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Quelli che fanno capire i concerti a chi non sente – Il Post

Gli interpreti del linguaggio di segni nella musica fanno un lavoro complicato e per certi versi spettacolare

È sempre più raro che una persona non udente non senta niente: ciascuna ha un grado di sordità diverso, più o meno grave, e che le permette di sentire soltanto determinate frequenze, per esempio solo quelle basse, dei suoni più gravi, o solo quelle alte, dei suoni più acuti. Gli apparecchi acustici aiutano quasi tutti i non udenti a sentire qualcosa dei rumori che li circondano, e in generale c’è una situazione in cui è difficile che non sentano nulla: un concerto dal vivo, in cui le casse amplificano i suoni a più di 100 decibel. Ciononostante, per un non udente godersi un concerto non è facile: dipende di caso in caso, ma è piuttosto comune che non riesca a sentire la linea vocale delle canzoni, che spesso risulta difficile da percepire distintamente anche a chi non ha problemi di udito durante un concerto. Per questo, soprattutto negli Stati Uniti, alcuni interpreti del linguaggio dei segni si sono specializzati nei concerti dal vivo, durante i quali provano (e ci riescono, dicono i non udenti) a rendere visivamente una cosa uditiva come una canzone.

L’”Americans with Disabilities Act”, una legge americana approvata nel 1990, prevede che i palazzetti, i teatri o gli organizzatori dei concerti siano obbligati a offrire un interprete del linguaggio dei segni per gli eventi che organizzano, se qualcuno ne fa richiesta. Vox ha recentemente intervistato Amber Galloway Gallego, una delle più apprezzate e conosciute interpreti che lavorano ai concerti, e che nella sua carriera ha “tradotto” oltre 400 concerti di alcuni degli artisti più famosi del mondo, da Kendrick Lamar ad Adele a Drake a Lady Gaga. Nell’intervista, Galloway Gallego ha raccontato come funziona il suo lavoro, e fatto alcune dimostrazioni di come si interpreta una canzone nel linguaggio dei segni.

Galloway Gallego ha spiegato che per anni gli interpreti del linguaggio dei segni hanno ignorato la parte musicale del messaggio che dovevano comunicare visivamente ai non udenti, adottando un gesto generico (che ricorda un po’ una persona che suona un violino) per indicare che in quel momento c’era della musica. Galloway Gallego è tra le persone che per prime hanno cercato un modo per tradurre in gesti i suoni di una canzone: ha iniziato pensando ai gesti usati per indicare una persona grassa, che includono il riempire d’aria le guance, per dare l’impressione di qualcosa di denso. Ha applicato lo stesso concetto per riprodurre le frequenze più basse di una canzone, accompagnando le espressioni facciali a dei gesti fatti all’altezza del petto. Per le frequenze più alte – tipo le chitarre – cambia espressioni facciali e fa dei gesti più in alto, all’altezza della testa.

Galloway Gallego si aiuta anche muovendo la mano in modo da riprodurre una specie di rappresentazione visiva della frequenza del suono, e soprattutto mimando gli strumenti: un assolo di chitarra, per esempio. Galloway Gallego ha lavorato al concerto dei Red Hot Chili Peppers al Lollapalooza del 2016, e durante la canzone “Under the Bridge” il cantante della band Anthony Kiedis le si è avvicinato e ha fatto una specie di duetto, che è finito poi su YouTube e mostra bene come funziona il suo metodo.

Ma se può sembrare facile mimare l’andamento di una canzone per farlo capire a chi in molti casi lo sente già abbastanza, per i volumi alti dei concerti, le cose cambiano per quanto riguarda i testi delle canzoni, le parti cioè che per molti non udenti sono più difficili da percepire.

Per prima cosa, un interprete deve conoscere molto bene in anticipo il testo della canzone, perché deve riprodurlo in contemporanea. Questo, ha spiegato a Noisey Donnie Gibbons, un interprete che ha lavorato spesso ai concerti dei Grateful Dead e dei Phish, significa che bisogna conoscere praticamente ogni canzone del gruppo o dell’artista, e saperla riconoscere molto in fretta. Lui si sente preparato quando la sa riconoscere dalle prime tre note, o meno. Le cose sono più semplici quando la band fornisce in anticipo la scaletta del concerto (che però può cambiare durante la serata), o – quando non è possibile – consultando online le canzoni che sono state suonate nei concerti precedenti. Ma c’è sempre la possibilità che salti fuori una canzone nuova, e l’interprete deve essere preparato. Per questo, gli interpreti che iniziano a lavorare con un certo artista tendono a seguirlo quando c’è bisogno, perché sono già esperti del suo repertorio. Kelly Sosebee, un’altra interprete, ha anche detto che è abbastanza importante amare la band o il cantante, per fare un buon lavoro.

Ma anche sapendo perfettamente a memoria le parole di una canzone, è praticamente impossibile rendere le rime, i giochi di parole, le allitterazioni e tutte le altre cose che fanno funzionare i testi sopra alla musica. E c’è ovviamente un genere in cui questa difficoltà è esponenzialmente più alta: il rap. In questi casi, ha spiegato Galloway Gallego, bisogna cercare di sintetizzare il testo e rendere le metafore come meglio si riesce, cercando di trasmettere anche il ritmo e i suoni della voce, che nel rap sono la parte centrale della musicalità delle canzoni. Ed è complicato, e per forza di cose le rime si perdono. Il linguaggio dei segni ha regole e funzionamenti completamente diversi da quelli dell’inglese o dell’italiano: ha una grammatica e semantica propria, che comprende espressioni e gesti che simboleggiano emozioni e concetti, non solo parole.

Qualche anno fa era circolato molto online il video di Holly Maniatty, un’interprete che lavorò a un concerto dello storico gruppo hip hop dei Wu-Tang Clan al festival Bonnaroo, in Tennessee, per come riuscì a rendere la cadenza del rappato praticamente ballando. Spesso gli interpreti ai concerti lavorano in gruppo, per darsi il cambio e riposarsi.

Sosebee ha raccontato a Noisey che una volta lavorò a un concerto dei Carcass, una band metal britannica le cui canzoni hanno spesso termini medici molto dettagliati per indicare malattie raccapriccianti. Non poteva tradurle a una a una, e così scelse di fare gesti ed espressioni che indicassero vari tipi di dolori fisici. Una volta deciso come approcciarsi alla canzone, ha spiegato Sosebee, si studiano i gesti da fare e si comincia a fare le prove, finché non si imparano molto bene i movimenti. Una stessa canzone può avere poi interpretazioni nel linguaggio dei segni molto diverse, ha detto Galloway Gallego. È il caso per esempio dell’inno nazionale americano cantato da Whitney Houston o da Barbra Straisand: quando arriva l’ultima parola, “brave” (coraggiosi) non avrebbe senso fare banalmente il segno corrispondente alla parola se Houston la canta prolungandola a lungo e con moltissima intensità.

Gibbons sostiene che un interprete del linguaggio dei segni ai concerti sia necessario come le rampe per i disabili. Spesso capita che l’interprete parli in anticipo con la persona non udente che ne ha fatto richiesta, per capire che tipo di traduzione preferisce e se ha difficoltà a capire le parole o per esempio le frequenze più basse di una canzone. A volte, ha raccontato Gibbons, può capitare che un interprete non riconosca una canzone, e allora chiede a una delle persone non udenti tra il pubblico un aiuto. Gli interpreti del linguaggio dei segni ai concerti sono spesso divertenti da vedere, per come si muovono e per come seguono la musica: Sosebee ha spiegato che capisce questo interesse, ma ha detto che andrebbe sempre tenuto conto che sono lì per aiutare una minoranza.

Sorgente: Quelli che fanno capire i concerti a chi non sente – Il Post

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