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Ma la Palestina esiste? | Q CODE Magazine

Storia del racconto culturale palestinese

di Silvia Moresi

“Dov’era l’Andalusia, qui o lì? Sulla terra… o in una poesia?”. Così scriveva il grande poeta Mahmud Darwish, interrogandosi metaforicamente sulla Storia e sul destino della sua terra, la Palestina. E dov’è oggi la Palestina? Rintracciare ciò che ne rimane sulle mappe geografiche attuali non è un’impresa semplice. I due piccoli territori in cui è stata frammentata, denominati Cisgiordania e Striscia di Gaza, sono separati e distanti, e i loro confini discontinui e intermittenti sono spesso delimitati con linee tratteggiate, simboli evidenti di una situazione ancora transitoria, soggetta alla politica di espansione delle colonie israeliane. Da quasi settant’anni, lo Stato di Israele si è letteralmente sovrapposto alla Palestina, occultando la sua geografia e la sua Storia, e facendo scomparire realmente e metaforicamente la sua popolazione.

Tra il XIX e il XX secolo, la società palestinese, sotto dominio ottomano, stava creando la sua identità, mescolando le sue plurali appartenenze (araba, islamica, cristiana, familiare, tribale, etc.) alle idee laiche del nazionalismo occidentale, veicolate dai collegi cristiano-ortodossi, e scontrandosi con l’elemento turco, adesso percepito come estraneo.

Dopo la caduta dell’impero ottomano nel 1912, grazie agli accordi Sykes-Picot, le potenze occidentali si spartirono il Medio Oriente, e la Palestina, nel 1920, fu posta sotto mandato britannico. In questi anni, si formò la nuova élite palestinese, e nacque una stampa di tipo nazionalistico (nel 1911 fu fondato il giornale al-Karmil, e nel 1926 al-Filastin) che, portando avanti una vasta campagna contro il mandato britannico e l’inizio dell’immigrazione ebraica, fu essenziale nella costruzione dell’identità palestinese.

Alla fine del XIX secolo, il giornalista Theodor Herzl, nel suo pamphlet Der Judenstaat, teorizzava, invece, la creazione di uno Stato ebraico proprio in Palestina, presentandolo alle potenze occidentali come “un avamposto della cultura contro le barbarie” (Theodor Hezl, Lo stato ebraico, Il Melangolo, 2003). Il sionismo, movimento politico alla base della fondazione dello stato di Israele, ebbe il pieno appoggio delle potenze coloniali europee visto che con esse condivideva gli ideali di quella missione civilizzatrice che considerava “gli altri” come inferiori e bisognosi di civilizzazione. Nel 1917, con la dichiarazione di Balfour, la Gran Bretagna, infatti, diede parere favorevole alla costruzione di uno stato ebraico in Palestina, e l’Agenzia Ebraica intensificò il trasferimento di ebrei europei nel territorio.  Lo scrittore e giornalista ungherese Arthur Koestler sintetizzò l’accaduto con queste eloquenti parole: “In Palestina, una nazione ha solennemente promesso a una seconda il territorio di una terza”.

L’obiettivo primario del sionismo diventò quello di “svuotare” la Palestina per attuare una “sostituzione di popolazione”, facendo così anche “profeticamente avverare” il suo più famoso slogan: “una terra senza popolo per un popolo senza terra”.

Gli intellettuali e gli scrittori palestinesi iniziarono a comprendere quale sarebbe stato il destino del loro popolo e della loro terra.

“Ma perché prolungare lunghissima via
E per noi e voi, e perché prolungare il cammino?
Basta a voi la terra che si svuoti di noi,
o per noi preferite la morte?”
(1935)
(Ibrahim Tuqan, Voi potenti,  in La terra più amata . Voci della letteratura palestinese, Manifestolibri, 2002, trad. W. Dahmash  P. Blasone)

Tanya Habjouqa – Olive Tree

Nel 1947, con la Risoluzione 181, l’Onu approvò la spartizione del territorio palestinese, a netto vantaggio della comunità ebraica. Quando l’esercito britannico lasciò la Palestina, le neonate milizie ebraiche, tra le quali l’Irgun e l’Haganah, intensificarono gli attacchi contro la popolazione palestinese con l’obiettivo di “ripulire” il territorio dalle “comunità non-ebraiche”. I gruppi paramilitari ebraici non cercarono in nessun modo di tenere nascosti i massacri da loro compiuti, anzi, li “pubblicizzarono”  per spaventare la popolazione palestinese che si trovò così di fronte a un’unica scelta: scappare o morire. Il 9 aprile 1948, la popolazione del villaggio di Deir Yassin venne torturata e massacrata.

“È stato Menachem Begin [primo ministro israeliano] a dire: ‘Se non avessimo vinto a Deir Yassin, lo Stato d’Israele non esisterebbe’. Non hanno mai occultato l’intenzionalità del massacro di Deir Yassin, visto che i loro automezzi giravano proclamando l’ultimatum con gli altoparlanti: ‘O evacuate o farete la fine di Deir Yassin’. In ogni paese che occupavano, radunavano tutti gli abitanti nella piazza e li lasciavano sotto il sole per ore, poi sceglievano i ragazzi più belli e li uccidevano davanti alla gente per convincerla ad andarsene […] e fare in modo che la notizia del massacro raggiungesse i paesini palestinesi ancora liberi.”
(Mahmud Darwish, Diario di ordinaria tristezza, in Darwish. Una trilogia palestinese, Feltrinelli, trad. E. Bartuli, R. Ciucani)

Il 15 maggio 1948, la nascita dello Stato di Israele ha rappresentato la “catastrofe” (al-nakbah) per il popolo palestinese, l’inizio della diaspora, la frammentazione.

Da questo momento in poi, i palestinesi hanno dovuto scontrarsi non solo materialmente con l’occupazione israeliana ma anche con la sua retorica, utilizzata per “giustificare” lo spossessamento delle loro terre e il loro massacro.

La conquista della Palestina, da sempre, infatti, è stata presentata come una “riconquista”, un ritorno legittimato da quello che gli israeliani ritengono il loro testo storico fondamentale, la Bibbia, che li consacra come unici “padroni” di quella terra. Per tentare di dare una valenza “scientifica” a questo discorso, gli israeliani portano ancora avanti un intenso lavoro di propaganda in campo storico e archeologico. Negli studi fatti dai ricercatori israeliani, i palestinesi semplicemente non esistono, scompaiono come fantasmi, occultati sotto le macerie dei loro villaggi.

“Quest’assedio si prolungherà fino a quando i signori
dell’Olimpo non avranno corretto le bozze dell’eterna Iliade.
[…]
Qui un comandante scava alla ricerca di uno Stato assopito
sotto le rovine della Troia che verrà.
[…]
Ogniqualvolta trovano una realtà che non gli conviene
la modificano con un bulldozer
perché la verità è schiava del testo, bella
bianca, senza malignità…”
(Mahmud Darwish, Stato d’assedio, Edizioni Q, trad. W. Dahmash)

Mentre la rampante occupazione israeliana si spingeva oltre i confini sanzionati dalla Risoluzione 181, i palestinesi in esilio iniziavano la loro opera di contro-narrazione per “proteggere la memoria”.

“Gli israeliani avevano fatto un grave errore di calcolo pensando che i profughi […] avrebbero ridotto il loro problema a quello della semplice sopravvivenza o ogni costo. Intellettuali palestinesi spuntarono improvvisamente dappertutto: scrivendo, insegnando, parlando […].”
(Jabra Ibrahim Jabra, L’esule palestinese come scrittore, in “Linea d’ombra”, trad. A. Cristofori)

La Palestina, ancora formalmente inesistente come Stato, non possiede una “Storia ufficiale”, cioè una narrazione riconosciuta che legittimi la sua stessa esistenza. Per un popolo senza nazione, la letteratura è l’unica Storia possibile. Le pagine degli scrittori e dei poeti palestinesi hanno, infatti, anche un ruolo essenziale nel doloroso percorso di riemersione esistenziale di questo popolo, sottoposto al processo coloniale di cancellazione dell’identità.

La letteratura palestinese ricostruisce la Storia di un popolo ormai disperso, la letteratura palestinese ricostruisce la Palestina con le parole.

“Abbiamo un paese di parole. Parla! Parla! E noi conosceremo la fine di questo viaggio”
(Mahmud Darwish, Viaggiamo come gli altri, trad. S.Moresi)

Dal 1948, per i profughi, la Palestina è diventata una realtà trasportata sulle spalle, ricordata nei romanzi e nelle poesie attraverso odori, colori e gesti di cui si è persa la quotidianità. La patria è evocata da sensazioni ma anche da oggetti concreti come la chiave, simbolo della speranza di poter ritornare nelle proprie case, ora occupate o distrutte.

“Non esiste un corpo solido come quello di una chiave, un corpo che la eguagli nel conservare le emozioni che porta con sé. Il tempo non può cancellare le impronte lasciate su una chiave, la traccia visibile delle emozioni nascoste di chi l’ha conservata […]. Come il tracciato di un elettrocardiogramma, la chiave registra rabbia, tristezza, la gioia  e la serenità. […] I proprietari di tutte quelle chiavi sopportano pazienti il loro esodo, convinti che «la pazienza è la chiave della provvidenza e della serenità».”

(Salman Natur, Memoria, Edizioni Q, trad. V. Pareali, C. Sorrenti)

Tanya Habjuoqa – Occupied Pleasures

 

Molti palestinesi, grazie a una “fantasiosa” legge israeliana (Legge sulla Proprietà degli Assenti), sono stati espropriati di case e terreni perché considerati “assenti” dal loro domicilio al momento della costituzione dello Stato di Israele. Costretti a fuggire nel 1948, i palestinesi, nonostante possiedano documenti che attestano la proprietà di questi beni immobili, non possono rivendicare più alcun diritto sugli stessi. Sono “assenti” pur essendo “presenti”.

In Ritorno a Haifa (Edizioni Lavoro, trad. Isabella Camera d’Afflitto), capolavoro della letteratura palestinese, lo scrittore Ghassan Kanafani narra la storia di Said e sua moglie Safiya che, scappati da Haifa nel 1948, vent’anni dopo hanno la possibilità di tornare nella loro città per rivedere la loro casa e per cercare il figlio perduto nella fuga. Nella loro casa rimasta intatta, ma ormai proprietà di un’anziana signora ebrea polacca, entreranno solo in qualità di “ospiti”.

“[Said] Riuscì a vedere molte cose che gli erano state familiari un tempo, e che continuava a considerare tali: cose intime, private, care, e che aveva sempre creduto di sua proprietà sacra e inviolabile pensando che nessuno potesse realmente riconoscerle come proprie e toccarle, o guardarle. Ecco la fotografia di Gerusalemme, se la ricordava benissimo, ed era ancora appesa là dove l’aveva messa lui, quando abitava in quella casa. Sul muro di fronte c’era un piccolo tappeto di Damasco, rimasto anch’esso al suo posto. […] In mezzo alla stanza c’era ancora lo stesso tavolino. Sopra, il vaso di vetro era stato sostituito con un altro, di legno, in cui erano infilate alcune penne di pavone. Sapeva che dovevano essere sette, e cercò di contarle, restando seduto ma non ci riuscì; si alzò, si avvicinò al vaso di fiori e cominciò a contarle una per una. Erano soltanto cinque.”

Nel 1967, Israele, dopo aver sconfitto gli eserciti arabi, occupò nuove parti del territorio palestinese, ma anche il Sinai, in Egitto, e le alture del Golan, in Siria.

Il termine naksah (ricaduta), utilizzato per indicare questo periodo, ben rappresenta lo stato d’animo di molti palestinesi (e non solo) che vissero questa seconda disfatta come una nuova “infermità”, la “ricaduta” in una malattia dalla difficile guarigione.

La naksah confermò ai palestinesi la loro condizione di apolidi e di eterni esuli, trasformando la Palestina in un “fardello”, un ostacolo alla possibilità di vivere una vita normale, causa di tristezza e sofferenza continua.

“Tutto il parentado sembrava aver rinunciato per sempre alla Palestina, che diventò un posto dove non saremmo più tornati, sempre più raramente nominato, fonte di nostalgia struggente ma muta.”
(Edward Said, Sempre nel posto sbagliato, Feltrinelli, trad. A. Bottini)

Questa comunità diasporica ancora oggi si trova a lottare costantemente tra due sentimenti:  il tentativo di “rimozione” totale della Palestina per tentare di costruirsi una vita normale, e la ghurbah, parola che non trova perfetta traduzione nella lingua italiana, un misto di nostalgia e tristezza per la patria perduta, ma anche un esilio metaforico, un esilio del sé.

Murid al-Barghouthi, uno dei più grandi poeti palestinesi, nel suo romanzo autobiografico Ho visto Ramallah (Illisso, trad. M. Ruocco), descrive, in una pagina di altissima di letteratura, quel che è la ghurba:

“La ghurba non è mai una sola, ne esistono molteplici. Esili che ti ruotano attorno e chiudono il cerchio. Provi a scappare, ma ti stanno dietro. Quando ti ha preso diventi un estraneo nel e per il luogo in cui ti trovi. L’esiliato diventa estraneo ai suoi stessi ricordi e proprio ad essi si afferra. Si pone al di sopra del presente e dell’attimo che fugge. È sufficiente vivere in esilio una sola volta per sentirsi sradicati per sempre. […] La vita abitua lo straniero a un quotidiano esercizio di adattamento. […] La vita non ama chi protesta, e riesce a corrompere l’esule finché non si accontenta e accetta, senza problemi, anche gli eventi più insoliti. Questo è quello che accade all’esule, allo straniero, al prigioniero, e a volte accade lo stesso anche al fallito, allo sconfitto, a chi è stato respinto.”

La comunità palestinese che si è ritrovata a vivere all’interno dello Stato di Israele, come affermato dall’intellettuale Elias Sanbar, vive nella propria terra ma allo stesso tempo lontanissimo da essa, non riesce a “riconoscerla”. La concreta e reale distruzione della Palestina, è stata, infatti, accompagnata dalla distruzione della sua “narrazione storica e simbolica” attraverso il processo di “ri-ebraizzazzione” della terra. Città, strade, colline e fiumi sono stati rinominati secondo antichi nomi biblici, tutto è stato modificato per far diventare la Palestina il “materno suolo natio” del popolo israeliano.

Il quartiere ebraico di Gerusalemme, ad esempio, secondo l’architetto Eyal Weizman, è stato trasformato in un luogo chiuso e artificiale, molto simile a un “parco tematico a soggetto ‘biblico’”.

I palestinesi con cittadinanza israeliana, seppur appartenenti giuridicamente a questo stato, sono sempre stati considerati cittadini di serie B. Israele, infatti, deve essere e rimanere uno stato prettamente ebraico e, dunque, i palestinesi, musulmani o cristiani che siano, sono spesso definiti come un “problema”, soprattutto nei testi scolastici israeliani. Questa complessa situazione giuridica e psicologica crea nei palestinesi di Israele una sorta di “schizofrenia identitaria” divenuta il tema cardine della letteratura di questa comunità. Lo scrittore palestino-israeliano Sayed Kashua, nei suoi romanzi scritti in ebraico, ha sempre affrontato questa condizione di “dualità identitaria” con una sorta di amaro umorismo, per tentare di ribaltare i rapporti di forza. Autore anche di numerosi articoli  sul quotidiano Haaretz, e sceneggiatore della sitcom di successo Arab Labor, nel 2014, Kashua, dopo il nuovo massiccio bombardamento di Gaza, ha però deciso di lasciare Israele e trasferirsi negli Stati Uniti:

“Le uniche ragioni per cui adesso sono in Illinois sono il razzismo e la disperazione che credo di non essere più riuscito a gestire nell’estate del 2014. Era frustrante. […] Ho avuto la forte sensazione di aver preso strade sbagliate nella mia vita […]… scrivere per la televisione scegliendo una lingua sbagliata, vivendo in un posto sbagliato.”
(https://urly.it/21uqk)

Raeda Saadeh – Keep your eye on the wall

Le rivolte popolari palestinesi, note come intifada, scoppiate nel 1987 e nel 2000, e i fallimentari Accordi di Oslo del 1993, non hanno mutato la condizione dei palestinesi dei Territori Occupati che vivono appieno ancora oggi la condizione di colonizzati.

La Cisgiordania, il cui territorio viene costantemente “rosicchiato” dagli insediamenti illegali, dal 2002 è anche attraversata dall’imponente muro costruito da Israele che ha letteralmente “strozzato” molti villaggi palestinesi, sottraendo loro anche le risorse idriche.

L’intricata rete di check-point e posti di blocco, fissi e mobili, è il modo in cui Israele esercita direttamente il suo costante controllo sul territorio ma anche sul tempo. Nel racconto Fuori dal tempo (in Pallidi segni di quiete, Argo, trad. M. Ruocco) della scrittrice Adania Shibli, l’orologio della protagonista, sottoposta a lunghe ore di interrogatorio, decide di non segnare più il tempo.

“Quando sono tornata a casa, mi sono accorta che erano le ventuno, ma il mio orologio continuava a segnare le tredici e cinquanta. Sembra che abbia voluto consolarmi facendomi illudere che tutte quelle perquisizioni e quel ritardo non fossero durati nemmeno un minuto; come qualcosa che non fosse mai accaduto. Oppure probabilmente, esso si rifiuta semplicemente di contare il tempo rubato alla mia vita.”

La Striscia di Gaza, una prigione a cielo aperto, è costantemente sotto attacco dell’esercito israeliano che prende come pretesto per le sue violente rappresaglie i razzi lanciati dal movimento islamico di Hamas. La retorica israeliana sulla sicurezza si sgretola, però, leggendo le parole che Mahmud Darwish dedicò a Gaza nel 1973, quattordici anni prima della nascita, in Palestina, del movimento di Hamas e sedici anni prima dell’inizio degli attacchi suicidi.

“I nemici possono avere la meglio su Gaza […]
Possono tagliarle tutti gli alberi.
Possono spezzarle le ossa
Possono piantare carri armati nelle budella delle sue donne e dei suoi bambini. Possono gettarla a mare, nella sabbia o nel sangue.
Ma lei:
non ripeterà le bugie.
Non dirà di sì agli invasori.”
(Silenzio per Gaza in Diario di ordinaria tristezza)

Come ha affermato Nurit Peled nel saggio intitolato La Palestina nei testi scolastici di Israele, l’indottrinamento subito da tutta la società israeliana, soprattutto attraverso l’istruzione, ha portato le ultime tre generazioni di israeliani a ignorare completamente la storia, la realtà sociale e geopolitica del proprio Stato. Pensare, quindi, che la società e la politica israeliana possano mutare in maniera sostanziale dall’interno è un’utopia.

I palestinesi, esiliati dentro e fuori dalla loro terra, sono stati disumanizzati e ridotti a stereotipi dalla retorica israeliana che è riuscita così a “razionalizzare” l’occupazione, rendendola “accettabile” per l’Occidente, palesemente schierato a favore di Israele o colpevolmente muto.

Forse, solo un intenso lavoro culturale, che porti alla luce il racconto palestinese, potrà influenzare le società occidentali, costringendo i diversi governi a una presa di posizione obiettiva sulle politiche razziste e colonialiste israeliane.

Forse, solo un intenso lavoro culturale potrà riaffermare l’esistenza di una terra che si chiamava e si chiama Palestina.

“[…] sbirceremo la nostra terra attraverso le parole delle stelle,
l’aria sospesa sui laghi,
attraverso le morbide e fragili spighe di grano,
attraverso i fiori dei cimiteri, o le foglie del pioppo,
attraverso tutto quello che assedi…
morti che muoiono,  morti che vivono,
morti che ritornano,  morti che rivelano segreti.
Concedete tempo alla terra ed essa dirà la verità, tutta la verità
su di voi,
su di noi,
su di noi,
e su di voi!”
(Mahmud Darwish, Ultimo discorso del pellerossa all’uomo bianco, in Undici pianeti, trad. S. Moresi)

Sorgente: Ma la Palestina esiste? | Q CODE Magazine

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