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Borse: perchè i listini «snobbano» gli attentati terroristici

Ieri, intorno alle 15,49 (ora italiana), la notizia che qualcosa di grave era accaduto davanti al Parlamento inglese a Londra ha iniziato a diffondersi. Poco dopo, alle 15.54, l’agenzia di stampa Reuters ha rilanciato l’indicazione che potevano esserci almeno 12 feriti. Passati due minuti Scotland Yard ha indicato che i suoi uomini erano sul posto. Dalle 16.00 in poi si è fatto sempre più certo che, purtroppo, c’era stato un attacco vicino a Westminster.

Di fronte ad un simile susseguirsi di eventi quali le reazioni dei mercati? L’S&P 500 di Wall Street, dopo essere stato un po’ sull’ottovolante, ha archiviato la seduta in territorio positivo (+0,16%). Londra da par suo, caratterizzata da un trading laterale, ha chiuso in calo dello 0,7%. L’oro, invece, è salito a 1.247 dollari l’oncia (aveva aperto intorno a 1.245 dollari). La sterlina infine, pur contraddistinta da un brevissimo strappo al ribasso nel momento delle prime notizie, in serata viaggiava (analogamente al Vix) sullo stesso livello dell’ apertura.

Insomma: una mix di dinamiche che, in generale, ha confermato come i listini abbiano cinicamente «snobbato», almeno nella seduta di ieri, l’attacco a Londra. Certo: il balzo dell’oro (+3,1%) è stato un segnale d’avversione al rischio. Inoltre il «flash crash» della moneta britannica ha testimoniato il timore degli investitori. E però, in generale, non può negarsi che i mercati finanziari abbiano guardato alla tragedia londinese con distacco.

I mercati «snobbano» gli attacchi
Una performance che, al di là della definitiva conferma sulla natura dell’assalto, ci ricorda come le Borse «snobbino» gli attacchi terrostici. In una tabella pubblicata dal Washington Post Jeffrey Kleintop, capo delle strategie globali d’investimento per Charles Schwab, ha mostrato come i listini azionari non si curino troppo del fattore-terrore. L’esperto ha analizzato i 26 principali eventi terroristici dal 1970 ad oggi. Ebbene il risultato è che le principali piazze borsistiche, in media, ci hanno messo solamente 2,8 settimane per tornare ai livelli precedenti all’evento. È vero! Le medie raccontano sempre metà della storia. A causa dell’ attacco dell’11 settembre alle Torri gemelle, ad esempio, Wall Street rimase chiusa per diversi giorni, ripartendo il 17 settembre. Una giornata in cui il Dow Jones, bisogna ricordarlo, toccò il minimo intraday a 8.755,46 punti. Tanto che solo un mese dopo il paniere azionario ritoccò i livelli precedenti l’attacco. Non solo. In altri eventi terroristici (ad esempio nell’episodio delle bombe del 2004 a Madrid oppure dell’assalto all’ambasciata americana a Nairobi nel 1999) i mercati sono caduti e ci hanno messo un po’ per riprendersi. Ciò detto, però, la reazione è stata sempre piuttosto contenuta. Perchè? I motivi sono diversi. In primis è la conseguenza del fatto che le Borse valutano soprattutto l’impatto economico dell’evento. Questo, dal lato umano, è una tragedia indicibile. Ma sul fronte degli economics viene spesso considerato (salvo casi eccezionali) avere un effetto limitato. Inoltre c’è l’elemento emotivo. Cioè: nel breve periodo può anche aversi una reazione. La quale però, passato lo shock, rientra. Soprattutto in un contesto, quale l’attuale, dove il clima di tensione è diventato (purtroppo) la normalità. Una sorta di «assuefazione» che, ad esempio, porta gli operatori a prezzare in anticipo simili eventi nelle loro valutazioni. E non solo. La maggiore presenza di trader robot riduce ulteriormente l’istintualità umana. La quale, piaccia o non piaccia, finisce sempre di più sullo sfondo.

Gli impatti sui diversi comparti
Ovviamente queste considerazioni sono valide soprattutto per i listini principali. I segmenti di settore, invece, possono subire maggiori conseguenze. Così, ad esempio, è stato per le compagnie aree dopo l’11 settembre. Anche qui, tuttavia, deve rilevarsi come i consumatori si stiano abituando alla situazione di emergenza. Vale a dire: a fronte degli attentati che colpisco Aeroporti o mete turistiche dovremmo attenderci un calo nel traffico passeggeri. Il che, invece, non accade. C’è sì una diminuzione nel periodo immediatamente successivo l’attacco. Poi, però, la dinamica di fondo al rialzo riprende. Tanto che, nel 2017, la Iata da un lato prevede una crescita del traffico globale aereo del 5,6%. E, dall’altro, considera il rialzo del prezzo del petrolio l’unica reale variabile che può influenzare le compagnie di volo.

….e su diversi Stati
Fin qui alcune valutazioni in generale. Considerando il fenomeno più a fondo, però, le situazioni possono cambiare. Un esempio? Lo offre uno studio di Sanjay Kumar e Jiangxia Liu, economisti rispettivamente della Pennsylvania State University e della Gannon University. Ebbene gli esperti hanno riscontrato che la Borsa di un piccolo stato, partner commerciale di un Paese più importante colpito dall’attacco terroristico, rischia di subire un contraccolpo maggiore rispetto al listino dello Stato oggetto dell’attentato stesso. La probabilità per il mercato minore di subire un profondo impatto negativo è, infatti, 7,5 volte superiore rispetto a quella del Paese più grande.

Insomma: le differenze di certo esistono. E, tuttavia, la tendenza di fondo è che i listini tendono a snobbare gli eventi terroristici. Sempre che questi non implichino concrete conseguenze alla stabilità geo-politica o alle dinamiche economiche. Oppure non siano (accade anche questo…) un’opportunità di speculazione.

 

Sorgente: Il Sole 24 ORE

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