CORSICA(2): DOPO LE GUERRE FRATRICIDE, LA SOLUZIONE POLITICA?-Gianni Sartori

25 Febbraio 2017 0 Di ken sharo

CORSICA:

DOPO LE GUERRE FRATRICIDE, LA SOLUZIONE POLITICA?

(Gianni Sartori)

AJACCIO, LUGLIO 1983

 

Non fosse stato per il clima e per i colori della terra e del cielo, in quei primi giorni di luglio del 1983 sembrava di essere in Irlanda e non in quel di Aiaccio.

La bara portata a spalla sulla porta della chiesa, il volto coperto, le giacche verde olivo di foggia militare dei volontari pronti a sparare in aria per il “Saluto finale”, evocavano situazioni analoghe già viste a Derry e Belfast. Solo l’ordine gridato dal capo plotone (“Fora! Fora!”) in lingua corsa e non in gaelico riportava bruscamente gli attoniti spettatori nell’Isola di Granito.

Guy Orsoni, militante ben conosciuto della CCN (Consulta dei comitati nazionalisti) era stato assassinato, il 17 giugno del 1983, in circostanze mai chiarite. Si era parlato di un “regolamento di conti”, ma il possibile movente rimaneva oscuro.

Rendendogli gli onori militari, la prima cerimonia del genere in Corsica, il “Fronte di liberazione naziunale di a Corsica” lo rivendicava come proprio militante.

Il Flnc era nato nel 1976 dalla riunificazione dei militanti di preesistenti gruppi clandestini minori (“Fronte paesanu corsu” e “Ghiustizia paolina”) con alcuni fuoriusciti da “Azione per a rinascita di a Corsica”. Da un calcolo approssimativo fatto ancora dieci anni fa, erano oltre 15mila gli attentati rivendicati dal Flnc. Anche se da allora si registra un calo, sia per quantità che per intensità, oggi come oggi penso si possa parlare di circa 20mila attribuibili all’organizzazione clandestina storica.

Nel corso degli anni il movimento ha conosciuto divisioni, scontri interni, derive di stampo mafioso.

Vere e proprie faide in cui talvolta era riconoscibile la longa manus dei servizi segreti francesi, impegnati ad alimentare personalismi, divisioni e vendette.

Tra gli episodi più clamorosi in cui era ipotizzabile un intrigo tra mafie locali, servizi segreti e frange interne al movimento (“l’una contro l’altra armata”), l’uccisione di uno dei fondatori del Flnc, Jean-Michel Rossi nell’agosto del 2000 e  quella di un altro leader storico, Francois Santoni, nel 2001.

Entrambi esponenti di “Armata Corsa”, un gruppo dissidente che si era opposto al “processo di pace di Matignon” (luglio 2000) sostenuto invece dal Flnc.

Non meno complicato quanto contemporaneamente avveniva in ambito strettamente politico. Dalla CNN (negli anni ottanta considerata la “vetrina legale” del FLNC) al “Movimentu corsu per l’autodeteminazione” e “A Cuncolta naziunalista” (da cui nel 1989 si era staccata la “Accolta naziunale corsa” che non lesinava qualche critica anche al FLNC).

Tra il 2015 e il 2010 si era avuta una sorta di “rifondazione politica” da cui era emerso un soggetto sostanzialmente unitario: “Corsica Libera”. Alle elezioni amministrative del marzo 2010, vinte dalle liste di sinistra, alla nuova formazione indipendentista era andato il 10% dei voti mentre gli autonomisti di “Femu a Corsica” erano arrivati al 26%.

 

Facciamo ora un passo indietro per cercare di orientarci nella tragica catena di delitti che ha segnato le vicende corse degli ultimi decenni colpendo anche esponenti dell’indipendentismo.

 

1995 – 1996:

PERICOLO DI AUTODISTRUZIONE PER L’INDIPENDENTISMO CORSO?

 

Con un tempismo degno di miglior causa, la tragica sequenza di uccisioni che aveva insanguinato la Corsica tra la fine del 1995 e l’inizio del 1996, causando in pochi mesi oltre una ventina di vittime (militanti e non), veniva abilmente strumentalizzata dai media per decretare (per l’ennesima volta) la fine della lotta per l’autodeterminazione.

Tra gli altri “Il Manifesto” (mio quotidiano di riferimento, nonostante tutto: lo bacchetto proprio per questo)* si distingueva per l’incapacità di comprendere le reali dinamiche di questa fase che vedeva il movimento corso “sotto tiro”.

Sul supplemento “Extra” del 4 marzo ’96 (con un titolo quanto mai insulso anche se voleva essere evocativo: “Fuori corso”) due inviate, alquanto improvvisate,  pretendevano di dimostrare che le azioni degli indipendentisti corsi si sarebbero ormai trasformate in una inutile guerra di “tutti contro tutti senza vincitori né vinti”. Anche stavolta non potevo fare a meno di esprimere perplessità e disappunto per l’atteggiamento di questo quotidiano nei confronti di alcune lotte di liberazione come quelle dei corsi e dei baschi che, guarda caso, si svolgono in Europa.

Eppure , sia per le dichiarazioni d’intenti di chi le pratica, sia per il contesto storico-sociale in cui si sono sviluppate, sono lotte da sempre  classificabili di sinistra. Invece all’epoca il manifesto non perdeva occasione per screditarle tacciandole di conservatorismo, tribalismo, vetero-nazionalismo etc. finendo poi regolarmente per definirle terroristiche. Schierandosi di fatto con la propaganda degli Stati oppressori. Per una strana forma di schizofrenia politica invece sull’Irlanda l’informazione è sempre stata puntuale, corretta. In qualche occasione veniva intervistata perfino l’IRA e Gerry Adams era addirittura “arruolato” tra gli azionisti del quotidiano comunista (pur sapendo degli ottimi rapporti del Sinn Fein con Herri Batasuna e con A Cuncolta Naziunalista).

Tra l’altro, il personaggio intervistato da Extra  non era neanche particolarmente rappresentativo. Un certo Max Simeoni, esponente di UPC (derivata dall’ARC), noto più che altro in quanto fratello di Edmond Simeoni, il militante autonomista rimasto ferito ad Aleria nel 1975.

In tale circostanza gli esponenti dell’ARC (Azione Regionalista Corsa) intendevano compiere soltanto un’azione dimostrativa (come avveniva spesso in Francia per opera dei contadini incazzati). Un’azione contro i proprietari “piedi neri” della cantina (che produceva, tra l’altro, vino adulterato) visti come colonizzatori. Non era loro intenzione fuoriuscire dall’ambito di una lotta settoriale (“corporativa”) e non pensavano di stare decretando l’inizio della lotta armata. Lo Stato, confermando la condizione di colonia della Corsica, intervenne molto duramente e nello scontro morirono due gendarmi. Alcuni anni fa, tra le rovine ancora in piedi della cantina di Aleria, avevo potuto fotografare sia le scritte originali del 1975 (ben riconoscibili) della sigla ARC, sia quelle aggiunte successivamente del FLNC. In qualche modo veniva riconosciuta la “paternità” di Aleria, ma si rivendicava anche il successivo salto di qualità nei confronti dell’ARC.

Le prime vere azioni del Fronte (attacchi contro ripetitori televisivi) risalgono ormai a oltre 40 anni fa, al maggio 1976.

Ma cosa stava invece accadendo nel 1996? Gran parte delle vittime risultavano militanti o simpatizzanti di A Cuncolta Nazionalista che non era la pura e semplice “vetrina“ del FLNC-canale storico (come sostenevano i media, francesi e non). Piuttosto, direi, l’equivalente di quello che il Sinn Fein rappresentava per l’IRA o Herri Batasuna per ETA: un’organizzazione politica con una sua autonomia e che si rapportava al gruppo armato considerandolo parte integrante del movimento di liberazione.

I gruppi che avevano innescato questo regolamento di conti

(con azioni che sembravano evocare i metodi delle squadre della morte: molti sono stati uccisi con un colpo alla nuca, come Vincenzo Dolcerocca, coordinatore organizzativo delle Ghjurnate Internaziunali)

sarebbero stati l’MPA **(Movimento per l’autodeterminazione) di Alain Orsoni e l’ANC (Accolta Naziunale Corsa, un gruppo considerato “moderato”) di Pierre Poggioli.

Costui, espulso dal Fronte ancora alla fine degli anni ottanta, era noto per aver organizzato un vasto traffico di carte di credito, provenienti dalla Società generale, con cui finanziava la sua organizzazione. L’altro movimento, l’MPA capeggiato da Orsoni, era invece coinvolto in intrallazzi di vario genere (controllo di case da gioco, speculazioni edilizie, forse anche traffico di stupefacenti) nel sud della Corsica. L’attività del FLNC Canale Storico, con la denuncia delle speculazioni turistiche, le azioni armate in difesa delle coste (“notti blu”) e contro gli spacciatori era evidentemente entrata in conflitto con gli interessi di questi loschi personaggi (oltre che con quelli di mafiosi e clanisti, tra cui alcuni finanziatori di ANC e MPA). Il Fronte aveva risposto agli attacchi per difendere la sua identità e la vita dei suoi militanti.

Nell’ottobre del 1995 il FLNC aveva decretato un cessate il fuoco sia nei confronti dello Stato che dei gruppi rivali (naturalmente questo non significava che “Alain Orsoni e i suoi assassini possano continuare impunemente con le loro attività mafiose”).

Ma le esecuzioni di militanti non si erano arrestate, confermando che ANC e MPA, con i rispettivi gruppi armati (Resistenza e Canale Abituale), più o meno consapevolmente, ricoprivano ormai un ruolo analogo a quello del GAL nei Paesi baschi o delle bande lealiste (UVF, UFF…) in Irlanda.

Oppure si può azzardare un’altra analogia (questa forse più “benevola”).

Un’analogia con quanto avvenne in Irlanda all’epoca della spaccatura dell’IRA (tra Official e Provisional, fine anni sessanta) e poi della nascita dell’Irish National Liberation Army (gruppo marxista rivoluzionario nato nei primi anni settanta, tre suoi militanti morirono nello sciopero della fame del 1981). Cito tra tutti uno degli episodi più gravi, l’assassinio di Seamus Costelo, fondatore dell’INLA, per mano degli Officials (prima stalinisti, poi eurocomunisti, infine socialdemocratici: Workers Party). Un’esecuzione di “stile” analogo a quelle operate dai gruppi armati legati a MPA e ANC contro esponenti della Cuncolta. Tra l’altro anche l’IRA Official (OIRA) ***ebbe le sue collisioni con i servizi segreti in cambio di precise garanzie, come probabilmente stava accadendo per i gruppi di Orsoni e Poggioli.

In questo contesto, tragico e ambiguo, A Cuncolta e FLNC Canale storico sembravano comunque in grado di interpretare, analizzare politicamente la situazione. Del resto era almeno dal 1989 che il Fronte denunciava pubblicamente le operazioni condotte dallo Stato francese per screditare la lotta di liberazione. Quello che dopo l’89 emergeva, almeno a livello di facciata, era un apparente ammorbimento della repressione tradizionale. Contemporaneamente venivano però attivate una serie di iniziative tese a corrompere o a provocare derive in seno al movimento di liberazione. Instaurando rapporti occulti con personaggi legati all’indipendentismo e garantendo loro carriere amministrative, vantaggi economici, il controllo di determinate zone turistiche. Questo il Fronte lo denunciava da anni.

E’ possibile naturalmente che a quel punto agissero anche “riflessi condizionati”, meccanismi fuori controllo. Non tutti coloro che si rendevano responsabili di questa guerra fratricida avevano la piena consapevolezza e la volontà di agire a favore dei piani dello Stato: disarticolazione, demolizione delle lotte, normalizzazione (per dimostrare che il popolo corso è sostanzialmente incapace di autogovernarsi).

Anche se di fatto era quanto stava accadendo.

 

 

RITORNO AL 2000 (morte di  JEAN-MICHEL ROSSI)

 

E arriviamo (torniamo) alla morte di Jean-Michel Rossi del 7 agosto 2000.

In un comunicato di pochi mesi prima (27 giugno 2000) il FLNC aveva dichiarato che “…non intendiamo barattare gli interessi collettivi del nostro popolo con qualche misura economica o fiscale. Questa terra deve svilupparsi in armonia con il suo popolo riconosciuto in tutti i suoi diritti. La pace ha questo prezzo”.

Il comunicato proseguiva auspicando un processo graduale che comunque doveva rappresentare: “una rottura totale con con il quadro oppressivo che annichilisce la nostra comunità da oltre due secoli. Lo Stato francese e il suo governo devono impegnarsi chiaramente e definitivamente in un piano di riparazione storica, al di là di ogni considerazione pre-elettorale…”.

Contemporaneamente il Fronte  rivendicava alcuni sabotaggi, aggiungendo però che questo non implicava la rimessa in discussione della tregua. Le azioni, spiegava il comunicato, erano una risposta “alla prosecuzione della politica governativa di sradicamento della comunità corsa…”.

Analoghe dichiarazioni vennero poi formulate in agosto, durante le tradizionali Ghjurnate, insieme a quelle sui prigionieri politici reclusi in Francia e di cui si chiedeva il raggruppamento in un carcere dell’isola, a Borgu.

Ai primi di luglio 2000 Jospin aveva rinviato all’Assemblea di Corsica ogni ulteriore prosecuzione del dialogo, forse augurandosi che la questione si arenasse in un interminabile dibattito interno. Invece il 12 luglio 2000 una quarantina di consiglieri (su 51) sottoscrissero un documento per chiedere: la soppressione dei due dipartimenti in cui è suddivisa l’isola; l’istituzione di una Collettività Territoriale Unica, un potere legislativo su competenze  da definire nel corso delle trattative;  lo statuto fiscale e l’insegnamento della lingua corsa nelle scuole materne e primarie.

Corsica Nazione che con i suoi otto eletti faceva parte di questa maggioranza, volle sottolineare che questo primo documento si legava alla questione dei prigionieri politici corsi. Una dichiarazione che scatenò l’indignazione di Chirac (in occasione del 14 luglio la definì “indecente”).

Ma nonostante varie levate di scudi, le cose andarono avanti e il 20 luglio, con la storica riunione di Matignon, le richieste vennero accettate dal governo francese, in vista di una revisione della Costituzione da completarsi nel 2004. Una settimana dopo, il testo prodotto a Matignon venne approvato dagli eletti dell’Assemblea di Corsica. Toccò allora al ministro dell’Interno dell’epoca, Chevenement, assumersi il gravoso compito di alimentare nel governo la fronda anti-accordo. Già in precedenza aveva dichiarato che “concedere il potere legislativo alla Corsica significa concedere la sovranità”.

Molto diverso naturalmente il parere dei nazionalisti corsi che consideravano l’accordo “assai carente su questioni essenziali: i prigionieri politici, l’avanzata della decorsizzazione negli impieghi, le attività speculative ai danni del territorio, la difesa della lingua corsa…”.

Tuttavia durante le Ghjurnate del 2000 l’accordo di Matignon venne definito un “riconoscimento della lotta del popolo corso”.

In altre parole, il governo francese aveva dovuto riconoscere che il popolo corso stava lottando per la sua autodeterminazione. Dal palco delle Ghjurnate vari oratori sottolinearono con forza che la prosecuzione dei negoziati era comunque legata alla questione dei prigionieri. Con singolare tempismo, il giorno dopo (7 agosto 2000) Jean-Michel Rossi e la sua guardia del corpo Jean-Claude Fratacci venivano massacrati in un bar di Ile-Rousse.

La scelta del giorno appariva quantomeno grossolana, fatta apposta per gettare sospetti sui nazionalisti, in particolare sul FLNC. E naturalmente i media dell’Esagono non persero l’occasione per alimentare tali supposizioni.

Non si capiva comunque quale vantaggio poteva derivarne per il Fronte dato che la pubblicazione del libro in cui Rossi e Francois Santoni (altro leader storico dell’indipendentismo, verrà a sua volta assassinato il 17 agosto 2001) criticavano i vecchi compagni di lotta risaliva a quindici giorni prima e le loro intenzioni erano note da tempo. Del resto (una volta escluso un attacco collettivo di schizofrenia) doveva bastare la lettura del testo di condoglianze reso pubblico da Corsica Nazione, rappresentante della stessa area incriminata dai media francesi come mandante dell’assassinio, per capire che la decisione di eliminare Rossi non poteva ragionevolmente essere stata presa in tale ambiente politico.

Data l’alta “professionalità” dimostrata dagli attentatori non regge nemmeno l’ipotesi di una “scheggia impazzita”, della ritorsione di qualcuno che si sarebbe sentito tradito dalle affermazioni contenute nel libro. Non è invece da escludere che proprio la pubblicazione del libro abbia fornito il pretesto per “coprire” l’eliminazione di Rossi. L’attivo militante indipendentista, esponente di Armata Corsa (il gruppo dissidente uscito dal FLNC e presente ai suoi funerali) stava sicuramente dando fastidio alla malavita in Balagna, soprattutto ai trafficanti di droga da sempre nel mirino degli indipendentisti corsi.

Alla fine due ipotesi rimanevano in piedi: o un’operazione di “guerra sporca” da parte dei servizi segreti o una ritorsione della malavita locale (senza naturalmente escludere il già collaudato sinergismo). In ogni caso, se era un modo per disarticolare il movimento indipendentista innescando faide e ritorsioni, il tentativo sembrava essere fallito.

Da sottolineare inoltre che negli ultimi anni il FLNC aveva dimostrato di sapersi prendere le sue responsabilità nei confronti di una soluzione politica del conflitto decretando una serie di tregue, in particolare quella unilaterale e senza condizioni del 23 dicembre 1999, in coincidenza con la ripresa delle trattative tra il governo francese  e gli eletti corsi.

Quindi, stando a quanto scriveva allora U Ribombu: “va riconosciuto al FLNC di aver mantenuto una linea coerente, quella della resistenza al colonialismo, della lotta di liberazione nazionale, dell’interesse collettivo e della difesa del popolo corso, dell’indipendenza nazionale”.

E concludeva con un appello rivolto sia ai simpatizzanti che agli avversari: “Si può essere per o essere contro. Ma in questo anniversario della creazione del FLNC il popolo corso tutto intero non può non rispettare il senso della sua lotta e il sacrificio dei suoi uomini”.

Purtroppo la serie degli “omicidi eccellenti” non era conclusa.

 

 

 

….E RITORNO AL 2001 (morte di  FRANCOIS SANTONI)

 

Era circa l’una del mattino di venerdì 17 agosto (2001) a Monacia-d’Aullème, nel sud della Corsica. Santoni si stava allontanando da una festa di matrimonio per raggiungere la sua abitazione a Giannuccio.

I colpi che lo uccisero provenivano da un fucile d’assalto, probabilmente un AK 47 (kalashnikov). Quando si recava in zone dell’isola a lui ostili, il leader indipendentista veniva sempre accompagnato da una scorta di circa dieci uomini armati, ma qui probabilmente si sentiva al sicuro.

La sua tragica fine riproponeva quasi lo stesso copione della morte di Rossi. Anche stavolta il delitto era stato anticipato dalla pubblicazione di un libro, in giugno. Scritto da Santoni, Contre-enquète sur trois assasinats (edito da Denoel) alle pagine 33-35 riportava una dettagliata ricostruzione dell’incontro di Santoni con alcuni esponenti nazionalisti a poche ora dalla sepoltura di Rossi. Un incontro che si era svolto nella casa del militante assassinato. E in effetti, senza nulla togliere all’ipotesi che quel delitto fosse comunque un prodotto della “guerra sporca”, la lettura provoca anche qualche dubbio inquietante sulle possibili derive all’interno del movimento indipendentista e tra le sue fazioni.

 

Scriveva Santoni: “All’incontro sono presenti tra gli altri Jean-Guy Talamoni, un rappresentante della Cuncolta e un rappresentante del FLNC. I volti sono lividi. Ai due lati del tavolo regna una tensione terribile. La riunione dura circa mezz’ora. Io spiego da dove arriva il doppio assassinio e chi vi è implicato. Nessuno osa smentirmi. Io aggiungo che nessuna delle organizzazioni presenti deve solidarizzare con gli assassini e chiedo quindi di dissociarsi apertamente da coloro che hanno organizzato l’esecuzione di Rossi. Gli autori materiali non mi interessano (…). Voglio invece che i due mandanti di questa operazione, che attualmente sono anche esponenti del movimento nazionalista, siano messi al bando. L’imbarazzo dei miei interlocutori è immediatamente percepibile. Mi spiegano che non possono allontanare persone come quelle”.

Santoni proseguiva osservando come questa, dal suo punto di vista, fosse quasi un’ammissione e una conferma delle sue ipotesi. A questo punto, stando al suo racconto, avrebbe offerto agli interlocutori quella che definisce “una via d’uscita onorevole” e cioè che “siano gli stessi due personaggi responsabili della morte di Rossi a lasciare il movimento…”.

Nessuno tra i presenti, compreso Talamoni, sarebbe però stato disposto a prendere l’iniziativa di informare gli interessati. Sempre secondo quanto scriveva Santoni, il rappresentante del FLNC avrebbe chiesto di poter prendere tempo.

Tutti – continuava il leader scomparso – sembrano aver paura di coloro che noi abbiamo individuato. La riunione si conclude, tutti si abbracciano, si incoraggiano a vicenda raccomandando la prudenza…Io so che non faranno niente. I nostri interlocutori non hanno i mezzi per mettere in riga gli altri” (ossia coloro che Santoni riteneva responsabili dell’uccisione di Rossi). Questa la testimonianza, ormai postuma, di Santoni. Comunque inquietante.

Tra gli avvenimenti immediatamente successivi (oltre a una serie di attentati e all’uccisione di altri probabili esponenti di Armata Corsa), va registrata una netta presa di posizione del FLNC.

Giovedì 30 agosto 2001, in un comunicato inviato a France 3 Corse, il Fronte dichiarava di non “aver niente a che fare” con la morte di Santoni e nemmeno con il duplice omicidio di Moriani-plage del 21 agosto 2001.

Scriveva il FLNC: “Mettendo a profitto le uccisioni di questi ultimi tempi i manipolatori patentati dell’apparato statale francese, con la complicità di certi media, fanno circolare le ipotesi più inverosimili”. E proseguiva: “affinché sia tutto chiaro, noi riaffermiamo di non aver niente a che fare, né da vicino, né da lontano, con questi tragici avvenimenti (…). E’ inutile e irresponsabile coinvolgere l’organizzazione in ogni attentato o uccisione non rivendicati”.

Nello stesso comunicato il fronte si attribuiva la responsabilità di quattro recenti attentati. Secondo gli specialisti dell’antiterrorismo il comunicato del FLNC sarebbe stato destinato a un “uso interno” al movimento nazionalista, al fine di prevenire eventuali rappresaglie da parte dei seguaci di Santoni soprattutto da parte di Armata Corsa.

Non sono poi mancate le interpretazioni del delitto Santoni come una conseguenza della sua ostinata opposizione al processo di pace di Matignon. Vale la pena di porsi la domanda : cui prodest?

 

 

AGOSTO 2010: UN CONTRIBUTO DEL SINN FEIN PER UNA SOLUZIONE POLITICA

 

Il 7 e 8 agosto 2010, come sempre, venivano organizzate a Corte le “Ghjurnate internaziunali” che da oltre trent’anni rappresentano un momento di confronto tra le organizzazioni indipendentiste di sinistra della Corsica, dei Paisos Catalans, di Euskal Herria, della Nuova Caledonia (i Kanaki)…

Dopo diversi anni era tornato anche il Sinn Fein, rappresentato da Paul Fleming, ex sindaco di Derry e uno dei principali promotori del processo di pace in Irlanda. Su esplicita richiesta di “Corsica Libera”, Fleming aveva tenuto un “corso accelerato di negoziazione e disarmo” in vista di una soluzione politica del conflitto.

Stando alle impressioni diffuse tra alcuni partecipanti, anche se “ufficialmente la linea politica rimane quella di un sostegno incondizionato al FLNC, un numero sempre maggiore di militanti e anche parecchi dirigenti, si stanno chiedendo a cosa possa ancora servire una lotta armata nel cuore dell’Europa”. Per inciso, domande che da tempo si ponevano anche molti esponenti baschi abertzale (indipendentisti di sinistra).

Non era un caso forse che da qualche anno (dal 2008, circa) il numero degli attentati fosse alquanto diminuito passando dai 184 del 2007 ai 49 del 2009. Con un brutto effetto collaterale che probabilmente non era stato previsto. In poco tempo l’Isola di Granito andava ricoprendosi di cantieri. Fino ad allora le coste della Corsica erano sfuggite al degrado di Sardegna e Spagna grazie anche alle “nuits bleues” con cui il FLNC colpiva le speculazioni immobiliari.

Tra le questioni su cui gli indipendentisti corsi non accettano compromessi, la prima è la richiesta della Lingua corsa ufficiale. L’altra è quella dei prigionieri politici (una settantina) che dovrebbero essere trasportati in carceri dell’isola (richiesta analoga a quella dei baschi: Euskal Presoak Euskal herrira).

Altra richiesta: per gli acquisti immobiliari, priorità a chi vive nell’isola da almeno dieci anni, una misura già adottata in Nuova Caledonia.

Sempre nell’estate 2010, ma da Belfast, il Sinn Fein era intervenuto anche sulla questione basca. Gerry Adams aveva chiesto al governo spagnolo di liberare il leader di Batasuna Arnaldo Otegi, ancora in carcere come gran parte dei dirigenti dell’organizzazione abertzale.

A rendere meno autorevoli gli interventi dei due esponenti repubblicani irlandesi, Fleming a Adams, la notizia che dopo gli ultimi scontri settari (tra gruppi di giovani cattolici e protestanti) in Irlanda del Nord erano ripresi gli attentati da parte dei gruppi repubblicani dissidenti (contrari agli accordi di pace).

 

NOVEMBRE 2011:

ULTIMI FUOCHI DI UNA GUERRA FRATRICIDA?

 

Definire Yves Manunta un “miracolato” non è un’esagerazione.

In almeno due circostanze (ma non se ne escludono altre rimaste nell’ombra) è finito sotto il tiro di chi voleva ammazzarlo. L’ultima imboscata risale al 2011 (8 novembre, verso le 18, 30).

Quel giorno, ad Ajaccio, almeno una cinquantina di pallottole lo hanno sfiorato ferendo però la figlia di 10 anni e sua moglie.

Per l’aggressione venivano fermati due sospetti, i gemelli Pantalacci (Marc e Dominique) riconosciuti dalla bambina colpita e accusati di “tentative d’assassinat en bande organisée”. Gravissimo episodio, soprattutto agli occhi dei corsi in quanto donne e bambini, in base al codice non scritto dell’isola, non devono essere coinvolti nei regolamenti di conti.

 

Sia chiaro, qui non si vuole certamente approfondire la storia della criminalità corsa. Esiste in proposito un’ampia bibliografia***.

 

Se mi dilungo sul caso Manunta, ben conosciuto come esponente dell’indipendentismo armato e clandestino, è per un preciso motivo. Per certi aspetti la sua vicenda appare emblematica del modo in cui alcune frange del movimento sono approdate dalla militanza indipendentista, prima agli affari, poi alla criminalità. Senza, o quasi, soluzione di continuità.

In un altro attentato (nel 1996) Manunta era stato invece colpito da una trentina di proiettili. Alla testa, alle gambe e alla schiena.

Membro all’epoca di ANC (Accolta Naziunale Corsa) e in buoni rapporti con alcuni esponenti di MPA dove militava Francis, il padre dei gemelli Pantalacci.

Coinvolto nella guerra fratricida tra nazionalisti, in quella circostanza non aveva sporto denuncia. Lo ha fatto invece nel 2011 proprio perché gli aggressori (“gente senza onore” li aveva definiti) avevano colpito i suoi familiari.

Qualche anno dopo l’attentato del 1996, Manunta aveva messo in piedi la Socièté mediterranéenne de sécuritè (SMS). In società (o “in batteria”?) con un altro esponente di ANC, Antoine Nivaggioni e con l’aiuto di Francis Pantalacci, a quel tempo funzionario della  Chambre de commerce et d’industrie de Corse-du-Sud.

Nel 2004 erano scoppiati contrasti tra Manunta e Nivaggioni in quanto quest’ultimo attingeva di nascosto ai fondi di SMS.

Manunta allora, nel 2007, lasciava la società che aveva contribuito a fondare per costituirne un’altra, la Socièté de sécurité méridionale (SSM).

Intanto il tribunale si interessava ai conti della vecchia SMS che finiva in giudizio per “escroquerie e abus de biens sociaux”.

Complessivamente verrano condannate 18 persone, tra cui Pantalacci, mentre Manunta sarà rilasciato. Il maggior indiziato, Nivaggioni, assassinato nell’ottobre 2010, non viene nemmeno convocato.

L’attentato del 14 novembre 2011, sia per gli inquirenti che per Manunta, trarrebbe origine dalle vicende processuali legate di SMS.

 

Difficile stabilire con precisione se si sia trattato di un rigurgito della guerra interna tra nazionalisti o di un episodio di criminalità comune.

In ogni caso era apparso subito chiaro che non sarebbe stato l’ultimo.

Per la cronaca, nel 2011 si registrarono in Corsica oltre 30 tentativi di omicidio di cui ben 19 riusciti.

 

 

 

 

PROSECUZIONE DELLA LOTTA CON ALTRI MEZZI

 

E concludo accennando agli sviluppi più recenti, del resto abbastanza noti.

Risale all’anno scorso (3 maggio 2016) la dichiarazione con cui il FLNC ha ufficialmente deciso di sospendere le operazioni militari (ma solo entro il 22 ottobre), decisione di cui si era già parlato il 25 giugno. Senza per questo deporre le armi.

In pratica, una tregua definitiva per consentire alla nuova Assemblea regionale di “adempiere al sui compito con serietà”. Con le elezioni del dicembre 2015 la coalizione guidata da Gilles Simeoni “Per a Corsica” aveva superato il 35 per cento.

E’ giunta l’ora della prosecuzione della lotta per l’autodeterminazione con altri mezzi? Pare proprio di sì. Comunque staremo a vedere.

Gianni Sartori

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*nota 1:

comunicato per i miei eventuali 12 lettori autonomisti o indipendentisti di centro, di destra o genericamente “né di destra né di sinistra” (quindi di destra, a mio avviso).

Proprio in quanto  “uomo sicuramente di sinistra” (la definizione non è mia, me l’ha rifilata Guido Caldiron…) non ho mai risparmiato nulla alla mia parte politica quando dimentica un principio fondamentale dell’essere di sinistra: “Con gli oppressi contro gli oppressori, sempre!”. E in base alla mia esperienza diretta il popolo corso (così come quello irlandese, basco, curdo, palestinese…) di oppressione ne ha subito in abbondanza.

Quindi, al di là delle critiche legittime sui metodi utilizzati (in particolare quando vengono violati i diritti umani) ritengo doveroso per chi si definisce di sinistra solidarizzare con queste lotte (di liberazione).

Non è sempre facile, ma sappiamo da tempo che “non è un pranzo di gala”.

 

Ma voi, cari eventuali 12 lettori di centro, di centro destra o di destra… che talvolta apprezzate il mio modesto contributo alla causa dei Diritti dei popoli, cosa dite e cosa fate quando il capitalismo, l’imperialismo e compagnia brutta (v. fascismo in tutti i suoi variegati camouflage) opprimono, sfruttano e violentano popoli e classi subalterne?

Come dite?

Difendete il Mercato, la proprietà privata, le gerarchie, la tecnologia, la santissima trinità.?!?

Magari ne parliamo una volta o l’altra…

 

PS: una tiratina di orecchi anche ad alcuni miei (ex) amici anarchici  i quali,  per sostenere la giusta causa curda, hanno aspettato che Ocalan studiasse e applicasse i principi del municipalismo (federalismo democratico).

Prima li consideravano “solo dei nazionalisti di – o del -…” (e anche di questo bisognerebbe forse ridiscuterne).

 

Da parte mia sto rivedendo (“revisionando”?)  il concetto (in origine sicuramente più che legittimo) di “autodeterminazione” per l’uso strumentale che ne è stato fatto (vedi il Katanga di Tshombe nell’ex Congo belga; v. Santa Cruz, regione ricca della Bolivia abitata dai discendenti dei colonizzatori; v. in Angola con Cabinda….).

Preferirisco parlare di “lotte di Liberazione” (in cui comprendere, oltre a quella nazionale, anche la liberazione sociale e la Difesa della Terra).

Discorso comunque da approfondire.

 

 

 

 

**nota 2:

Naturalmente anche MPA aveva un suo gruppo di riferimento armato clandestino, il “Canale Abituale”. Questo nel 1998 annunciava la sua autodissoluzione e la definitiva rinuncia alla lotta armata, forse in vista delle elezioni territoriali. Nato contemporaneamente al MPA (con la scissione dalla Cuncolta e dal FLNC), il Canale Abituale completava così il suo percorso di reinserimento nel “sistema” con l’accettazione dell’economia di mercato, del liberismo e dell’Europa di Maastricht.

“Non è detto comunque -commentavano quelli della Cuncolta – che tale scelta comporti la fine dell’aggressione fisica di questa organizzazione contro il movimento di liberazione nazionale. Sparita la sigla, un eventuale attacco assumerebbe contorni anonimi”.

Facile profezia, come si vedrà.

 

***Nota 3: su OIRA

Dopo la scissione tra Provisionals e Officials, questi ultimi non furono più in grado di rifornirsi adeguatamente di armi. Del resto avevano scelto di smobilitare e di vendere (o regalare?) le armi all’Esercito di liberazione del Galles. Persero in particolare i canali di rifornimento dagli Stati Uniti.

In questa fase si assiste ad un continuo “regolamento di conti” tra PIRA e  OIRA . Nel 1974 altra scissione.

Nascono l’Irish Republican Socialist Party e l’INLA, fondati da Seamus Costelo, contrario all’abbandono della lotta armata. Costelo era presente ad un convegno di Potere Operaio a Firenze (mi pare nel 1972, quando e stava ancora negli Officials).

Conflitto e tregue, precarie, furono una costante anche tra Officials e INLA almeno fino al 1982. Stando a quanto mi raccontò un ex Officials, lo scrittore Ronan Bennet, anche il primo arresto di PatsY O’hara sarebbe stato provocato  volutamente da un membro degli Officials che nascose delle armi nell’auto di Patsy, esponente dell’INLA di Derry.

Gli Officials furono oggettivamente al servizio di Londra. Sia smobilitando e disarmando, anche moralmente, la comunità cattolica e rinunciando all’autodifesa in nome di una ipotetica “alleanza tra lavoratoti cattolici e protestanti” (che si tradusse negli assalti ai quartieri-ghetto cattolici , insieme alla RUC, da parte del proletariato protestante, maggiormente garantito-privilegiato). Sia attraverso l’eliminazione di militanti repubblicani sostenitori della resistenza armata come S. Costelo assassinato dagli Official nel 1977 (ma il merito se lo attribuirono per molto tempo gli inglesi: un omicidio su commissione?)

Come ripetutamente denunciato da PIRA e Sinn Fein , gli Officials finirono coinvolti in attività criminali (soprattutto estorsioni, qualche rapina) come un’altra piccola organizzazione denominata IPLO (fuoriuscita dall’INLA) che si dedicava anche al traffico di stupefacenti. La maggior parte dei miliziani di IPLO venne eliminata fisicamente dai Provisionals (ad alcuni meno coinvolti fu consentito di arruolarsi nella PIRA).

Nel febbraio 1992 giunse la notizia di una scissione in casa dei Workers Party a causa dei legami, venuti allo scoperto, con un gruppo armato che conservava la denominazione Official, ma che “in realtà era ormai poco più di una banda di ladri – commentava da Belfast un’amica giornalista, Orsola C. – senza più alcun connotato politico; presumo dessero fastidio ai membri del Partito nel Sud, nella Repubblica. E questi ci tengono alle apparenze – proseguiva Orsola – anche se in realtà sono soltanto dei gangster reazionari, sia al sud che al Nord”. Amen.

Per la cronaca, gli “Official “ consegnarono definitivamente lo scarso armamentario ancora in loro possesso nel 2009.

 

 

****Nota 4:

Interessante il libro pubblicato nel 2012 dal giornalista di Le Monde Jacques Follorou: “La guerre des parrains corses” dove si sostiene apertamente la tesi dell’esistenza di una Mafia corse.

In particolare Follorou analizza il rimescolamento di carte avvenuto tra il 2008 e il 2012, quando si è frantumato l’equilibrio criminale che storicamente poggiava su La brise de mer in Haute-Corse e il controllo esercitato da “Jean-Jé” Colonna in Corse-de-Sud.

 

 

 

*****Nota 5

L’11 luglio 2000 a Roura veniva assassinato, con un colpo alla schiena, il militante indipendentista e libertario della Guyana francese Michel Kapel, più noto come Shaka Karebu.

Quasi sincronicamente con altri indipendentisti, quelli corsi: il 7 agosto 2000 Jean-Michel Rossi e Jean-Claude Fratacci;  il 17 agosto 2001 Francois Santoni….

Una coincidenza?

Della morte di Shaka Karebu si disse che poteva essere una vendetta della mala oppure un regolamento di conti interni al movimento indipendentista e autonomista. Ma, come nel caso corso, resta valida l’ipotesi che si trattasse di un episodio di “guerra sporca”, quella condotta dagli eredi del colonialismo francese.

Numerose le analogie, in particolare lo “stile” e l’alta professionalità di cui avevano dato prova i pistoleri assassini, sia in Corsica che Guyana.

Nei mesi successivi alla sua morte il militante venne ricordato, oltre che dagli indipendentisti della Guyana (per lo meno da quelli non troppo compromessi con lo stato francese), anche da gruppi libertari dell’Esagono. Era infatti molto conosciuto, non solo in Francia, per aver partecipato a manifestazioni e congressi come quello di Lione del 1997 indetto dall’Internazionale delle Federazioni Anarchiche.

Nato a Cayenne nel 1942, si era fatto chiamare Shaka Karebu rigettando il nome imposto ai suoi antenati schiavi e operava principalmente in una associazione che, attraverso il lavoro nei campi e le arti marziali, cercava di fornire gratuitamente ai giovani dei quartieri popolari un’alternativa concreta alla disgregazione e all’emarginazione. Condivideva i loro problemi, quelli delle loro famiglie e non aveva mai esitato, insieme al suo gruppo denominato “No pasaran!”, ad intervenire in maniera sbrigativa contro spacciatori, pedofili e razzisti.

Diplomato alla scuola di ingegneria di Eyrolles e successivamente a una scuola di matematica, per diversi anni aveva svolto l’attività di insegnante. Ovviamente, dato che i suoi metodi pedagogici erano scarsamente compatibili con il sistema coloniale francese, aveva incontrato non poche difficoltà. Militante indipendentista fin da giovanissimo, aveva sempre mantenuto un forte legame con le ideologie libertarie entrando spesso in conflitto anche con quei compagni di lotta che si facevano attrarre dalle prospettive elettoralistiche, quelle favorite da Parigi.

Collaborava con radio e giornali ed era ferocemente osteggiato non solo dai francesi (ca va sans dire), ma anche da molti abitanti della Guyana benestanti che lo consideravano una sorta di pericolo pubblico. Una vita, la sua, che per certi aspetti sembrava ricalcare quella del giornalista afro-americano Mumia Abu Yamal. In qualche occasione aveva anche accettato di candidarsi alle elezioni, ma trasformandole (in questo forse un po’ situazionista) in una occasione per usare i media e propagandare l’astensionismo, invitando alla disobbedienza civile e addirittura, come nelle elezioni cantonali del 1998, a bruciare le schede elettorali. Poco prima di essere assassinato aveva sporto denuncia contro il prefetto e i dirigenti della DRIRE e della DDE per la frana di una collina che aveva causato la morte di decine di persone (aprile 2000).

Shaka Karebu non si limitava a denunciare le colpe dello Stato francese, ma anche quelle dei suoi compatrioti collaborazionisti, a suo avviso corresponsabili della situazione degradante in cui versavano ampi strati della popolazione, soprattutto molti giovani.

Condannava i giochi elettoralistici e quello che più volte aveva definito il “servilismo” di associazioni come MDES (ex indipendentisti) e del sindacato UTG. Per frenare il suo attivismo, contro di lui era stata innescata una sistematica campagna di diffamazione e di isolamento politico. La sua fede libertaria, poi, era un’ulteriore aggravante agli occhi di collaborazionisti e benpensanti.

Ma i suoi legami con la gente dei quartieri popolari non si erano mai allentati, anzi. E forse proprio per questo, non riuscendo a farlo tacere con altri mezzi, alla fine gli hanno sparato. Nella schiena, in stile “squadroni della morte”.

G.S.

 

 

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