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Rigopiano, “la paura, il buio, la fame. Ci siamo salvati succhiando neve” – Repubblica.it

I sopravvissuti alla valanga che ha distrutto l’hotel nel Pescarese. La mamma: “Giorno e notte abbracciata a mio figlio”

PESCARA – Hanno passato 58 ore immobili, senza mangiare, senza bere, al buio, succhiando ghiaccio per sopravvivere, e cercando solo di non impazzire. Sono rimasti un tempo infinito intrappolati tra le macerie del solaio che gli era crollato addosso, protetti da quella stessa neve che li aveva costretti lì sotto, con nient’altro da fare che sperare, attività che si è declinata variamente, a seconda dei momenti e delle inclinazioni personali: c’era chi pregava, chi incoraggiava gli altri; e c’era chi cercava di interpretare come il segno della salvezza imminente gli infiniti scricchiolii della notte. “Sono loro”, “vengono a prenderci”, “siamo salvi”, urlava di tanto in tanto qualcuno, prima di scoprire che, invece, quei rumori erano solo i gemiti di una struttura esausta, devastata dalla violenza della valanga e oppressa dal peso della neve fresca. Hanno pianto, hanno litigato, hanno lottato con tutte le forze – anche i bambini – e alla fine, ce l’hanno fatta. Non tutti, però. Solo i più fortunati.
I LETTI DEI SOPRAVVISSUTI
E adesso sono qui, in questa stanza bianca del reparto di Rianimazione dell’ospedale di Pescara e non sanno neanche loro se essere felici o disperati. I medici hanno approntato una sistemazione la più simmetrica possibile: sei letti, tre da una parte, tre dall’altra. La più scossa di tutti è Francesca Bronzi. Continua a chiedere del suo fidanzato, Stefano Feniello. Non è mai uscito dalle macerie. L’hanno sedata. Accanto a lei ci sono Giorgia Galassi e Vincenzo Forti, i due fidanzati. Giorgia ha degli sbalzi d’umore impressionanti, alterna momenti d’euforia ad autentici attimi di disperazione. “È stato un miracolo – ripete – la mia vita da oggi cambierà”, poi però scoppia a piangere pensando “a tutti quelli – tanti – che sono rimasti nella sala Garden dell’hotel, sotto la valanga”. Vincenzo fa quello che può. Ma spesso devono intervenire i medici. Dall’altra parte ci sono Giampaolo Matrone, che ha subìto un intervento al braccio, e i due bambini, Samuel ed Edoardo. Giampiero Parete, il cuoco di Montesilvano, sua moglie Adriana e i suoi due figli, Gianfilippo e Ludovica, la famiglia miracolata dalla sorte è tre piani più su, in pediatria: “Sono un uomo risorto”, ripete Giampiero. E ha ragione.
IL CAMINO
Tranne lui, uscito proprio in quell’istante a prendere l’aspirina in macchina, tutti gli altri sono insieme nella grande hall dell’albergo, mercoledì pomeriggio alle 17.40, intorno al grande camino. Adriana e Gianfilippo sono sul divano e guardano il fuoco. Ludovica, Samuel ed Edoardo, gli altri bambini, stanno giocando con il biliardo. Giorgia e Vincenzo sono insieme su un altro divano e bevono un tè non lontano da Giampaolo e sua moglie Valentina Cicioni. Pare che da lì, nei giorni di bel tempo, si riesca persino a vedere l’Adriatico, attraverso la vetrata. Poi comincia a tremare tutto, una vibrazione terrificante, crescente, accompagnata da un boato cupo. “Vibrava tutto talmente forte – racconta Giorgia – che per tutto il tempo sono stata convinta che fosse stata una scossa di terremoto non una valanga”. Invece è la montagna che è crollata. L’impatto con l’albergo è devastante.
LE QUATTRO CELLULE
Tutto diventa buio. Adriana riesce a trovare il suo telefonino, lo accende, non c’è campo ma almeno, per qualche minuto, prima che la batteria si esaurisca, fa un po’ di luce. Intorno a lei c’è pochissimo spazio, ma Gianfilippo è ancora lì vicino. Pochi centimetri sopra la sua testa s’è fermata la caduta di un’enorme trave di legno. “L’ho abbracciato subito e penso che siamo rimasti abbracciati per tutto il resto del tempo, giorno e notte”, racconta. Il primo pensiero è per Ludovica. Adriana comincia a gridare il nome di sua figlia. Che risponde subito. È poco distante. Salva. Intorno a lei e agli altri due bambini si è creata una cellula di sopravvivenza, la seconda, più grande. E per fortuna le voci filtrano in maniera molto nitida, così può tranquillizzare la piccola nei momenti più difficili. Nella borsa, trova una bottiglia da mezzo litro d’acqua.
Il buio e la sete sono le caratteristiche dominanti in tutte le cellule, compresa quella dei bambini, che infatti spesso piangono, e quella di Francesca, distante pochi centimetri. Lei è sola. “Era un buco angusto, claustrofobico – racconta – non riuscivo nemmeno ad alzarmi in piedi”. Anche lei si fa luce col telefonino, fin quando regge. Poi diventa tutto nero, per 58 ore. “Ma la cosa peggiore – racconta in ospedale – è stata la sete: continuavo a bagnarmi le labbra con ghiaccio e neve sporca”.
NESSUN RUMORE
Nella quarta cellula, sono in tre. È la più grande. Ospita Giorgia, il fidanzato Vincenzo e Giampaolo. Una trave gli ha schiacciato il braccio ma lui è più preoccupato perché non trova la sua Valentina. “Il momento peggiore – racconta Giorgia – è stato il secondo giorno lì sotto. Eravamo chiusi in una scatola, senza la cognizione del tempo. Non sentivamo rumori da fuori. Continuavamo a dissetarci succhiando ghiaccio, ma non mangiavamo, e le forze e le speranze cominciavano a venire meno. Vincenzo però ci incitava e alla fine ci ha costretti

a resistere fino a quando non sono arrivati i soccorsi. Allora abbiamo cominciato a bussare sul soffitto a più non posso. Loro ci hanno chiamati. Io subito ho urlato “sono Giorgia e sono viva”. Ed è stata la cosa più bella che abbia mai detto.

Sorgente: Rigopiano, “la paura, il buio, la fame. Ci siamo salvati succhiando neve” – Repubblica.it

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