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Perché la Bce mette in conto tassi bassi ancora a lungo – ilsole24ore.com

ilsole24ore.com – Perché la Bce mette in conto tassi bassi ancora a lungo – –di

«La Bce continua ad aspettarsi tassi ai livelli attuali, o inferiori, ancora a lungo e ben oltre la fine del quantitative easing». Lo ha detto ieri, per l’ennesima volta negli ultimi anni, il governatore della Bce Mario Draghi. Lo stesso Draghi ha aggiunto che «la ripresa resta solida».

Viene da chiedersi come mai in presenza di una crescita economica aggregata definita «solida» (al di là delle debolezze di alcune aree che rischiano di diventare il Mezzogiorno d’Europa, il Pil dell’area euro nell’ultimo quarto del 2016 è cresciuto dell’1,7%, a fronte del +2% degli Usa) le prospettive di rivedere i tassi molto più alti degli attuali livelli sono lontanissime.

IL COSTO DEL DENARO NEL MONDO

Solitamente in passato l’andamento dei tassi era proporzionale alla crescita economica. Invece da un po’ di tempo a questa parte questo legame macroeconomico sembra essersi spezzato. L’atomo della crescita pare abbia perso la forza di attrarre a sè quello dell’inflazione.

Nel nuovo mondo crescita non fa più (necessariamente) rima con inflazione. Sono almeno due i fattori che ci aiutano a capire questa nuova legge della macroeconomia che, essendo una scienza sociale, pare si stia evolvendo di pari passo al mutare della società: 1) La globalizzazione e 2) l’efficientamento tecnologico (e il conseguente aumento della produttività) nell’estrazione del petrolio che, volenti o nolenti, è e sarà ancora a lungo la materia prima che fa girare il pianeta.

Entrambi questi fattori esercitano una forte pressione deflazionistica su scala mondiale. Da svariati anni (non a caso dal 1995, anno simbolo della globalizzazione in cui è nata la World trade organization) ormai l’inflazione mondiale vola basso. Oggi siamo intorno al 3 per cento.

L’ANDAMENTO DELL’INFLAZIONE NEL MONDO

Questo dato media il livello vicino a “0” oggi espresso dai Paesi già sviluppati (che sono chiamati ad affrontare la delicata sfida di restare competitivi a fronte dell’invecchiamento crescente della popolazione) e quello (più alto) dei Paesi in via di sviluppo, che solo ora stanno vivendo quella crescita che i Paesi del G-7 hanno sperimentato qualche decennio fa.

Punto primo: la globalizzazione è per sua natura inerzialmente deflazionistica, perché mettendo in competizione “tutti contro tutti” spinge i Paesi più avanzati a deprimere i salari. E i salari, come lo stesso Draghi ricorda, sono (sarebbero) la prima molla per normalizzare il tasso di inflazione (e di conseguenza i tassi).

Punto secondo: il prezzo del petrolio – che impatta indirettamente sul costo di molti beni e servizi – ha una straordinaria capacità di influenzare l’andamento dell’inflazione. Se domani il Brent o il Wti (le due più importanti qualità di greggio oggi scambiate) balzassero a 100 dollari al barile l’inflazione si impennerebbe senza se e senza ma.

Bisogna tener conto però che il perfezionamento delle tecnologie estrattive – che hanno portato anche alla nascita dello shale-oil e dello shale-gas – funge da deterrente rispetto a uno scenario di rialzi clamorosi dei prezzi del greggio. La tecnologia shale fa in sostanza da tappo a scenari iperinflazionistici da petrolio. Come successo negli anni ’70.

“E’ indubbio che la rivoluzione del fracking che ha reso gli USA il primo produttore al mondo di gas naturale ed (per ora) il secondo produttore al mondo di greggio ha obbligato l’Opec alla guerra dei prezzi verso il basso – spiega Massimo Siano, head of southern Europe per Etf securities -. Come sempre la produttività è la parola chiave”.

L’ANDAMENTO DEL PREZZO DEL PETROLIO

Se il prezzo di Brent o Wti sale troppo, gli impianti shale possono aumentare d’emblée la produzione, arginando eventuali pressioni rialzisti sul barile.

Certo, l’andamento del petrolio può risentire anche di tensioni geopolitiche e quindi non è da escludere che possa tornare su livelli elevati per brevi periodi in presenza di conflitti. Tuttavia, nel medio termine i costanti miglioramenti tecnologici esercitano un’indubbia pressione deflazionistica anche sul greggio.

Gli economisti tirano poi in ballo altri validi argomenti che vanno nella direzione del “perché i tassi resteranno bassi a lungo”: come la stagnazione secolare e la disponibilità mondiale di una enorme capacità produttiva.

La sostanza non cambia. Finché lo scenario non muterà (e non si vedono all’orizzonte stravolgimenti in tal senso) è quasi scontato che il nuovo mondo conviverà con tassi bassi. E questo è bene che lo sappiano anche coloro che oggi stipulano o surrogano un mutuo (in massa preferiscono il fisso che è più caro del variabile perché temono un’impennata dei tassi) e coloro che investono i risparmi aspettando, quasi nostalgicamente, che tornino i tempi in cui BoT e BTp rendevano oltre il 10%. Quel mondo non esiste più. Draghi ce lo ricorda tutti i giorni.

twitter.com/vitolops

 

 

Sorgente: Il Sole 24 ORE

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