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L’allarme del Cnr per il nostro mare di plastica – corrierefiorentino.corriere.it

corrierefiorentino.corriere.it – L’allarme del Cnr per il nostro mare di plastica.  Per l’istituto la più alta densità tra Corsica e Capraia. «Nel 2100 supererà il plancton» 

Sbaglia chi pensa a un’isola galleggiante di plastica, ferma in mezzo al mare. Meglio descriverla per ciò che è: una mescolanza di polimeri — polietilene, polipropilene,

i campioni raccolti
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poliammidi — che ricorda più un banco di nebbia che una discarica, che migra, cambia forma e consistenza: si allunga, si spezza, si ricompone, trasformando tratti di Mediterraneo in una zuppa densa di scarti chimici.

È un ammasso reso proteiforme dalle correnti calde, che da Gibilterra lambiscono l’Africa, risalgono e si dividono a sud della Sardegna per poi riunificarsi, tra l’isola di Capraia e l’estremo lembo a nord della Corsica. In pieno Santuario dei Cetacei.

Ed è qui, davanti alla costa toscana, che i ricercatori dell’Ismar-Cnr di La Spezia hanno certificato una percentuale altissima di microplastiche disperse nell’acqua: per ogni chilometro quadrato ne sono state stimate dieci chilogrammi, rispetto ai due presenti al largo del litorale occidentale della Sardegna, della Sicilia e lungo il tratto nord della costa pugliese.

La pubblicazione

Lo studio, riferito al 2013, da poco pubblicato sulla rivista Nature/ScientificReports, è stato eseguito dai ricercatori Stefano Aliani e Giuseppe Sauria. «Nel momento in

i campioni raccolti
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cui è stato eseguito, abbiamo ottenuto dei valori che però potrebbero cambiare», spiega Aliani. Dopo che si sono addensati, i polimeri, non visibili a occhio nudo perché di misura variabile tra i due millimetri e i quattrocento micron, si disperdono per aggregarsi altrove. Altrove ma sempre nel Mediterraneo: impiegheranno centinaia di anni prima di sparire oltre Gibilterra.

Allarme animali

«Però nessuno può dire che il tratto di mare davanti alla Toscana è quello più inquinato dalle microplastiche. È un fenomeno transiente, lo conosciamo da tempo», commenta la professoressa Maria Cristina Fossi, docente ordinario di

i campioni raccolti
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ecologia all’Università di Siena e coordinatrice di «Plastic buster». Transiente sta per variabile, come il vortice di polimeri tra la Corsica e la Toscana: «Gli addensamenti nel Mediterraneo sono dovuti a fenomeni oceanografici. Lo sappiamo almeno da sette anni». Ovvero: per importante che sia, secondo Fossi la ricerca del Cnr non è la scoperta dell’America.

Tant’è che a Siena già da tempo conoscono gli effetti delle microplastiche sugli animali marini, soprattutto quelli che assorbono acqua: «Una cozza — spiega — filtra trecento litri di acqua nell’arco delle 24 ore. Ogni volta che una balena apre la bocca, ne ingurgita 70.000 litri. E siccome la apre almeno 80-100 volte al giorno, è facile calcolare quanto alta sia la quantità di plastica che ingerisce».

L’emergenza

È un’autentica emergenza mondiale, come dimostrano gli esami eseguiti sui tessuti delle balene spiaggiate o attraverso le biopsie cutanee di esemplari viventi. In particolare, quelli riferiti al Santuario Pelagos (o dei Cetacei) hanno mostrato accumuli plastici superiori ad altre zone del mondo.

«I polimeri si annidano nelle vie gastro-intestinali e rilasciano additivi — conclude Fossi — Non dimentichi l’impatto delle plastiche di grandi dimensioni, che una volta nell’organismo rilasciano distruttori endocrini». Vittime designate sono i predatori, come i capodogli, che scambiano i sacchi di plastica per calamari giganti, e le tartarughe, che li credono meduse.

Le previsioni

Lo studio coordinato da Aliani e Sauria si è limitato al monitoraggio a pelo d’acqua, indagando fino a trenta centimetri di profondità, e descrive un Mediterraneo invaso dai polimeri. Se nel vortice sub-tropicale del pacifico sono stati stimati 335.000 frammenti di plastica per chilometro quadrato, per il Mare Nostrum si parla di una media di 1,25 milioni.

E la situazione non potrà che peggiorare, visto che ogni anno nel mondo si producono almeno 300 milioni di tonnellate di plastica (di cui 12 finiscono direttamente in mare).

Il 2100 sarà l’anno in cui la quantità di plastica supererà il plancton: uno scenario desolante, che prelude a un mondo diverso. E se anche una folgorazione inducesse il genere umano a ridurre l’inquinamento, non ci libereremo più dalla spazzatura chimica: è troppa, ingestibile e irrecuperabile.

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Sorgente: Corriere della Sera

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