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Alitalia, Calenda: «Con il no al referendum per l’azienda c’è il fallimento»

 

Ministro Carlo Calenda, dal 20 al 24 aprile i circa 12.500 dipendenti di Alitalia dovranno esprimersi sull’accordo siglato tra azienda e sindacati. Un accordo da cui dipende il futuro della compagnia e per la quale il governo si è molto speso. Che cosa accadrà se dovesse prevalere il voto contrario?
«I lavoratori si esprimeranno liberamente, ma anche spero consapevolmente, avendo dunque chiara qual’è l’alternativa in caso di un voto negativo. Quello raggiunto grazie alla mediazione dell’esecutivo è un accordo decisivo per la compagnia, che può innescare oltre 2 miliardi d’investimento tra equity e linee di credito sulla base di un piano nettamente migliore rispetto a quello presentato a dicembre. Abbiamo chiesto ed ottenuto che gli esuberi occupazionali vengano gestiti prima di tutto con gli ammortizzatori sociali, con le politiche attive di riqualificazione, con l’incentivo all’esordio e con la ricerca di soluzioni che evitino fino all’ultimo i licenziamenti. Le eccedenze occupazionali dei lavoratori a tempo indeterminato sono stati ridotte da 1.338 A 980. I lavoratori in esubero potranno godere di 4 anni tra Cassa e Naspi all’80% dello stipendio, grazie all’integrazione del fondo volo, non c’è stata l’esternalizzazione della manutenzione. Si è ottenuto che l’intervento sulla parte economica del personale navigante fosse ridotta da un iniziale 30% chiesto dall’azienda ad un effettivo del 16/17% distribuito in modo tale da non pesare su una sola parte dei lavoratori interessati. Di più non si poteva fare. Per Alitalia questa è davvero l’ultima chiamata».

Tra molti lavoratori e anche dal fronte sindacale c’è chi soffia sul fuoco e auspica una vittoria del “no” e punta tutto su una nuova nazionalizzazione. Insomma, c’è chi pensa che ci sarà un nuovo salvagente, come sempre accaduto nella storia di Alitalia.
«Questa strada non esiste. Se dovesse prevalere il “no” ci sarebbe solo un brevissimo periodo di amministrazione straordinaria, circa 6 mesi, e poi l’accompagnamento verso la liquidazione della compagnia. Anche perché nessun altro investitore si presenterebbe dopo una bocciatura dell’accordo. La nazionalizzazione è impossibile perché ci sono delle regole europee da rispettare e perché è convinzione del governo che gli italiani non la capirebbero e, soprattutto, non la vorrebbero, dopo le ingenti risorse elargite ad Alitalia in questi ultimi dieci anni. Uno studio di Mediobanca parla di oltre 7 miliardi».

E tuttavia c’è il paracadute offerto da Invitalia sul cosiddetto contigenty equity.
«E’ una garanzia da 200 milioni che scatterà nel 2018 e che testimonia l’impegno del governo nella trattativa e per evitare allo Stato gli oneri ben più pesanti che scaturirebbero dalla liquidazione. Un impegno che ha di fatto cambiato e migliorato il business plan, aumentando i voli a lungo raggio, aumentando la quota di tagli di spesa non legati al personale che oggi rappresentano più di due terzi della manovra di riduzione dei costi. E anche il management, con l’arrivo di Luigi Gubitosi, si è decisamente rafforzato. Oltre questo impegno, condizionato all’esito del referendum, non siamo disponibili ad andare».

Torniamo al referendum, è ottimista?
«Tutta questa manovra, ovvero gli impegni del governo, degli azionisti e delle banche sta in piedi solo se c’è un “sì” convinto. Non ci sono alternative. Lo Stato non interverrà più».

Anche se ritiene che la compagnia sia strategica?
«Sì. E’ strategica per il turismo e per l’export e per questo il governo si è impegnato a fondo per salvarla, ma non possiamo per questo addossare altre perdite ai contribuenti».

Anche perché se Alitalia è ridotta così la colpa è in buona parte degli errori del management, tra sprechi, inefficienze e strategie industriali miopi. Basti ricordare che il lungo raggio era stato abbandonato o i costi assurdi del leasing degli aerei. Per non parlare dei tagli alle rotte più profittevoli o ai tanti privilegi che sono stati tagliati con grande ritardo.
«Abbiamo dato un giudizio chiaro sulla gestione operativa della compagnia. Va però detto che gli azionisti hanno già messo sul piatto 1,5 miliardi e sono disponibili ad andare avanti e di questo il governo è loro riconoscente. Il piano industriale adesso è migliore. Un progetto che, in prospettiva, potrà anche prevedere altre partnership internazionali. Altri orizzonti, ripeto, non ce ne sono».

Il governo darà una mano frenando le low cost?
«Il governo farà rispettare le regole. Alitalia deve saper competere ad armi pari, con una struttura dei costi adeguata alla concorrenza e una strategia definita. Scorciatoie non ce ne sono. Dopo di che c’è l’impegno di tutto il governo per supportarne il rilancio e la successiva crescita in un quadro di regole che sono prima di tutto europee».

 

Sorgente: Alitalia, Calenda: «Con il no al referendum per l’azienda c’è il fallimento»

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