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Rita Pani – Le arance stanno a poco

 Abbiamo cuori poco capienti, nei quali non ci sta più di una tragedia alla volta; e tra l’una e l’altra non vi è riposo. Abbiamo cuori abituati a certe tragedie, al punto che ormai non le sentiamo più tali. Sono emozioni declassate a semplice “cose che capitano”; e forse non sono più nemmeno emozioni.
Abbiamo sempre meno umanità, e quella poca che ci avanza la razioniamo con cura scegliendo di volta in volta, di caso in caso, quando donare un poco di pietà. Non abbiamo memoria, né vogliamo averla, a meno che non sia quel giorno là, quello deputato a ricordare.
C’è una giovane donna nigeriana che combatte per la vita all’ospedale di Catania, trasportata d’urgenza dopo che la sua baracca ha preso fuoco nella notte, laggiù a Rosarno dove crescono rigogliose le arance ai bordi della strada dove, tra un sacchetto di spazzatura e l’altro si possono trovare “le nigeriane” d’inverno e le rumene d’estate.
Viveva ella baraccopoli infinita, che di tanto in tanto torna ad occupare per quasi un quarto d’ora le pagine di cronaca, perché qualcuno muore ammazzato da un carabiniere, o perché gli schiavi stanchi d’essere sfruttati scendono in piazza a protestare. Ed ogni volta si mischiano le voci di quelli che gridano “mai più”, e quelli che strillano più forte: “statevene a casa vostra”.
L’ultima volta, per esempio, un carabiniere uccise un ragazzo. Che coro quella volta! Erano pochi i mai più, sovrastati dai complimenti all’eroe che aveva portato finalmente un po’ di giustizia. Poi il silenzio aveva coperto tutto con la sua spessa coltre d’ignavia, compresi i 300 mila euro stanziati d’urgenza per ridare dignità alla vita di persone diventate schiave mentre cercavano soltanto di avere, finalmente, una vita.
C’è una giovane donna nigeriana che lotta tra la vita e la morte, perché con quei 300 mila euro, “da utilizzarsi progressivamente e tempestivamente” per ordine dello Stato che li erogò, è stato sparso in terra soltanto un po’ di ghiaino. Nessun ripristino di “umana vivibilità”, nessun barlume di dignità. Baracche fatiscenti, nessun servizio igienico, nemmeno la raccolta dei rifiuti, laddove vivono gli schiavi dimenticati e sfruttati.
Ogni tanto qualcuno muore in silenzio diventando mera contabilità statistica, ogni tanto qualcuno sparisce ingoiato dal buio. Ogni tanto qualcuno torna un attimo a darsi voce, finendo quasi ammazzato. Sono uomini e donne che non hanno né albergo, né wifi. Nemmeno 35 euro al giorno e le scarpe da tennis.
Sono uomini e donne che producono molto e costano poco, sotto gli alberi d’arancio e clementine, o per la strada, schiave anche loro, spazzatura tra la spazzatura.
Sono donne, a volte poco più che bambine, sfruttate e abusate che cercavano posto nella vita, e non hanno trovato spazio nemmeno nella nostra pietà, che le arance “stanno a poco”, e pure le puttane non costano un gran ché.
Rita Pani (APOLIDE )
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