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“Sei più bravo? Stai a casa”. Così la paura per il futuro ha rubato il lavoro ai giovani – Linkiesta.it

linkiesta.it/ – “Sei più bravo? Stai a casa”. Così la paura per il futuro ha rubato il lavoro ai giovani. Costano meno, sono più flessibili e più preparati: e allora perché sono proprio i giovani a non trovare lavoro, ad aver pagato il prezzo più caro della crisi? Un controsenso che riguarda soprattutto l’Italia, ma non solo. E che dice molto sulla crisi dell’Europa   –  di Francesco Grillo

Ci siamo ormai abituati alle pessime notizia sul fronte della disoccupazione giovanile. Tuttavia, questo fenomeno che sembra resistere a tutte le terapie tentate da governi diversi, costituisce un vero e proprio paradosso economico. Le cui conseguenze sono, persino, sottostimate. Che colpisce l’Italia in maniera più grave, ma non si limita al nostro Paese. E che è in grado da solo di rovesciare molti dei luoghi comuni che sentiamo in giro sulle “magnifiche sorti e progressive” della modernità e dell’innovazione.

Intanto i numeri diventano, persino, più sorprendenti se assumiamo una prospettiva non di breve periodo e ci spostiamo dai tassi di disoccupazione (che sottostimano il problema in quanto essi sono attenuati dal numero crescente di chi un lavoro non lo cerca più) a quello del numero di occupati veri.

La crisi di cui parliamo da dieci anni è, in realtà, la storia della scomparsa dal mondo produttivo di una generazione. A pagare la più lunga depressione sono stati – esclusivamente – le persone che nel 2008 avevano meno di 35 anni (il tasso di occupazione è, secondo Istat, sceso di dieci punti percentuali); sono loro che continuano, dopo dieci anni, ad avere difficoltà, ora che la fascia d’età di sofferenza massima si è, semplicemente, allungata arrivando fino a 45.

Tutti gli altri – i più anziani – neppure se ne sono accorti della crisi: rispetto al suo inizio, sono più occupati (per le fasce d’età al di sopra dei cinquanta la percentuale di occupati è aumentata di cinque punti), hanno un salario medio superiore (anche per effetto dell’innalzamento dell’età pensionabile) e hanno posti di lavoro più stabili.

Neppure un governo giovane che aveva l’occupazione dei propri coetanei come priorità assoluta è riuscito, del resto, a “cambiar verso” a quella che sembra essere una maledizione: la diminuzione di occupati nelle fasce di età più giovani è continuata, mentre di quasi mezzo milione sono aumentati il numero dei lavoratori con più di cinquant’anni. Nonostante un Jobs act che, per definizione, si applica alle nuove assunzioni ed era, dunque, pensato principalmente per chi entra nel mercato del lavoro. È come se la società italiana si fosse spaccata in due come una mela: una metà dai capelli grigi, ma piena di protezioni e, persino, di opportunità; un’altra sempre più vulnerabile e incapace di diventare adulta.

La crisi di cui parliamo da dieci anni è, in realtà, la storia della scomparsa dal mondo produttivo di una generazione

L’Italia è, su questi parametri, più “avanti” rispetto agli altri Paesi europei: un quarto dei giovani europei che si trovano senza lavoro e fuori dallo studio (Neet) sono parcheggiati in Italia. E, tuttavia, il problema – anche se meno grave – esiste dovunque. Nell’Unione Europa, secondo Eurostat, i posti di lavoro tra i ragazzi con meno di 24 anni si sono ridotti di 5 milioni dal 2008; sono aumentati di 8 quelli per gli individui con più di 55 anni.I giovani totalmente inattivi sono, secondo l’Ocse, ventisei milioni nei Paesi più sviluppati (dei quali sei nel Paese – gli Stati Uniti – che più di qualsiasi altro ha creato giovani imprenditori) e nel mondo sono, secondo la Banca Mondiale, un quarto dei ragazzi (290 milioni).

Tutto ciò costituisce, a questo punto, un enorme paradosso che la teoria economica fa fatica a spiegare. Ed un enorme costo per tutti (anche per gli anziani). Un paradosso formidabile perché i giovani costano di meno; sono più flessibili e disponibili ad accettare l’incertezza a cui le aziende sono sempre di più esposte; sono mediamente più preparati perché è, comunque, aumentato il numero di quelli che vanno all’università e ciò dovrebbe pesare in una società fondata sulla conoscenza; e, per definizione, sono più creativi, in quanto non ingessati da una routine e, quindi, più adeguati ad offrire un contributo in un contesto tutto starebbe cambiando sulla spinta di una rivoluzione che, secondo il World Economic Forum, ha la stessa portata di quella che ci portò dalla civiltà agricola a quella industriale. Come mai allora non è il contrario? Perché non sono i vecchi a pagare lo scotto della mutazione?

Peraltro il costo del paradosso è elevatissimo. La letteratura dice che un giovane disoccupato (o peggio del tutto inattivo) ha molte meno possibilità di uno occupato di avere un lavoro tra cinque anni. Un anno di disoccupazione giovanile, lo pagheremo, con gli interessi, per anni. La disoccupazione giovanile o, peggio l’inattività totale, sono uno spreco di risorse che abbassa – più dello stesso fenomeno applicato a soggetti anziani – il tasso di crescita potenziale di una società in maniera permanente. Eppure, ci troviamo in questa situazione. Assai costosa. Totalmente irragionevole.

I giovani sono più creativi, più adeguati ad offrire un contributo in un contesto tutto starebbe cambiando sulla spinta di una rivoluzione che ha la stessa portata di quella che ci portò dalla civiltà agricola a quella industriale. Come mai allora non sono i vecchi a pagare lo scotto della mutazione?

Come mai e cosa fare? È vero che ci sono peculiarità italiane ma, essendo il problema generale, dobbiamo considerare l’ipotesi che il futuro non sta succedendo con la velocità che i media raccontano. Esistono accelerazioni spaventose che vengono da giovani che stanno cambiando il mondo. Ma questa spinta arriva da pochissime (meno di dieci) imprese e per una reazione uguale e contraria il resto del mondo si è chiuso a proteggere i propri confini. Sempre l’Economist in un’analisi di qualche settimana fa dimostrava che, in realtà,

la durata degli incarichi dei Ceo, la quota di mercato dei leader nei principali settori produttivi, la vita media delle obbligazioni emesse dalle principali imprese sono tutte in crescita. Mentre si riduce, a sorpresa, la concorrenza e, ancora più a sorpresa, l’innovazione (basta pensare alle banche). Tutto ciò è ancora più vero in Europa. E in Italia tocca il suo massimo.

Ed ecco allora spiegato uno dei grandi misteri degli ultimi anni. Meglio tenersi i collaboratori anziani, rischiare di meno, navigare a vista, aspettando la grande rivoluzione che, prima o poi, ci spazzerà via, ma per il momento esiste solo tra le nevi di Davos. Nel frattempo, i giovani sono persone giuste nate al momento sbagliato, con l’aggravante di non essersi mai riconosciuti come “classe” portatrice di una trasformazione che fa paura.

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Sorgente: “Sei più bravo? Stai a casa”. Così la paura per il futuro ha rubato il lavoro ai giovani – Linkiesta.it

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