Pages Navigation Menu

il contenitore dell'informazione e della controinformazione

Parlare di femminismo in moschea – La Stampa

Torino, la sala di preghiera aperta alla città per un confronto sul velo islamico

Metti un lunedì sera alla moschea Taiba di Torino, un ex stabilimento cinematografico alle spalle di quel corso Giulio Cesare che passando per il mercato “global” di porta Palazzo collega la città antica a quella nuova, dove i migranti italiani di ieri hanno ceduto il passo agli stranieri di oggi. S’inizia alle 21, è buio, fa freddo e la moschea non è esattamente il luogo in cui t’immagini un dibattito by night sul futuro del mondo. Eppure, sedute scalze sul grande tappeto che il venerdì accoglie un migliaio di fedeli in gran parte originari del Maghreb, ci saranno almeno un centinaio di persone, forse 150. Donne con il velo e donne senza, qualche nonno, molti giovani e molte giovani torinesi, l’assessore alle pari opportunità Marco Giusta, il parlamentare Davide Mattiello, carabinieri in borghese, una suora, l’imam padrone di casa Said Ait ElJide. Anche gli organizzatori della Fondazione Benvenuti in Italia, che stanno lavorando alla nascitura Casa delle religioni, sono sorpresi dalla partecipazione: il tema, “Donne e Corano, al di la del velo”, è di grande attualità, ma non siamo al Salone del Libro.

 

Tant’è. Sul palco – palco per modo di dire, trattandosi di una piccola e informale scrivania con tre sedie – si parla di emancipazione femminile, orientalismo e occidentalismo, pregiudizi islamofobi e pregiudizi islamofili ma soprattutto di hijab, quel fazzoletto indossato dalle musulmane che e’ diventato il paradigma delle nostre paure tanto razionali quanto cieche.

 

E’ subito chiaro dall’attenzione muta, rotta solo da sporadici gridolini di bambini, che i presenti sono qui per ascoltare ma anche per vedere meglio. E sarà sempre più chiaro fino alla fine, ben oltre le 23, con il te’ alla menta di congedo, la diretta su Radio Flash 97.6 conclusa e ancora tanta voglia di discutere.

 

 

Le ragioni del velo sono rappresentate da Souad Maddhai, una mediatrice culturale giunta bambina in Veneto da Casablanca che oggi vive a Torino e lavora con la polizia penitenziaria sulla radicalizzazione nelle carceri. Racconta di essere guardata con diffidenza crescente, di essere continuamente chiamata a giustificare la sua fede rispetto al terrorismo, di battersi ogni giorno per lavorare in un mondo maschile come quello carcerario e soprattutto di portare il velo con gioia estranea a qualsiasi coercizione come, secondo lei, quasi tutte musulmane. Quasi tutte no, si obietta. Anzi. Ma l’obiezione, nel cuore della moschea di via Chivasso, non suscita reazioni ostili. Anzi.

 

Musulmani e non musulmani ascoltano le argomentazioni di chi cita il versetto 282 della sura numero 2 in cui la testimonianza giuridica di una donna viene valutata la metà di quella maschile. Anche San Paolo è feroce con le donne, San Tommaso le giudica “esseri occasionali” e la Bibbia non è da meno. Oggi però è lo Stato Islamico, che per quanto ci si giri intorno si definisce islamico sulla base delle sacre scritture, a macchiarsi dei crimini orrendi a spese del terrorizzato occidente ma anche e soprattutto di altri musulmani. Non si usano giri di parole a via Chivasso. E non si fanno sconti. Non se ne fanno a chi teme le moschee e invece farebbe bene a venire qui come a chi, dentro la moschea, si chiude a riccio negando la realtà nel presunto nome dell’islam della pace.

 

C’e una signora, cristiana, che chiede se non si sia troppo severi con l’islam, come se fosse oggi l’unico motore di discriminazione contro le donne. E c’e Valentina, egiziana cresciuta in Italia, che si alza in piedi mostrando calze lunghe e gonna corta per domandare alla moschea la garanzia che Torino non diventi come il Cairo, una città in cui lei non può passeggiare senza essere molestata in quanto “empia, impudica, indecente”. Silenzio. Souad replica che anche lei viene insultata. Le argomentazioni di Valentina sull’arretramento culturale che spesso accompagna la diffusione crescente del velo restano e chiedono spazio. Contano come le altre, portano un’esperienza, Gianluca Gobbi modera il confronto e passa il microfono come un testimone. Ci sono tanti mondi e tante domande sul tappeto della preghiera. Le risposte stasera si cercano insieme, lontano da quei social network dove le distanze in apparenza annullate si ingigantiscono. Funziona. L’imam Said Ait ElJide (nella foto qui sotto) sorride al margine della sala che ha aperto alla città e che la città sta animando.

 

 

Come si declina il femminismo islamico ammesso che si possa parlare di femminismo islamico? L’elenco delle sue protagoniste è lunghissimo. L’egiziana Laila Ahmad convinta che l’emancipazione passi anche dal velo e la connazionale Mona Eltahawy che invoca chiome sciolte in nome del “global feminism”. La pakistana Rafia Zakaria, grande accusatrice dei matrimoni poligamici. La ugandese-canadese nonché lesbica Irshad Manji, la pioniera delle donne imam Amina Wadud, l’algerina Fadela Amara che in Francia si è battuta per la legge che bandiva il velo nelle scuole pubbliche contro il patriarcato dilagante nelle banlieues, le saudite al volante come Majsaa al Amoudi e quelle che si tolgono l’abaya come Malak al Shentil. E poi le iraniane, da Shirin Ebadi alle decine rinchiuse in cella per non piegare più che per non coprire la testa. Femministe di oggi come l’attrice siriana Fadwa Soliman, ribelle anti Assad della prima ora, e femministe di ieri come le scomparse Fatema Mernissi e Assjia Djiebar, antitetiche nelle posizioni di partenza (la prima più propensa ad attribuire l’arretratezza culturale patria al colonialismo e la seconda laicissima e vicina alla sinistra atea francese) ma allineate nella battaglia per l’affermazione della voce femminile. L’elenco delle donne che magari parlano poco ma fanno tanto rimbomba nella mosche di via Chivasso. Se qualche uomo in cuor suo ne contesta l’audacia non lo dà a vedere, non potrebbe. E le donne, velate e non velate, sono donne. Soprattutto qui, stasera. Quando alla fine viene servito fumante té alla menta pochissimi si congedano. Alla prossima volta.

Sorgente: Parlare di femminismo in moschea – La Stampa

Spread the love
  •  
  •   
  •   
  •   
  •   
  •  
  •  
468 ad
< >

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

.