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La follia del referendum turco: “Presto sarà finita”

Quest’articolo è stato originariamente pubblicato lo scorso 11 marzo su komnews.com

di Yvo Fitzherbert e Mirko Turunc*
Il 16 aprile, la Turchia voterà su un referendum che dovrà definire il futuro sistema parlamentare del paese. Recep Tayyip Erdogan, Presidente della Turchia e cofondatore del partito AKP al potere, cerca di cambiare un sistema parlamentare che gli garantirebbe poteri travolgenti. Mentre le modifiche includono anche l’abolizione del ruolo di primo ministro e l’aumento del numero di parlamentari, la consultazione è ampiamente considerata essere un voto sulla leadership di Erdogan, permettendo essa al Presidente di correre per due ulteriori mandati, mantenendolo al proprio posto fino al 2029.

Il referendum segue l’approvazione del decreto in parlamento, dove l’AKP – alleato al partito ultranazionalista MHP – ha ottenuto una maggioranza semplice. Dato il comando di ferro con cui il Presidente Erdogan gestisce il paese, la campagna per il Si ha un chiaro vantaggio. Il giro di vite e la paura diffusa tra l’opposizione comportano che quanti facciano campagna per il No vadano incontro a difficoltà nel ricevere pubblicità – mentre i media sono dominati da annunciatori filogovernativi che pubblicizzano la campagna per il Si come se fosse di una conclusione scontata.

Tuttavia, nonostante l’ovvio vantaggio che ha rispetto alla campagna per il No, il governo non è finora riuscito a fornire una narrazione incontrovertibile a favore delle modifiche proposte. Gran parte della loro narrazione si fonda su una febbre sempre più paranoica e nazionalista che imperversa per il paese, la quale crede che forze interne ed esterne siano pronte a minare e in definitiva a dividere la Turchia. Consci di questo, i funzionari governativi hanno sostenuto che una presidenza più potente renderebbe la Turchia più forte contro tali nemici interni ed esterni, e si sono successivamente concentrati nell’accusare i sostenitori del No di terrorismo. “Chi dice no? Il PKK dice no. Qandil dice no. Quelli che vogliono dividere questo paese dicono no. Quelli che sono contro la nostra bandiera dicono no,” ha dichiarato Erdogan di recente. Perfino Burhan Kuzu, un’importante figura nei circoli dell’AKP ed un professore di diritto costituzionale, ha suggerito che la gente non dovrebbe concentrarsi sul contesto della nuova costituzione, ma piuttosto su coloro che vi si oppongono. Il fatto che Kuzu, un esperto di diritto costituzionale, stia spronando il pubblico non a concentrarsi sui cambiamenti proposti ma piuttosto su quanti osino metterli in discussione, sottolinea come la narrazione del governo si basi sulla delegittimazione dell’opposizione.

Peraltro, il paragone tra i sostenitori del no ed il terrorismo cade in un momento in cui la Turchia sta affrontando molti nemici dentro e fuori i propri confini. Mentre il conflitto col PKK nel sud-est continua, la Turchia si è anche impantanata nella battaglia contro l’ISIS nella città siriana di al-Bab, per non parlare della protratta purga di personalità legate a Gulen. In questo, il governo spera che la propria narrazione che il nuovo sistema costruirà una Turchia forte e in grado di sormontare le minacce terroristiche basti per convincere l’opinione pubblica turca.

 

La nostalgia del governo
La scorsa settimana il primo ministro turco, Binali Yildirim, ha lanciato ufficialmente ad Istanbul la campagna per il Si. Piuttosto che intervenire ad un evento affollato come tendono ad esserlo quelli dell’AKP, i dirigenti del partito non si sono presentati ed i sostenitori hanno iniziato ad abbandonare la sala conferenze. Yildirim, intento in un’appassionata arringa in favore del Si al voto, si è rivolto agli spettatori in uscita declamando, “Portate pazienza, popolo nostro, presto sarà finita”.

Rassicurando la propria base di sostenitori che “presto sarà finita”, il discorso di Yildırim rivela alcune preoccupazioni affrontate dal governo e dalla campagna per il Si. Con molti economisti che prevedono un collasso finanziario della Turchia più avanti nell’anno, assieme alla prolungata instabilità dovuta alla guerra prolungata contro il PKK e all’estensione dello stato di emergenza, le parole di Yildirim si stanno quasi trasformando in uno slogan. Piuttosto che concentrarsi sui piani futuri dell’AKP di condurre la Turchia alla stabilità, la campagna per il Si ha invece scelto di perseguire una nostalgia verso “i bei vecchi tempi” dei primi anni dell’AKP, del boom dell’economia turca. Per molti aspetti, Yildirim ed i circoli governativi sperano che questa nuova costituzione porti ad un ritorno a quei giorni in cui la Turchia era riverita come un esempio per le democrazie mediorientali, era economicamente potente e manteneva una posizione di prestigio nelle cerchie internazionali.

Come strategia elettorale, l’AKP ha sempre capitalizzato sul relativo successo dei propri primi anni, evidenziando la propria progressione nel gestire effettivamente ed efficacemente il paese. In contrasto con la stabilità che ha portato l’AKP nella propria prima decade al potere, per tutti gli anni ’90 il sistema politico turco è stato caratterizzato da deboli governi di coalizione, scandali di corruzione e dall’incapacità di fornire un governo effettivo. Perciò, il successo dell’AKP è stato costruito sull’attirare attenzione rispetto alla propria efficienza di governo, qualcosa con cui l’opposizione non può competere. Tuttavia, a differenza delle campagne precedenti, in questa l’AKP ha sistematicamente fallito nel promuovere una visione futura per la Turchia.

Una simile tattica è indubbiamente legata alle mutevoli fortune che la Turchia affronta economicamente, politicamente e nell’arena internazionale. Come risultato, l’AKP ha perseguito una duplice narrazione del ricordare al pubblico i propri successi passati di governo effettivo, ma facendo contemporaneamente riferimento a complotti internazionali per destabilizzare la “grande” nazione turca. Quindi paragonare i sostenitori del No ai terroristi ed una presidenza più forte quale sistema effettivo per resistere a tali tentativi “terroristici” di distruggere la Turchia definisce buona parte della narrazione governativa per il referendum imminente.

La mancanza di una visione coerente per il futuro ha iniziato a piantare i semi dei dubbi negli occhi di molte persone allineate al governo. Nonostante il suo indiscusso carisma, il governo sempre più instabile del Presidente Erdogan ha portato molti a mettere in discussione le modifiche proposte. Nell’edizione di febbraio dell’Express Magazine, è stato citato Ahmet Tasgetiren – una firma rinomata dei media filo-governativi – nel domandarsi quanti nell’AKP avrebbero sostenuto simili modifiche senza Erdogan, sottintendendo che egli sia l’unica ragione per cui votino per il Si.

 

Un’alleanza instabile: crepe nella coalizione AKP-MHP

L’AKP si gioca anche le sue carte con il proprio novello alleato di coalizione, l’ultra-nazionalista MHP. Una simile mossa può essere considerata come un tentativo da parte del governo di imbrigliare il voto nazionalista nel referendum imminente, autorappresentandosi come partito che rappresenti la destra in Turchia. In una loro assemblea di partito, Yildirim si è perfino spinto ad utilizzare il gesto dei lupi grigi ultranazionalisti, un segno che è stato storicamente usato dal MHP e dai suoi sostenitori, affermando che “I nostri fratelli nazionalisti hanno detto ‘prima il nostro paese e il nostro popolo” ed abbiamo iniziato a marciare insieme. Come possiamo dimenticarlo?” Ciò sottolinea la coalizione a portata di mano, laddove entrambi i leader dei rispettivi partiti si sono scambiati a vicenda fiducia nell’assicurarsi un voto per il Si tra i propri sostenitori. Tuttavia esistono alcune domande che vanno indirizzate in questa novella e piuttosto fragile alleanza.

Devlet Bahceli, politico nazionalista veterano, sta affrontando una consistente opposizione all’interno proprio partito rispetto alla sua alleanza con l’AKP. Meral Aksener, astro nascente del partito finché non è stata costretta a lasciarlo lo scorso anno, ha condotto un’intensa campagna contro le modifiche. Per di più, tutti i capi dell’influente Ulku Ocakları, l’ala giovanile militante ed ultra-nazionalista del partito, hanno dichiarato la propria opposizione alle modifiche. Questa settimana quattro parlamentari del MHP sono stati espulsi dal partito per aver fatto campagna contro le modifiche proposte, incluso il popolare politico Sinan Ogan. Il mero numero dei politici e delle figure nazionaliste d’opposizione al referendum può essere parzialmente ricollegato alle voci che i colloqui di pace con il PKK possano riprendere nel caso in cui Erdogan vinca il referendum. La ribellione affrontata da Bahceli dentro il suo stesso partito è considerata essere così elevata che, in un sondaggio recente svolto da Cumhuriyet, meno del 10% degli elettori vogliono che Bahceli sia confermato leader del partito, mentre più del 40% vorrebbe come leader Meral Aksener.

Inoltre il Partito della Grande Unità (BBP) – un partito influente tra gli elettori nazionalisti insoddisfatti – ha esortato i propri sostenitori a prendere parte per il No. Tuttavia, venerdì scorso il partito ha misteriosamente ritrattato annunciando il voto per il Si; un risultato che l’ex-parlamentare del BBP Sendiller ha insinuato essere determinato dalla pressione esterna da parte del Palazzo Presidenziale. Tali sviluppi sottolineano come i politici nazionalisti ed il loro rispettivo elettorato debbano ancora farsi convincere dal Sistema Presidenziale proposto dall’AKP, e come una tale alleanza stia lottando per guadagnare spinta negli occhi di molti nazionalisti turchi.

Mentre il sostegno di Bahceli per le modifiche costituzionali non risulta convincente per troppi nella sua base di partito, sono anche iniziate a mostrarsi crepe nella sua alleanza con l’AKP. La scorsa settimana, Masoud Barzani – il Presidente del Kurdistan Iracheno – si è recato in visita ad Ankara. Trattato con maggiore rispetto del normale, l’ostensione della bandiera curda all’aeroporto Ataturk che ne ha accompagnato l’arrivo ha sollevato campanelli d’allarme nelle cerchie nazionaliste. Bahceli ha reagito con rabbia alla questione della bandiera, sostenendo che “il fatto che quella stessa bandiera sia innalzata al livello della bandiera turca è scandaloso, maldestro ed è una disgrazia”. Tuttavia, Yildirim ha risposto alle critiche dichiarando che la regione curda dell’Iraq è un’entità riconosciuta in tutto il mondo.

Simili sviluppi mostrano la tensione che una buona fetta dell’alleanza tra MHP ed AKP sta affrontando. Nonostante la collera rispetto alla visita di Barzani, Bahceli è celere nel mostrare un forte sostegno al governo in carica. Di recente ha dichiarato il proprio sostegno al ministro della giustizia turco, Bekir Bozdag, dopo che i raduni in programma in Germania di quest’ultimo sono stati cancellati a causa della crisi diplomatica con quel paese – prodotta dall’arresto del giornalista del Die Welt, Deniz Yucel. Tuttavia, mentre tali commenti possono aver rappresentato un tentativo di mostrare un fronte unito con il governo, è chiaro che larghe fette del blocco di voto nazionalista in Turchia devono ancora essere convinte da una simile alleanza. Accusando Barzani di essere un “traditore della causa nazionalista”, in molti si stanno ribellando apertamente alla leadership del MHP. Il blocco di voto nazionalista rimane cruciale per assicurarsi la vittoria al referendum del mese prossimo [Questo mese – N.d.T.] per il governo in carica, e spiega come mai siano stati effettuati tali tentativi di assicurarsi il sostegno del BBP e di liberarsi di svariati politici ribelli del MHP.

Inoltre, con la narrazione del governo – che collega il voto per il No al terrorismo e fa continuo riferimento ai propri successi passati senza offrire una visione concreta per il futuro della Turchia – che non riesce a convincere i più, la ribellione prevalente tra gli elettori nazionalisti potrebbe ben risultare nella disfatta del governo stesso il 16 Aprile.

Considerato quanto il governo stia lottando per convincere l’opinione pubblica turca della necessità di una presidenza più forte, come mai quindi Erdogan (che ha già raggiunto tutto il potere di cui avrebbe bisogno) si prende un simile rischio, annunciando un simile referendum? Una mossa così azzardata può essere spiegata dal fatto che Erdogan ricerca persistentemente la legittimazione pubblica. Considerato il complesso di corruzione ed abusi commessi dal Presidente, la sua stessa legittimazione pubblica è l’unica cosa che lo mantiene al potere. La decisione azzardata del referendum, nonostante le avversità, illustra come l’AKP sia stato costretto a prendere una simile decisione. Da partito costruito su un buonsenso politico e sulla strategia statistica, questo referendum si mostra come particolarmente incosciente. Mentre i primi anni di successo dell’AKP lasciano terreno all’instabilità che caratterizza l’attuale AKP, potremmo stare entrando in una nuova era di governo disseminata di errori. In questo senso, se la campagna del NO riesce a sfruttare strategicamente tali errori, non solo può vincere ma essere anche in grado di proporre ed organizzare una visione alternativa per la Turchia.

Con le parole di Ertugrul Kurkcu, per rimanere al potere Erdogan ha bisogno di continuare a correre fino al suo ultimo respiro. Sembra che la stabilità non sia più la sua preoccupazione.

Le letture e le opinioni espresse in quest’articolo sono quelle dell’/degli autore/i e non riflettono necessariamente la posizione di Kom News.

*Yvo Fitzherbert è un giornalista freelance residente ad Istanbul

Sorgente: La follia del referendum turco: “Presto sarà finita”

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