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TLAXCALA: I rimpatri dei migranti maliani mettono alla prova gli accordi tra Europa e Africa

Aeroporto di Bamako, 29 dicembre, ore 17.45. Se non fosse per il nutrito comitato d’accoglienza a bordo pista, l’aereo appena atterrato sembrerebbe un volo di linea come tanti altri. Ma oggi non c’è nessun arrivo in programma a quest’ora. I giornalisti preparano i cavalletti, le telecamere e le macchine fotografiche. Vicino a loro, in prima fila ai piedi della scaletta, funzionari governativi in giacca e cravatta, operatori dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) in Mali con le pettorine blu e una carrozzina, il capo della protezione civile di Bamako e un gruppo di svogliati militari in tuta mimetica.

  L’arrivo dei migranti maliani all’aeroporto di Bamako, il 29 dicembre 2016. (Sébastien Rieussec)

All’apertura del portellone dell’aereo una massa di persone spaesate comincia a scendere gli scalini illuminati dai flash dei fotografi. “Siamo qui oggi per accogliere a braccia aperte i figli del Mali che hanno deciso di tornare a casa”. I “figli del Mali”, come li chiama retoricamente Moussa Koné, capo di gabinetto del ministero dei maliani all’estero, sono 152 migranti di ritorno dalla Libia. “Tra loro ci sono anche cinquanta detenuti liberati dalle carceri libiche e riportati in Mali grazie agli sforzi della nostra ambasciata in Libia, dell’Oim e delle altre organizzazioni con cui collaboriamo”.

Durante il breve tragitto uomini, donne e bambini stanno con il naso incollato al finestrino come turisti

Dopo essere scesi dall’aereo messo a disposizione dall’Oim, i migranti maliani salgono su quattro pullman e sono portati nella sede centrale della protezione civile di Bamako. Durante il breve tragitto uomini, donne e bambini stanno con il naso incollato al finestrino come turisti in gita. “Com’è cambiata Bamako… È da cinque anni che non la vedo”. Mamadou era un ragazzino quando è partito “all’avventura”. Oggi è un uomo nonostante i vent’anni e, dopo essersi fatto scattare una foto con il cellulare dal vicino di posto, si lascia andare a un pianto agrodolce: “Grazie a Dio siamo tornati a casa. Non avevo mai preso un aereo. Sono felice, però allo stesso tempo non so cosa raccontare alla mia famiglia visto che torno al villaggio a mani vuote”. Come molti altri passeggeri, indossa una tuta blu scuro con cappuccio e tasconi, e scarpe da ginnastica bianche e nere. Scendendo dall’aereo sembravano una squadra di calcio di ritorno da una trasferta. “I vestiti ce li hanno dati gli operatori dell’Oim che sono venuti a prenderci fuori dal carcere a Tripoli.”

I racconti delle persone che negli ultimi anni hanno conosciuto le prigioni per migranti in Libia sono intrisi di violenza, abusi, razzismo, estorsioni. “Mio fratello è morto in cella. Era troppo debole, non ce l’ha fatta a resistere alle condizioni in cui ci tenevano”. Mamadou confessa a bassa voce di aver trascorso più di un anno in carcere. “Ho provato ad attraversare il mare tre volte, tre volte sono stato arrestato, tre volte mio padre ha dovuto mandare i soldi per pagare il ‘riscatto’. I miliziani libici chiedevano sempre di più per liberarci: 150, 200, 250 euro. L’ultima volta è stato il 4 novembre scorso, me lo ricorderò per sempre. Eravamo 750 persone su un piccolo scafo di legno che ha cominciato a imbarcare acqua dopo due ore e mezza di navigazione. Abbiamo chiesto aiuto ma le barche dei libici si avvicinavano solo per fare foto e video con i cellulari. Sono morti tutti, ci siamo salvati in sette grazie all’arrivo di una petroliera molte ore dopo”.

Accoglienza alla protezione civile

L’autobus si lascia alle spalle l’imponente torre dell’Africa, un vecchio dono di Muammar Gheddafi, svolta a destra su una stradina secondaria e passa davanti alla stazione degli autobus di Sogoniko. Come molti passeggeri Mamadou è incredulo alla vista del luogo da dov’era partito. Su un lato della stazione, simbolo delle migrazioni che cominciano o passano per Bamako, c’è la sede della protezione civile.

Qui i migranti vengono identificati, vaccinati (almeno quelli che non hanno il libretto delle vaccinazioni contro la febbre gialla), rifocillati e ospitati per la notte prima di essere riaccompagnati nei villaggi d’origine il giorno dopo. “Trentadue donne, ventuno bambini, tre minori non accompagnati e tre persone bisognose di cure mediche”, annuncia il comandante Bakary Daou, direttore della struttura. “Siamo pronti a offrire degna accoglienza a tutti i connazionali che vogliono tornare volontariamente da paesi dove sono in difficoltà. Negli ultimi mesi i rientri dall’Algeria e dalla Libia si sono moltiplicati e sappiamo che in futuro i migranti che vogliono tornare saranno ancora di più”.

Fuori della sede della protezione civile di Bamako, 29 dicembre 2016. - Sébastien Rieussec

Fuori della sede della protezione civile di Bamako, 29 dicembre 2016. (Sébastien Rieussec)

Ma, come dimostra il caso di Mamadou e compagni, i rientri non sono sempre volontari. A ricordarlo, durante la conferenza stampa per la Giornata mondiale del migrante celebrata il 18 dicembre scorso, è stato Ousmane Diarra, presidente dell’Associazione maliana degli espulsi: “Nel corso del 2016 abbiamo registrato 6.627 espulsioni dall’Algeria, 45 dalla Libia, 29 dal Niger, sette dalla Germania, cinque dalla Francia, una dalla Svezia. Purtroppo questi dati sono destinati a crescere sensibilmente nel corso del 2017”. L’associazione è unica nel suo genere in Africa. Formata da ex migranti vittime di espulsioni, come Diarra, da più di vent’anni lotta per la difesa dei diritti delle persone in viaggio. “Oggi più che mai l’opinione pubblica maliana, particolarmente informata su questo tema visto che in ogni famiglia c’è almeno una persona residente all’estero e diversi candidati alla migrazione, deve restare vigile e mobilitarsi contro la firma degli accordi imposti dall’Unione europea per cercare di bloccare i migranti a ogni costo, anche in violazione dei diritti umani, come è già stato fatto con la Turchia e, più recentemente, con l’Egitto e la Libia”.

Nel vertice sulla migrazione tra l’Unione europea e l’Unione africana che si è svolto alla Valletta nel novembre del 2015, il Mali è stato indicato, insieme al Niger, alla Nigeria, al Senegal e all’Etiopia, come un paese d’interesse prioritario per il controllo delle rotte del Mediterraneo centrale. All’incontro di Malta la creazione di un Fondo fiduciario di emergenza per l’Africa, consolidato a giugno del 2016 dall’istituzione di un Fondo europeo per lo sviluppo sostenibile da 3,35 miliardi di euro, garantisce all’Unione degli strumenti finanziari integrati (pubblici e privati) per far leva sui paesi africani firmatari dell’accordo di Cotonou affinché sottoscrivano patti di cooperazione per il controllo dei flussi migratori. Questi accordi, chiamati compact, sono stati proposti su iniziativa italiana come pietra miliare delle nuove relazioni tra l’Europa e l’Africa, che si concentrano sempre di più sulla triade “sviluppo-migrazioni-terrorismo”.

Bastone e carota

L’“accordo del disaccordo” o “del bastone e della carota”, come l’hanno definito i mezzi d’informazione maliani, è stato annunciato a fine dicembre dagli alti rappresentanti della diplomazia europea. Dopo sette visite in Mali, dall’ufficio di Federica Mogherini, l’alta rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, è stata annunciata la storica firma nell’ambasciata dei Paesi Bassi a Bamako del primo compact con il Mali, che dovrebbe prevedere anche un accordo sulle riammissioni. Il condizionale è d’obbligo visto che, su forte pressione dell’opinione pubblica interna ed esterna (manifestazioni a Bamako e consolati maliani occupati per settimane in Francia e Spagna), il governo di Ibrahim Boubacar Keïta si è affrettato a chiarire che si tratta solo di un “documento d’intenti”, senza il valore giuridico di un accordo.

Vizio di forma per guadagnare tempo nei negoziati, a cui però ha fatto seguito un’azione politica concreta: il 28 dicembre due migranti espulsi dalla Francia sono stati a loro volta respinti dalla polizia di frontiera maliana all’aeroporto di Bamako perché in possesso dei soli “lasciapassare europei”. “Il governo della repubblica del Mali ha sempre chiaramente indicato ai partner europei la sua opposizione all’uso del ‘lasciapassare europeo’ per espellere nostri compatrioti o presunti tali. L’uso del lasciapassare europeo è contrario alle convenzioni internazionali”, si legge in un comunicato governativo.

Non a caso il “lasciapassare europeo” – un documento che permette agli stati dell’Unione di espellere i migranti senza consultare le ambasciate o i consolati del paese d’origine – è uno dei pilastri del compact insieme al ritorno, la riammissione e la reintegrazione in patria. L’invio di “ufficiali di collegamento” maliani negli stati europei per facilitare l’identificazione dei migranti che dovrebbero essere espulsi, come è già successo nei mesi scorsi a Malta e in Germania (che vorrebbe espellere settecento maliani) è un altro punto caldo. Con questa iniziativa dai toni populisti, il Mali crea un precedente giuridico che complica la firma dei compact da parte dei paesi africani. Il tutto a pochi giorni dal secondo vertice della Valletta, previsto per l’8 e il 9 febbraio, che si annuncia infuocato. Affaire à suivre, scrivono i giornali in Mali.

Sorgente: TLAXCALA: I rimpatri dei migranti maliani mettono alla prova gli accordi tra Europa e Africa

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