Brexit, cosa cambia per l’Europa (e il mondo) – corriere.it/esteri

29 Marzo 2017 0 Di uboot96

corriere.it/esteri – Brexit, cosa cambia per l’Europa (e il mondo) su immigrazione, finanza, economia, politica, università, ricerca, scuola cibo e sport.

Ore 12.30: prende il via la Brexit Diretta

Tutte le conseguenze dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea   di Belloni, Cavalera, De Cesare, De Gregorio, Fantigrossi, Guerzoni, Massaro, Mereghetti, Morosi, Rastelli, Sarzanini, Sparisci, Virtuani

1. Immigrazione
La Gran Bretagna aveva deciso di esercitare l’«opt out» in materia di immigrazione e quindi di non partecipare ad alcuna politica comune per l’accoglienza degli stranieri che arrivano in Europa. Si tratta della possibilità – di cui godono anche Irlanda e Danimarca – di rimanere nell’Ue senza impegnarsi su alcuni dossier. La Brexit non avrà dunque conseguenze pratiche rispetto all’attuazione dell’agenda Juncker sulla ricollocazione dei profughi, ma potrebbe avere gravissime ripercussioni politiche.
Il timore più forte riguarda le prossime mosse degli Stati che fanno parte del Gruppo Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) contrari a misure assistenzialiste nei confronti dei richiedenti asilo. Ma a questo punto anche la minima collaborazione già offerta dai paesi come Francia e Spagna potrebbe venire meno, per rispondere alle richieste delle opposizioni interne contrarie a qualsiasi tipo di intervento che preveda l’accoglienza di profughi e migranti economici. Partiti e movimenti che hanno ripreso forza e vigore con la vittoria di chi voleva l’uscita dall’Unione.
Cameron ha assicurato che non ci saranno cambiamenti per quanto riguarda le frontiere e dunque il movimento delle persone e delle merci. Bisognerà vedere se dal punto di vista pratico sarà davvero così, anche perché più volte in passato è stata minacciata da vari Paesi l’uscita dal Trattato di Schengen e adesso che il Regno Unito non fa più parte della Ue sembra davvero difficile che tutto possa rimanere come prima. (F. Sar.)
2. La difesa
Grazie anche alla propaganda pro-Brexit è drasticamente diminuita la probabilità che i miliziani dello Stato islamico si trovino prima o poi a dover affrontare quello che l’ex presidente della Commissione europea Romano Prodi ha definito «il miglior esercito europeo».
Se mai sarà una spedizione militare del Vecchio Continente a scendere in campo contro l’Isis, dopo il referendum del 23 giugno l’esercito britannico non dovrebbe più farne parte: niente 7ma divisione corazzata, niente Commandos, niente Parachute regiment.
E soprattutto niente Sas, il corpo speciale che è servito da esempio a tutte le unità antiterrorismo degli eserciti d’Occidente. Nato nel 1941 in Africa settentrionale per iniziativa del capitano David Stirling, lo Special Air Service (con il motto «Who dares wins») fu ideato per effettuare incursioni nelle retrovie italo-tedesche soprattutto dirette contro gli aeroporti.
Un ruolo d’assalto, quindi, a differenza di quello del Long Range Desert Group, l’altra famosa formazione militare britannica in Africa, che invece si occupava soprattutto di ricognizione profonda. Dopo la resa delle forze dell’Asse in Tunisia nel maggio 1943, operarono in Italia e, in seguito allo sbarco in Normandia (6 giugno 1944), in Francia e Belgio, dove agirono soprattutto in supporto dei movimenti di resistenza locali.
Nel dopoguerra hanno combattuto in Corea, Malaysia, Borneo, Oman, Aden fino alla prima (1991) e seconda (2003) guerra del Golfo in Iraq e fino alle operazioni anti Talebani in Afghanistan. Sempre il Sas é intervenuto per risolvere la crisi degli ostaggi presi nell’ambasciata iraniana di Londra nel 1980 e poi ancora in (discusse) operazioni contro l’Ira in Irlanda del Nord e contro le forze armate di Gheddafi in Libia nel 2011 (ma mancano conferme certe).
Chi siano questi alleati dopo il referendum del 23 giugno 2016 non è più chiarissimo (leggi l’approfondimento di Silvia Morosi e Paolo Rastelli su www.pochestorie.corriere.it)
3. Finanze e banca
Le banche potrebbero lasciare la piazza finanziaria di Londra? È una possibilità, non del tutto remota, anche se comporta problemi pratici, giuridici e logistici non da poco. Gli stessi colossi britannici hanno paventato la fuga dalla capitale britannica in caso di vittoria della Brexit, per evitare di restare fuori dai flussi finanziari dell’Unione europea. Tra le prime banche a minacciare l’uscita dal Regno Unito è stata, già l’anno scorso, Hsbc.
E non c’è solo la scelta delle singole banche ma anche la concorrenza tra le città. Francoforte e Parigi si sono già candidate ad accogliere gli istituti che volessero trasferire le loro attività da Londra, e anche Milano potrebbe giocare un ruolo in termini di attrattività: «Credo che non sia una buona notizia per l’Unione Europea ma potrebbe esser una opportunità per Milano», ha non a caso detto il neosindaco di Milano Sala. «Ho qualche idea in testa – ha aggiunto Sala – ci lavoreremo nelle prossime settimane dato che la situazione è in evoluzione».
Se pure il quartier generale delle banche resterà a Londra, si potrebbe assistere a un ridimensionamento delle loro strutture: Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, ha avvertito all’inizio di giugno che la banca americana, che impiega oltre 16mila persone nel Regno Unito, potrebbe spostare tra le 1.000 e le 4.000 persone, in particolare quelle impegnate nelle funzioni di back-office. Morgan Stanley prevede di trasferire 1.000 persone delle 6.000 che nel Regno Unito gestiscono operazioni verso l’Ue mentre Goldman Sachs dovrebbe trasferirne almeno 1.600. (F. Ma.)
4. Ambiente
Dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea la politica di difesa dell’ambiente da parte dell’Ue si indebolisce complessivamente ma in alcuni settori potrebbe risultare più omogenea. La maggior parte delle principali associazioni ambientaliste britanniche si erano espresse contro la Brexit, ma non erano mancate le voci critiche verso Bruxelles, per esempio sull’ambigua gestione delle emissioni dei gas di scarico nello scandalo del dieselgate, fortemente influenzata da Berlino.
L’Ue è stato l’attore che più ha spinto per arrivare al Trattato di Parigi a Cop21 per limitare il riscaldamento globale, forte anche del peso diplomatico di Londra. L’assenza della Gran Bretagna potrà far diminuire la voce dell’Ue nel corso delle prossime trattative ambientali di fronte a colossi come gli Usa (specie se il prossimo presidente sarà Donald Trump) e la Cina.
L’altra faccia della medaglia è una politica ambientale più omogenea all’interno dell’Ue. Non è un segreto per nessuno che Londra aveva (e ha) posizioni che spesso hanno bloccato o rallentato posizioni unitarie su temi ambientali scottanti come gli Ogm (anche se non ci sono coltivazioni su larga scala), il glifosato (oggi la Commissione Ue non ha ottenuto la maggioranza qualificata di Paesi per la proroga dell’autorizzazione dell’erbicida e ora potrebbe procedere autonomamente alla proroga) e la messa al bando della controversa pratica di estrazione di idrocarburi chiamata fracking.
Sul piano interno, la Brexit (specie nel caso di prossima larga vittoria elettorale dei conservatori guidati da Boris Johnson) porterà per esempio alla liberalizzazione totale del fracking, e alla possibile diminuzione dei limiti di inquinamento da gas di scarico (Londra è una delle città europee dove è più alta la concentrazione di ossidi di azoto). Però occorre dire che la Gran Bretagna ha già investito da tempo nelle energie rinnovabili, in particolare nell’eolico offshore, e ha chiuso le inquinanti centrali a carbone e anche l’ultima miniera che estraeva antracite è stata chiusa lo scorso anno. (P.V.)
5. Le compagnie aeree
Traballa il cielo unico europeo. Attualmente la progettazione, la gestione e la regolamentazione dello spazio aereo sono armonizzate in tutta l’Ue. Certificati, autorizzazioni, codici sono tutti uguali per le compagnie aeree degli Stati membri.
Cosa succederà ora per i vettori inglesi? Difficile a dirsi ma lo spazio unico europeo potrebbe anche non valere più per la Gran Bretagna e i suoi vettori aerei, che potrebbero dover fare ulteriori accordi e sottoscrivere nuovi permessi per volare in Europa. EasyJet si è già portata avanti e ha annunciato di aver scritto al governo britannico e alla Commissione Europea «chiedendo di porsi come priorità la permanenza del Regno Unito nel Mercato unico europeo dell’aviazione».
Il focus iniziale di EasyJet, per sua stessa ammissione, è rivolto ad accelerare la discussione con i governi del Regno Unito, dei Paesi europei e gli enti regolatori per assicurarsi che il Paese resti parte del mercato unico europeo dell’aviazione. «Ue e Gran Bretagna – ha detto Oliver Jankovec, direttore generale di Aci Europe, l’associazione che rappresenta oltre 500 scali in 46 paesi Europei, Inghilterra compresa – si trovano ad affrontare la sfida di stabilire una nuova relazione.
Mentre al momento c’è incertezza su quello che sarà il modello, sarà essenziale che consenta ai mercati dell’aviazione dell’Ue e della Gran Bretagna di restare pienamente integrati e basati su regole totalmente allineate, se non comuni».
Secondo Hsbc, il colosso bancario britannico, il settore aereo subirà enormi conseguenze con utili in calo e costi alle stelle. Le compagnie impegnate con il mercato Uk subiranno dei contraccolpi anche per il calo del Pil e della domanda di voli. Ipotesi confermata da Iata, l’International Air Transport Association, secondo cui il numero dei passeggeri britannici potrebbe calare del 3-5% entro il 2020, con l’atteso calo dell’economia e la caduta della sterlina.
Potrebbero aumentare anche i prezzi dei voli low cost, in particolare quelli di Easyjet, visto il drastico crollo della sterlina nel cambio con il dollaro (il carburante si paga in dollari). Michael O’Leary, l’ad di Ryanair, aveva annunciato nei giorni scorsi pesanti disinvestimenti in caso di vittoria della Brexit. Ma avendo, la compagnia low cost, base legale a Dublino, le ripercussioni saranno legate soprattutto alle scelte del management.
Ma c’è anche chi sottolinea l’importanza di evitare falsi allarmismi. La Svizzera, pur essendo fuori dall’Ue, ha stretto nel corso degli anni pacchetti di accordi in numerosi ambiti, incluso quello aereo. E grazie alla concessione dei diritti di traffico e al divieto di discriminazione, le compagnie aeree svizzere sono praticamente equiparate alle loro concorrenti europee e beneficiano di condizioni concorrenziali equivalenti (C.D.C.).

Sorgente: Corriere della Sera

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