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Racket a Napoli, retroscena di guerra «Diamo una lezione a quei bastardi» | Il Mattino

«Guagliù, mo’ avimma fa na bella mazziata a chilli bastard e nire». Dobbiamo dare una grande lezione ai bastardi di colore: si traduce così, in tutta la sua crudezza, la frase di uno degli organizzatori del raid che il quattro gennaio seminò il terrore spargendo il sangue degli innocenti alla Maddalena. In quelle parole – intercettate e finite negli atti dell’inchiesta che ha portato in carcere i presunti autori del raid contro i senegalesi «invasori» delle bancarelle a ridosso della Ferrovia – c’è la chiave di volta che spiega tutto. Punire gli immigrati, colpire gli extracomunitari che si ribellavano al «pizzo».

Il senegalese. Lo chiameremo Oumar, ovviamente con un nome di fantasia dal momento che adesso si trova sotto protezione della Polizia di Stato dopo aver denunciato i suoi aguzzini. Oumar nemmeno comprese bene il tenore di quel messaggio, quando la mattina del cinque di novembre un uomo lo avvicinò davanti alla bancarella di piazza Mancini: «Ci devi dare 20 euro, il regalo di Natale per le famiglie dei carcerati». Forse neanche inquadrò quelle parole in un contesto estorsivo; o forse sì, ma fece finta di non capire, almeno fino a quando il suo interlocutore aggiunse il resto: «E da gennaio paghi come pagano tutti quanti gli altri: 100 euro a settimana». Oumar non è un irregolare. Vive da poco più di un anno a Napoli con un regolare permesso di soggiorno. Non ruba, non spaccia e tantomeno si è unito a qualche cattiva compagnia che pure lo ha accompagnato nel suo arrivo in Italia. Ma a casa sua, nel Senegal, «estorsione» è una parola sconosciuta. Quando il 4 gennaio i delinquenti del clan Mazzarella si presentarono per fargli la «mazziata» lui riuscì a sfuggire. Ci andarono di mezzo tre suoi connazionali, intervenuti per difenderlo. A quel punto Oumar prese la decisione, e dopo poche ore si presentò in Questura per sporgere denuncia e raccontare tutto. Fondamentali, per gli esiti dell’indagine della Squadra mobile, sono state le sue dichiarazioni. «Vennero da me a chiedermi prima venti euro, poi cento, per la bancarella. Io non glieli diedi», ha spiegatoil senegalese agli investigatori.

I «naviganti». Nel gergo camorristico ha un duplice significato. Indica non solo chi fa da procacciatore, cioè chi adesca l’extracomunitario che vuole vendere merce contraffatta indirizzandolo verso le «basi logistiche» dei grossisti del falso; ma anche chi fa la spia. E dietro il raid della Maddalena compaiono adesso i due spioni, coloro che diedero alla spedizione punitiva tutte le indicazioni utili a identificare chi non si era piegato alle richieste estorsive. In due sono finiti in carcere, pur non essendo considerati affiliati alla camorra: Luciano Rippa e Gennaro Vicedomine. Inutile ogni sottolineatura: l’extracomunitario ha collaborato con la giustizia, mentre i due napoletani si sono rivelati collusi con la camorra: vittime e carnefici di se stessi.

La svolta. A scatenare le mire degli affiliati al clan Mazzarella sul business legato alle estorsioni agli ambulanti della Maddalena fu, paradossalmente, un successo investigativo. Il tre novembre dell’anno scorso gli agenti della Mobile intercettarono e arrestarono in flagranza di reato Francesco Pio Corallo, Luca Capuano e Luigi Raia proprio in piazza Mancini, mentre tentavano di estorcere denaro agli ambulanti. Corallo è considerato il reggente del clan Sibillo, che con i Mazzarella ha combattuto una sanguinosa faida tra Forcella e i Decumani. Soltanto poche ore dopo quell’arresto i Mazzarella si misero in movimento. Decisero di riprendersi quella fetta di territorio che rende fino a 30mila euro al mese, solo per le estorsioni agli ambulanti. E da qui si è poi concatenata la serie di intimidazioni e reazioni che ha portato alla sparatoria in cui rimasero feriti tre senegalesi e una bimba di Melito che passeggiava insieme con il padre.

Le ammissioni. Luciano Rippa, uno dei due ambulanti che avrebbero fatto da basisti e che addirittura avrebbe brandito una sbarra di ferro tentando di colpire Oumar e i suoi amici senegalesi, ora appare pentito. Collabora con gli inquirenti, ai quali ha raccontato tutto: dinamica, motivazioni e matrice del raid commesso tra la folla. In carcere, ieri, è finito pure il 28enne Valerio Lambiase, fratello di Gianmarco. Entrambi segnati da un destino nero. Ma Valerio può dirsi sicuramente più fortunato del fratello, assassinato in piena faida di Forcella da un commando armato partito dai Decumani alla volta di Ponticelli, dove poi venne eseguita la sentenza di morte.

Domenica 15 Gennaio 2017, 09:35 – Ultimo aggiornamento: 15-01-2017 10:11

Sorgente: Racket a Napoli, retroscena di guerra «Diamo una lezione a quei bastardi» | Il Mattino

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