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 Se l’aborto diventa come il divorzio islamico – Roberto Saviano – l’Espresso

espresso.repubblica.it – Se l’aborto diventa come il divorzio islamico.     È un diritto garantito dalla legge. Ma troppo spesso è negato. In un paese ancora dominato da una soggezione sbagliata alla religione  – Roberto Saviano 

«Meglio divorziare da una donna che ucciderla» questa è la risposta che il leader indiano dell’istituto musulmano per la difesa della legge personale o religiosa ha dato a chi contesta la pratica del triplo talaq. Ma cos’è il talaq? Talaq significa «io divorzio da te», «io ti ripudio» e ai mariti musulmani, in India, che appartengono a comunità dove vige questa pratica, basta ripetere per tre volte “talaq” per essere legalmente divorziati. Possono dirlo di persona, ma anche al telefono, via sms o mail, tanto che si è diffusa la fobia del divorzio tramite WhatsApp.

Sembra che la pratica del triplo talaq possano utilizzarla anche le donne, ma di fatto non accade e ne sono, invece, esclusivamente vittime. Ma non finisce qui perché, secondo un’interpretazione del Corano, se il marito volesse tornare con la moglie dopo averla lasciata, la donna dovrebbe prima sposare un altro uomo, avere con lui un rapporto sessuale, essere ripudiata (sempre attraverso il triplo talaq) e poi potrebbe tornare con il precedente marito.

Ovviamente la volontà della donna non conta nulla: tutto dipende unicamente dalla volontà dell’uomo, dai suoi capricci. Afreen Rehman, una donna di 25 anni, è stata ripudiata dal marito con una lettera spedita per posta prioritaria.

La suprema Corte indiana prova a metter fine a questa pratica, ma è complicatissimo perché tutto è legale e, perché le cose cambino, si dovrà riformare completamente il divorzio islamico.

L’usanza, o meglio, la legge del triplo talaq risale al 1937 e fu approvata sotto il dominio coloniale britannico con l’intento di garantire il rispetto della tradizione culturale islamica. Una legge ispirata a regole religiose che aveva il compito di preservare una cultura: questa frase sembra quasi innocua eppure, non potendo porre limiti all’influenza della religione sulla vita di tutti i giorni e sulle sue regole, non potendo individuare esattamente cosa di una cultura valga la pena preservare, una frase apparentemente innocua diventa la giustificazione per atrocità inspiegabili. Pensiamoci quando sentiamo dire che le nostre tradizioni vanno preservate a ogni costo. Pensiamoci quando qualcuno tira in ballo le nostre radici cattoliche per giustificare atteggiamenti reazionari. Pensiamoci quando diamo per scontato che le tradizioni siano qualcosa di diverso dal folclore e che possano invece dare indirizzo a prassi quotidiane.

Si conferma la certezza che le donne non combattono su questa terra ad armi pari, che ogni centimetro di diritto devono conquistarlo e poi difenderlo rischiando molto. E la certezza che le pratiche religiose non possono mai, nemmeno in minima parte, dare regole alla vita civile perché non esiste un modo razionale per determinare fino a che punto sia giusto che questo accada.

Mi capita di ragionare sullo stato della 194 e quindi scrivo di aborto che, incredibilmente, qualcuno ancora si ostina a considerare reato. Con un salto che ad alcuni potrebbe sembrare pindarico, mi verrebbe da dire che chi inorridisce per la pratica del triplo talaq e poi crede che abortire sia un crimine deve comprendere che tutto si gioca sempre, drammaticamente, sul corpo delle donne. Che non c’è distanza tra culture dissimili, unite spesso nella limitazione dei diritti delle donne.

L’aborto non è omicidio. Abortire è un diritto spesso negato in Italia. La direzione di strutture sanitarie, di dipartimenti o la presidenza di policlinici, ad esempio, sarebbero – a senso – ruoli incompatibili con l’obiezione di coscienza. Altrove in Europa, gli obiettori non possono essere ginecologi, ma dentisti, cardiologi, ortopedici: non gli è preclusa alcuna carriera. In Italia, anzi, sembra che le cose siano esattamente all’opposto: fa carriera il medico obiettore, quello cioè che non mette in discussione le radici cattoliche del Paese, in cui gli ospedali pubblici continuano ad avere padiglioni dedicati a santi cattolici.

Eppure, quello che mi colpisce ogni volta che affronto questo argomento (soprattutto sui social network, che sono la cartina al tornasole del dibattito sui diritti civili in Italia), è la violenza dei tanti che non comprendono che l’aborto è un diritto acquisito da difendere a tutti i costi. Non si è obbligati a praticarlo, non è un incentivo a concepire per poi pentirsene. Piuttosto vedere cosa accade nei paesi in cui è illegale (come il Brasile) aiuterebbe a comprendere perché dovrebbe difenderlo soprattutto chi si definisce pro-vita.

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Sorgente: Se l’aborto diventa come il divorzio islamico – l’Espresso

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