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Michael Wolff: «Un leader jazz con una linea: opporsi a ogni cosa liberal» – corriere.it

corriere.it – Michael Wolff: «Un leader jazz con una linea: opporsi a ogni cosa liberal». Parla il celebre giornalista Michael Wolff che ha avuto accesso agli uffici del «transition team» nella Trump Tower –  Massimo Gaggi

NEW YORK «Poi, magari, scopriremo che Donald Trump l’outsider, l’inesperto, il corpo estraneo della politica, la wild card del sistema americano, si comporta come un politico vecchio stile: vuole essere amato, vuole vincere, fare le cose per le quali la gente l’ha votato. Ma per ora continuerà la corrida con la stampa che lui tratta come l’unica vera opposizione alla sua presidenza. Una giostra che porta acqua al mulino del nuovo presidente e dalla quale i media non riescono a scendere».

Michael Wolff, celebre giornalista e critico del sistema Usa dell’informazione, da quando Trump è stato eletto è diventato un acuto osservatore del modo in cui l’imprenditore arrivato alla Casa Bianca riesce a sfruttare a suo favore l’ostilità dei giornalisti. Un osservatore con un punto di vista privilegiato, visto che in questi mesi Wolff ha avuto accesso agli uffici del «transition team» nella Trump Tower.
Che altro può fare la stampa se non analizzare i comportamenti della sua presidenza e criticarli se del caso?
«La stampa si è messa in una condizione impossibile: Trump lo sa e ne approfitta. Si diverte a provocarla e alla fine riceve ancora più attenzione senza subire alcun danno. Comprensibile: come fanno giornali e televisioni a seguire in modo distaccato e credibile l’avventura politica di un personaggio del quale avevano già scritto il necrologio? Non si era mai visto un presidente come Trump, è vero, ma non si era nemmeno mai vista una stampa americana così compatta nel condannare a priori un candidato, nel sostenere che non avrebbe mai potuto nè dovuto vincere. Nessun giornale di questo Paese sterminato gli ha dato il suo endorsement. Forse soltanto uno, alla fine. Hanno sbagliato tutti. Anche la Fox, la tv della destra, lo ha trattato con grande antipatia. Ha cambiato registro solo dopo il voto. E ora Trump ha buon gioco nel presentare la stampa, mai impopolare come oggi, come l’unica, vera opposizione al suo governo: quella che, nel bocciare lui, ha assunto un atteggiamento di superiorità anche nei confronti del suo elettorato; quella che ha trattato da stupidi i cittadini che col loro voto lo hanno mandato alla Casa Bianca».

Provoca, ma intanto non spiega. Promette tutto, ma spesso anche il suo contrario. Che presidente sarà Trump?
«Jazz».
Cioè?
«Pura improvvisazione. Non so che cosa farà. E, entro certi limiti, credo nemmeno lui: improvviserà a seconda delle circostanze. Vedrà, di volta in volta fin dove può spingersi con le sue iniziative, le sue provocazioni. L’unica certezza mi pare il suo atteggiamento di fondo che è di ostilità a tutto ciò che sa di liberal. Sarà contro la cultura cosmopolita dei liberal, contro l’ordine internazionale fissato dalle politiche dei liberal, contro uno stile politico che dà spazio agli esperti, agli accademici, ai centri studi zeppi di intellettuali».

Niente intellettuali ed esperti al governo. Meglio finanzieri e miliardari? Dopo essersi fatto eleggere come il presidente del riscatto del ceto medio impoverito?
«Si circonda di ricchi perché si sente più a suo agio con persone con un background simile al suo, ma quanto li ascolti è difficile dire. Voi cercate sempre una logica, ma non capite che lui prescinde dalla logica, anche perché ha a che fare con un elettorato che non pretende coerenza a tutti i costi».

Ma se non c’è chiarezza sui suoi impegni, come sarà possibile, domani, giudicare correttamente il suo operato? È così che funzionano le democrazie.
«Queste elezioni raccontano un’altra storia: democrazia è anche la libertà di dire scelgo il nemico che non conosco per evitare quello che conosco e che mi sembra l’opzione peggiore: Hillary Clinton».

Si è liberato di Hillary Clinton, ma non di Barack Obama che resta a Washington, pronto a farsi sentire se Trump provocherà qualche emergenza istituzionale. Circostanza preoccupante per il nuovo presidente?
«Vedremo, ma la sua scelta mi pare dettata, più che da preoccupazioni istituzionali, dalla realtà demografica: Obama è troppo giovane, troppo pieno di energia, per uscire definitivamente dalla scena politica relegandosi al ruolo di ex».

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Sorgente: Corriere della Sera

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