarsi utili alla comprensione dell’attuale fase e delle caratteristiche peculiari al polo imperialistico europeo.

Innanzitutto, se lo scenario post bellico rendeva chiara l’egemonia in campo capitalista degli Stati Uniti e la ennesima sconfitta delle aspirazioni  del capitalismo tedesco, l’insorgere come sistema di stati organizzati in senso socialista dei paesi dell’Est, poneva l’Europa al centro del conflitto tra sistemi alternativi. Il piano di “aiuti” del generale Marshall costituì il primo atto del processo di ricostruzione delle relazioni con l’altra sponda dell’Atlantico fondamentale nel confronto Est-Ovest.

L’avvio della CECA (1950), prodromo della CEE, si inserisce nella rete di costruzione di organismi sovranazionali dell’emisfero occidentale capitalistico che a partire proprio dalla gestione del piano Marshall aveva dato vita all’OECE, Organizzazione Europea per la Cooperazione Economica, al Trattato dell’Unione Occidentale e al Consiglio d’Europa,  che con l’istituzione della Banca Mondiale e del Fondo  Monetario Internazionale (1947) e della Nato (1950), costituirono l’assetto istituzionale occidentale dello scontro con il campo socialista.

In ambito europeo, con la definizione della CECA, si poneva mano alla risoluzione di una delle principali cause del conflitto franco-tedesco, per il controllo del carbone nella regione della Saar e, al contempo, si rendeva disponibile materia prima indispensabile per la ripresa produttiva nonché per l’industria bellica.

Questi pur sommari cenni storici ci consentono una prima rielaborazione di un assunto portante della narrazione sul processo di integrazione europeo, ossia, la sua funzione a garanzia della pace: la pace interna al campo capitalista, lungi dal proporsi come elemento di civiltà intrinseco al modello sociale, è stata in realtà una condizione indispensabile dello scontro con il blocco dei paesi socialisti. Infatti dalle contraddizioni antagonistiche tra paesi capitalistici generate dalla crisi, sfociate in due conflitti mondiali, erano emerse dapprima l’URSS e nel secondo conflitto mondiale il sistema dei paesi socialisti. Il confronto internazionale tra sistemi ha sottratto il coinvolgimento in aperta belligeranza dei paesi europei comunitari ma li ha visti partecipi della crescita del complesso militare industriale in  ambito Atlantico, crescita della spesa in armi che sul piano economico ha fornito sostegno sistemico rilevante alla tenuta del capitalismo.

Il successo economico della CECA, complice la condizione di distruzione in cui versava larga parte del continente e la forte attrattiva rappresentata dal mercato europeo per i capitali USA, e alla base del  passaggio  al mercato comune  con la costituzione della CEE, la Comunità  Economica Europea, e l’avvio ufficiale del processo di integrazione europeo e di un altro assioma ideologico della sua rappresentazione ufficiale: la cooperazione solidaristica.

Con la costituzione della CECA si era neutralizzato uno dei motivi storici della competizione franco-tedesca, soluzione resa possibile dallo stato  di prostrazione della Germania,  si apriva una evidente differenziazione di prospettive ed interessi, non solo legata alle politiche del carbone e dell’acciaio, con la Gran Bretagna. Il confronto/scontro tra i due paesi con un importante retaggio coloniale, addirittura di potenza imperiale egemone nel caso della Gran Bretagna almeno fino alla grande guerra, propone la competizione tra borghesie nazionali come il tratto costituente delle relazioni inter-capitalistiche e del rapporto organico della competizione economica con le gerarchie militari definite in ambito NATO.

L’intero quadro storico delle relazioni anglo-francesi con al centro la politica di De Gaulle  di mantenimento  della supremazia  nazionale e l’ostracismo nei confronti dell’ingresso della Gran Bretagna nella CEE, rende evidente come la costruzione del  processo di integrazione è, ab origine, un processo gerarchico/competitivo in cui la richiesta di uno spazio militare autonomo, la Comunità  Europea di Difesa (CED), e il ruolo di potenza militare, sia pure sotto l’ombrello NATO, è connaturato alle relazioni tra paesi capitalistici.

Il fatto che la CED non abbia potuto avviarsi per la fondamentale decisione statunitense di non crearsi competitori militari interni in un’area strategica del confronto con i paesi dell’Est europeo e la successiva uscita francese dal comando integrato Nato durato fino al 2009, disvela come la pacifica cooperazione inter-capitalistica è in realtà prosaica espressione dei rapporti di forza economico-militari.

I “grumi” di questioni appena abbozzate vogliono solo essere esemplificative della relazione competizione/gerarchizzazione che caratterizza strutturalmente le relazioni inter-capitalistiche, indipendentemente dalla fase di  sviluppo delle forze produttive e del connesso modello di accumulazione.

La distinzione strumentale nel processo d’integrazione europeo tra una sua fase “armoniosa” e l’attuale contrassegnata dagli egoismi franco-tedeschi è una rappresentazione falsificata che colloca l’intero processo in una dimensione sovrastorica: nella fase di ridefinizione attuale della UE, nella riconfigurazione della struttura di governance  operano le stesse dinamiche strutturali delle relazioni capitalistiche. Il passaggio dalla CEE all’UE, definita nei trattati di Maastricht e dall’avvento dell’Euro, racchiude, in sintesi, il passaggio dalla competizione capitalistica su base nazionale alla competizione inter-imperialistica, in cui si definiscono i connotati di una borghesia organicamente legata al processo d’integrazione europea.

La vicenda dell’integrazione europea va allora interpretata nella sua dimensione materiale, politica, sociale ed economica, di terreno di costruzione delle classi dominanti e di componente del sistema di relazioni capitalistiche su scala globale.

 

Mauro Luongo (Rete dei Comunisti, Roma)

Sorgente: Rete dei Comunisti – Unione Europea: l’illusione dell’Europa “dei popoli”

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