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Il Papa a San Vittore: «Passava fila per fila a salutare ogni detenuto» – milano.corriere.it

milano.corriere.it –  Il racconto. Il Papa a San Vittore: ” Passava fila per fila a salutare ogni detenuto ” Gloria Manzelli, che dirige la casa circondariale di San Vittore dal 2004, racconta l’emozione della visita di papa Francesco: «Uno per uno. Ha avuto una parola per ciascuno. Non dimenticherò mai che cosa è stato»

«Uno per uno. Non ne ha saltato uno. Avrà stretto mille mani. Non per dire: tra detenuti e agenti e operatori almeno mille, sul serio. Non ne ha saltato uno solo. È stata una emozione fortissima». Gloria Manzelli dirige la casa circondariale di San Vittore dal 2004. A dispetto delle sue origini romagnole non è — chi la conosce lo sa — una che si lascia andare a mettere in piazza le emozioni come acqua fresca.
E del resto la visita di un Papa in un carcere (questa di Francesco è stata per San Vittore una prima volta assoluta) al netto delle suggestioni evocative comporta una serie di responsabilità e decisioni da prendere la cui complessità si intuisce anche solo pensandola. Con lo stress che si immagina, per chi quelle responsabilità ce le ha.
Ma adesso che siamo al giorno dopo, che è andato tutto liscio, adesso che i tanti «speriamo bene» ripetuti per mesi a chi chiedeva «allora?» hanno lasciato il posto ad altrettanti e più «benissimo» detti a chi lo chiede ora, perfino Gloria Manzelli si ritrova a cercare le parole per sintetizzare quanto di Francesco è rimasto dentro e continua come un disco a tornare su quell’immagine: «Uno per uno. Ha avuto una parola per ciascuno. Non dimenticherò mai che cosa è stato».
Torniamo indietro a quando glielo dissero: «Guarda che in marzo verrà il Papa».
«Sinceramente: quando la voce cominciò a circolare pensai che era impossibile. Poi però arrivò la comunicazione della Curia, e del Provveditore, e lì ho capito che sarebbe successo.
Non c’è stato il tempo per pensarci troppo, abbiamo cominciato a lavorare ed è stato un lavoro di squadra per il quale voglio ringraziare tutti, dalla polizia penitenziaria a tutti gli operatori, i medici, gli psichiatri, i volontari, tutti: e naturalmente i detenuti, uomini e donne, che sin dal principio ma soprattutto ieri durante la visita sono stati straordinari».
foto –Papa Francesco, la visita a Milano

La sua emozione più forte?
«Il momento dell’arrivo. Eravamo fuori dal portone ad aspettarlo e quando ho visto la papamobile sbucare dall’angolo in via degli Olivetani, e avvicinarsi, e poi lui scendere e venire verso di noi sorridendo ho pensato “ma sta succedendo veramente?”. Indimenticabile».

Lui aveva fatto richieste particolari?
«Una cosa ci era stata chiesta espressamente. Il Papa non voleva che fosse una passerella, voleva davvero avere modo di incontrare tutti. Non era una cosa semplice dal punto di vista logistico. Ma tutto è ruotato attorno alla volontà di consentire che questo avvenisse: come poi è avvenuto».

foto  – Le lettere dei detenuti di San Vittore per il Papa

Come è stato l’incontro?
«Commovente, intenso. In alcuni punti, per esempio durante il pranzo con circa cento di loro, anche divertente. Molti detenuti hanno pianto. Ma senza mai scomporsi, sono stati esemplari anche nei trasferimenti. Quando ha incontrato il gruppo dei protetti al sesto raggio si è commosso anche lui».

Cosa lo ha toccato di più secondo lei?
«Difficile scegliere un momento. Ma forse quando tre detenuti, due uomini e una donna, gli hanno letto le cose che avevano preparato a nome di tutti e a un certo punto hanno detto “preghi per noi e noi pregheremo per lei”. È stata una frase molto forte. Il carcere purtroppo è un posto in cui si è portati a chiedere più che a offrire. Ma qui loro gli hanno offerto la cosa più profonda, personale e a mio avviso sincera che avevano. Il Papa li ha ringraziati tanto per questo».

foto – Papa, la visita e il pranzo a San Vittore

E loro?
«La parola giusta forse è rapiti. Torno a dirlo: ha avuto una parola, una stretta di mano, una carezza, uno sguardo personale per ciascuno di loro. In rotonda è passato fila per fila, fino a raggiungere l’ultimo in fondo. Più di cinquecento sono stranieri. Non lo dimenticheranno. Come noi, del resto».

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