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Don Milani e Bergoglio, stesse parole: «Bisogna sporcarsi le mani» Video

I due hanno aspetti in comune: la severità della vita, l’avversione alle vacanze, l’orientamento riformatore, la passione per l’insegnamento, la scelta dei poveri

Il Papa dalla parte di don Milani: «Era ferito, amava la Chiesa» di Cristina Taglietti

di Luigi Accattoli

Dovevano passare cinquant’anni e doveva arrivare un Papa dalla fine del mondo perché don Milani tornasse ad avere piena cittadinanza nella Chiesa. Prima di Francesco mai nessun Papa aveva nominato quel prete scomodo, che pure aveva parlato a tanti e a tanti «lontani» dalla Chiesa aveva fatto conoscere qualcosa del cristianesimo.

Don Milani era considerato quasi un comunista dalla Curia fiorentina e da quella vaticana degli anni Cinquanta che ne censurarono l’opera maestra Esperienze pastorali (1957) e come molti altri ecclesiastici di analogo impegno sociale era stato relegato, dall’ufficialità della Chiesa, in una zona d’ombra. Il recupero del «prete rosso» fiorentino non è un’operazione isolata in questi quattro anni bergogliani. Qualcosa di simile era già avvenuto con gli arcivescovi Romero (beatificato nel 2016), Capovilla (fatto cardinale nel 2014), Camara (per il quale nel 2015 è stato introdotto il processo di beatificazione), per citare solo le figure alte della Chiesa che nei decenni erano state emarginate o dimenticate per sospetto comunismo e che Papa Bergoglio ha rimesso in onore.

Pur amato e citato dagli ambienti cattolici impegnati sul fronte della «scelta dei poveri» e dell’obiezione di coscienza sia al servizio militare (una volta) sia alle spese militari (ancora oggi), il priore di Barbiana fino a tre anni addietro mai era stato nominato o proposto per la lettura in testi e atti ufficiali della Chiesa italiana e della Santa Sede. L’iniziativa di togliere don Milani dal penoso oblio dell’ufficialità ecclesiastica è venuta dal cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, che nel novembre del 2013 aveva inviato al Papa una documentazione sulla vicenda del volume Esperienze pastorali ancora «sotto la proibizione di stampa e di diffusione».

Francesco aveva passato il dossier alla Congregazione per la Dottrina della fede e questa aveva comunicato al cardinale che «non c’è stato mai nessun decreto di condanna». Ci fu soltanto — precisava — «una comunicazione all’arcivescovo di Firenze nella quale si suggeriva di ritirare dal commercio il libro e di non ristamparlo o tradurlo». Conclusione della Congregazione resa nota da Betori: oggi «le circostanze sono mutate e pertanto quell’intervento non ha più ragione di sussistere».

Non meraviglia che Francesco con il videomessaggio di ieri abbia parlato con calore di don Milani. I due hanno aspetti in comune: la severità della vita, l’avversione alle vacanze, l’orientamento riformatore, la passione per l’insegnamento, la scelta dei poveri. «Il mondo ingiusto l’hanno da raddrizzare i poveri», affermava il parroco di Barbiana. «I poveri vogliono essere protagonisti» sentenzia Francesco. «Devo tutto quello che so ai giovani operai e contadini cui ho fatto scuola» diceva l’uno. «È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare dai poveri», proclama l’altro. «Non dobbiamo aver paura di sporcarci», dice il primo e l’altro: «È difficile fare del bene senza sporcarsi le mani».

Sorgente: Corriere della Sera

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