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Alitalia, il futuro è appeso a un filo. Anzi a un voto

Si chiuderanno oggi pomeriggio le urne che accolgono i voti dei lavoratori Alitalia sul pre-accordo tra azienda e sindacati per i tagli e il nuovo tentativo di rilancio della compagnia. Per i 12.500 lavoratori ci sarà tempo fino alle 16.

Un voto dalle conseguenze pesanti: il no all’accordo infatti potrebbe aprire la strada della messa in liquidazione della compagnia aerea con l’arrivo di un commissario straordinario; una maggioranza di sì, invece, consentirebbe la ricapitalizzazione dell’azienda ma comporterebbe l’individuazione di 980 esuberi di lavoratori a tempo indeterminato tra il personale di terra, la riduzione dell’8% della retribuzione di quello navigante e una contrazione da 120 a 108 dei riposi annuali mentre ai nuovi assunti verrà applicato il più leggero contratto ‘cityliner’ del corto raggio.

Ma qual è lo scenario che si aprirebbe se vincesse il sì o, al contrario, cosa succederebbe in caso di esito negativo?

Alla consultazione non è previsto il raggiungimento del quorum per cui il risultato sarà subito valido a prescindere da quanti lavoratori si recheranno ai seggi per votare. A fronte di un risultato positivo verrà sottoscritto un “accordo coerente” con il verbale firmato da Governo e sindacati che, ha spiegato il ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Graziano Delrio, in sede di negoziato, “rappresenta il massimo sforzo possibile” per salvare Alitalia. Tra gli obiettivi principali la preservazione dei livelli occupazionali, anche con riferimento all’indotto che orbita attorno all’azienda, e la prosecuzione dell’attività d’impresa.

Il pre-accordo prevede il ricorso a una serie di misure volte a ridurre i costi e ad evitare gli esuberi del personale, in particolare gli esuberi complessivi scendono a quota 1.700 dai 2.037 preventivati mentre quelli del personale a tempo indeterminato si riducono a 80 unità dalle iniziali 1338 ed il taglio al costo del lavoro scende dal 30 all’8%. Tra le altre misure annunciate il superamento dei progetti di esternalizzazione delle aree manutentive e di altre esternalizzazione, il ricorso alla cigs entro maggio 2017 per due anni, l’attivazione di programmi di politiche attive del lavoro, con riqualificazione e formazione del personale, misure di incentivazione all’esodo, miglioramenti di produttività ed efficienza, con un rinvio in azienda per la definizione entro il prossimo mese. Qualora, invece, il numero dei no fosse superiore a quello dei sì e in considerazione del contesto generale di crisi è possibile prevedere l’apertura di uno scenario di forte instabilità e incertezza sul futuro della compagnia con il rischio di cessazione delle attività.

Come ribadito ancora dal ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, “non c’è un’altra soluzione né la possibilità di nazionalizzazione. Bisogna seguire con coraggio la strada iniziata”. Parole che fanno eco a quelle del premier che già ieri era intervenuto per chiarire i contorni della vicenda. “Senza l’intesa sul nuovo piano industriale l’Alitalia non potrà sopravvivere”, aveva detto. Una sorta di appello raccolto anche dal viceministro al Mit, Riccardo Nencini. “E’ un referendum assolutamente decisivo. Abbiamo lavorato per un piano industriale in grado di tenere nel tempo. Rispetto alle previsioni di inizio trattativa l’intervento dell’esecutivo è stato decisivo per rendere più accettabile il numero degli esuberi”, ha ribadito all’AdnKronos.

A farsi portavoce di una possibile alternativa chiamando in causa l’art. 43 della Costituzione, invece, è stato ancora l’Usb che ha ricordato la possibilità data la governo, in caso di imprese strategiche, di prevederne “l’esproprio e la nazionalizzazione”. Il sindacato autonomo d’altra parte parla di “ennesimo piano strategicamente ed industrialmente sbagliato e suicida” proponendo al suo posto un intervento pubblico che ricostruisca da una parte “una rete che si basi principalmente sul lungo raggio, sui voli intercontinentali dove si fanno più soldi” e dall’altra un piano politico “con risorse e un impegno di almeno due o tre anni per ridisegnare il trasporto aereo italiano con un sistema di regole certe che tutte le aziende del settore devono rispettare”.

Cgil, Cisl, Uil e Ugl, al contrario si schierano per il sì. “L’Alitalia morirà se verrà bocciato il piano. I lavoratori hanno ora in mano il destino della loro azienda. Non c’è oggi una alternativa concreta al piano industriale di sviluppo e di ricapitalizzazione su cui si sono impegnati il nuovo management di Alitalia e gli azionisti italiani e stranieri. Ma senza il sì a maggioranza dei lavoratori, Alitalia difficilmente potrà sopravvivere”, è l’accorato appello nelle ore precedenti la chiusura delle urne del leader Cisl, Annamaria Furlan. “Siamo consapevoli dei sacrifici che vengono nuovamente richiesti a tutto il personale di Alitalia”, dice ricordando come il sindacato abbia fatto la sua parte, “cercando di modificare il piano iniziale dell’azienda e contrattando con grande determinazione ogni possibile garanzia occupazionale e salariale per i lavoratori”.

Sorgente: Alitalia, il futuro è appeso a un filo. Anzi a un voto

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