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La revoluciòn sensible o dell’Internazionale femminista – DinamoPress

dinamopress.it – La revoluciòn sensible o dell’Internazionale femminista  –   di Infosex – Esc Atelier

La marea si è fatta Sciopero globale. Un evento, per molti versi epocale, nel quale immergere la riflessione, dal quale partire e rilanciare. La terza ondata femminista, attraverso il metodo intersezionale, sta reinvetando il movimento e le sue pratiche, le forme della percezione e l’immaginario politico. Indietro non si torna

L’8 marzo centinaia di migliaia di donne in 59 paesi del pianeta hanno incrociato le braccia. Hanno bloccato l’attività produttiva e riproduttiva, formale e informale, salariata, sottopagata o non pagata per nulla. Sono scese in strada e hanno occupato le piazze delle proprie città: è stata di nuovo marea, eterogenea nelle sue molteplici articolazioni, radicale, determinata più che mai.

La potenza e la novità di questo “atteso imprevisto” si sono espresse dunque tramite la riappropriazione dello sciopero come strumento eminente di lotta: da troppo tempo assegnato a una storia neutra e de-femminilizzata del movimento operaio; “privatizzato” e reso sterile dai sindacati attraverso un suo uso parco, tattico, corporativo e volto alla sola negoziazione (a ribasso); svuotato del suo potere conflittuale per mezzo della deregolamentazione e precarizzazione del lavoro.

L’8 marzo, invece, lo sciopero ha mostrato lo stretto nesso tra istanze femministe e temi economici, il rapporto coestensivo tra diritti umani, civili e sociali. È stato uno sciopero capace di affermare la centralità della lotta alla violenza di genere con sguardo prospettico e complessivo ai temi del lavoro, del reddito, del welfare. Uno sciopero che, nella sua portata immediatamente globale, ha rimesso al centro il problema dell’autonomia delle donne come questione innanzitutto materiale – inestricabilmente connessa alle condizioni di vita e sfruttamento –, della riappropriazione della ricchezza come elemento fondamentale per ogni processo di liberazione.

La rivolta delle donne contro la violenza in quanto dispositivo di ricatto, di nuova spoliazione e assoggettamento è dunque, non secondariamente, rivolta contro la ferocia delle politiche neoliberali. E non deve stupire, perciò, che il primo sciopero globale sia stato organizzato e praticato dalle donne: opporsi a questa fase di ristrutturazione capitalistica vuol dire in primo luogo assumere l’orizzonte biopolitico – la centralità dei corpi, del soma, delle vite, delle soggettività – non come qualcosa di accidentale o sovrastrutturale, bensì di assolutamente decisivo nella ridefinizione dello stesso terreno del conflitto.

È sui corpi che si inscrivono in primo luogo gli effetti di questa rinnovata accumulazione originaria, le condizioni di uno sfruttamento sempre più pervasivo che passa per le linee del genere, della razza e della classe, producendo nuove gerarchie e forme di assoggettamento. In questo senso la violenza è fenomeno sistemico, strutturale, che attraversa tutti gli ambiti della vita delle donne (e non solo quello delle relazioni affettive).

Ci sembra allora calzante parlare, con Silvia Federici, di una nuova caccia alle streghe: di processi di rifeudalizzazione dei rapporti sociali e, quindi, di un’inquietante combinazione di arcaico e moderno, che, ancora una volta, colpisce innanzitutto le donne, là dove i loro corpi esibiscono l’intreccio – storicamente determinato – tra produzione e riproduzione.

Questa la tensione paradossale dell’accumulazione capitalistica contemporanea: se da un lato punta a includere, catturare e valorizzare le differenze – a “capitalizzare la rivoluzione” –, pensiamo per esempio ai dispositivi di diversity management o di purplewashing aziendale o, più in generale, alla femminilizzazione del lavoro, paradigma attuale della produzione che mette a valore le soggettività stesse, la vita tutta, rendendo la riproduzione medesima immediatamente produttiva; dall’altra, assistiamo a una riemersione del “non contemporaneo”, quindi a nuove recinzioni, esclusioni, spoliazioni, alla repressione e restrizione della libertà di scelta, all’insorgenza di nuovi fondamentalismi, di nuove tecniche di governo e disciplinamento dei corpi.

Ad attacco sistemico e globale – ciò che Rita Segato ha definito nei termini di una vera e propria “guerra contro le donne” – si è deciso di rispondere in modo altrettanto strutturale, radicale e transnazionale: dall’Argentina alla Polonia, dalla Turchia agli Stati Uniti, dal Brasile all’Italia alla Spagna, per citare solo alcuni dei Paesi in sciopero l’8M, le donne – la nuova Internazionale femministahanno rifiutato ogni lettura semplicemente “culturalista” o, peggio, “vittimistica” della violenza di genere.

C’è chi parla di terza ondata femminista, certo è che un nuovo movimento femminista è insorto: un femminismo intersezionale, queer e anticapitalista, il cui tessuto connettivo non si fonda su un ipotetico essenziale femminile (in quanto tale trasversale), ma sulla materialità dei vissuti; sull’intersezione e la combinazione delle differenze e delle rivendicazioni.

Un femminismo capace di mettere radicalmente in discussione i perimetri che definiscono il confine binario legato al genere, rompendo gli argini angusti del maschile e del femminile, per fare spazio alla fluidità delle soggettività incarnate.

Diviene così possibile, per riprendere le parole di Veronica Gago, connettere la specificità della violenza sulle donne anche con altre forme di violenza.

È a partire da questi elementi che si esprime l’enorme forza di questo movimento. Diversamente dai movimenti globali sin qui emersi e vissuti – i quali hanno sempre preso le mosse da una generalità o, potremmo dire, da un’universalità delle rivendicazioni, per poi pensare, all’interno di questa cornice complessiva, le specificità – (le questioni di genere, quella migrante, ecologica, etc.) stiamo assistendo ora a un processo inverso: il punto zero è la specificità, la parzialità delle donne, dei nostri corpi incarnati e sessuati, una prospettiva situata e concretissima quindi, a partire dalla quale viene reimmaginato, reinventato e ricostruito un comune – e non un universale – delle lotte, dello sciopero, delle istanze che, necessariamente, riguardano non solo le donne ma tutti.

Femminista allora non è un semplice attributo, ma una postura, il punto di partenza, di angolazione, la lente attraverso cui leggere il reale, organizzare il conflitto, dire ciò che vogliamo e provare a prendercelo.

L’8 Marzo scorso ha rappresentato un’ulteriore conferma di questo cambio prospettico: le donne non solo hanno rovesciato l’ordine del discorso vittimistico sulla violenza di genere, ma si sono imposte come soggetto politico, con un piano rivendicativo radicale che sta mettendo in discussione l’assetto complessivo della società.

Uno sciopero che ha rifiutato nettamente di essere costretto nelle fila della sola battaglia “culturale o emancipatoria”, separata quindi da quelle “materiali”, “genuinamente vertenziali” del lavoro, del welfare, delle condizioni di vita e di sfruttamento. Questo sciopero ha sparigliato le carte, ha fatto saltare distinzioni tanto tradizionali quanto stantie: quella tra sciopero politico e sciopero sindacale in senso stretto, tra piano simbolico e piano materiale.

In questo senso si può dire che il processo innescato (e ancora tutto aperto) dalle donne non è stato solo di riappropriazione dello sciopero – contro l’uso monopolistico e proprietario dello stesso da parte del sindacato –, ma anche di ridefinizione e ampliamento del suo significato.

È stato, a tutti gli effetti, uno sciopero sociale, non di categoria quindi, ma trasversale al mondo del lavoro, esercitato dalle figure lavorative più diverse e non solo da quelle tradizionali – lavoratrici e lavoratori precari, intermittenti, informali, disoccupate – e agendo il blocco della riproduzione e del lavoro di cura.

Certamente uno sciopero politico, contro la violenza maschile sulle donne, ma uno sciopero non privo di piattaforma, di concretezza, di rivendicazioni tutt’altro che astratte o simboliche.

Rivendicazioni che contestano i meccanismi di inclusione/esclusione prodotti dalla deriva liberale del femminismo istituzionale: alla guerra alle donne si sta rispondendo reclamando reddito di autodeterminazione, nuove forme di mutualismo, welfare affrancato dallo sfruttamento, dall’assoggettamento, dalla marginalizzazione prodotti da rapporti sociali, economici e politici sempre più asimmetrici e violenti.

Per prendere di nuovo in prestito le parole di Veronica Gago, contro ogni retorica filantropica e paternalista che pensa di correggere la precarietà attraverso soggezione e paura, le donne rivendicano autonomia, libertà, gioia.

È a partire da questi presupposti che, qui in Italia, Non Una Di Meno sta scrivendo il Piano Femminista contro la violenza: rovesciando l’approccio neoliberale e governamentale, è ben lontano dall’essere una semplice contro-proposta al Piano Nazionale antiviolenza governativo, al contrario, avanza delle proposte che eccedono e ribaltano gli angusti parametri dell’assetto normativo istituzionale.

Non solo, quindi, potenziamento e ripensamento degli strumenti per i percorsi di fuoriuscita da relazioni violente, ma salario minimo europeo, reddito di autodeterminazione, welfare universale e non familistico, informazione, educazione e ricerca differenti, libertà di scelta, diritto all’aborto libero, gratuito e garantito…

Un piano delle lotte che sia vera e propria arma in grado di contrastare non solo la violenza ex post, ma le condizioni (economiche, sociali, culturali) che sono alla sua origine, che producono quotidianamente ricattabilità e vulnerabilità.

La giornata dell’8 Marzo ha indicato la giusta direzione, si tratta ora di saper interpretare i segnali e le risposte che arrivano: dovranno essere la capacità di spiazzamento delle pratiche, la radicalità e la complessità dei contenuti a ridefinire continuamente il piano della negoziazione e a proteggere l’autonomia politica e organizzativa del movimento da possibili manovre di cattura e neutralizzazione.

Dopo l’8 marzo, la domanda propulsiva è: come dare seguito a tutto ciò?

Come fare in modo che la natura globale di questo movimento non si attesti alla sola suggestione di comuni rivendicazioni, ma sia spinta reale al cambiamento, alla distruzione dei muri che sempre più minacciano le nostre vite?

Di quali strumenti, infrastrutture e forme organizzative dotarsi per far vivere nella sua pienezza – tanto al livello territoriale e regionale quanto, appunto, transnazionale – questa nuova Internazionale Femminista?

Non possiamo che ripartire dalla potenza di uno sciopero che ha spazzato via il vecchio, creando uno spazio e un tempo nuovi, aprendo un varco spazio-temporale inedito, dove è finalmente possibile incontrarsi, costruire nuove mappe della libertà a partire dai nostri desideri, oltre che dai nostri bisogni. Una “revoluciòn sensible” è in atto, il senso comune è in via di trasformazione, nuove e rivoluzionarie sensibilità si scorgono all’orizzonte.

Come raccontato dalle compagne e sorelle Argentine, l’8 Marzo è stato il primo giorno della nostra vita, una vita che all’individualismo neoliberale vuole opporre la potenza femminista dell’agire in comune, la capacità di riconoscersi negli sguardi di altre e altr*, il coraggio di prendere in mano il destino di questo mondo brutale perché nel far tremare la terra si possa finalmente sovvertire il reale e tornare a respirare.

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Sorgente: La revoluciòn sensible o dell’Internazionale femminista – DinamoPress

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