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l’Unità, cronaca di un delitto annunciato | giubberosse

​La nuova drammatica crisi dell’Unità è un altro capitolo del fallimento del renzismo e del suo volto arrembante e facilone. Questa affermazione farà sicuramente inalberare i seguaci del leader Pd(quelli della prima, della seconda e dell’ultima ora) ma crediamo sia incontestabile. Per il semplice fatto che tre scelte compiute un anno e mezzo fa da Renzi e dal suo staff hanno condizionato pesantemente il percorso del giornale e decretato la sua crisi, che oggi esplode in modo dirompente travolgendo il giornale e i suoi giornalisti.

La prima scelta è stata quella di escludere a priori ogni soluzione editorialmente e imprenditorialmente solida e autonoma in favore di quelle più controllabili politicamente ma più fragili economicamente e progettualmente. Nei mesi successivi alla  chiusura del 2014 era in campo, per esempio, una proposta di Matteo Arpe che aveva una maggiore forza editoriale ma (per Renzi e i renziani) una minore affidabilità politica perché tra le condizioni poste c’era l’autonomia e l’indipendenza del giornale e il solido ancoraggio alle sue radici storiche di sinistra. Per questo Arpe fu escluso e si scelse un tal Veneziani (ve lo ricordate?), editore di gossip che prometteva di “mettere la fidanzata di Berlusconi nuda in prima pagina”, di trasformare l’Unità in un giornaletto di pettegolezzi visto che considerava superata la distinzione destra-sinistra e minacciava di assumere solo quattro-cinque giornalisti del vecchio giornale. Quel Veneziani, che poi per fortuna è uscito di scena anche per le sue disavventure giudiziarie, fu scelto da Renzi e non da altri. La conseguente scelta di Pessina rispondeva alla medesima logica: un editore non editore che garantisse la completa dipendenza del giornale dal Nazareno o meglio ancora dal nuovo segretario del Pd. Insomma, un personal-organ.

La seconda scelta è stata la conseguenza di questo modo personalistico di gestire la vicenda dell’Unità che, se è vero che ha caratterizzato anche in altri momenti la storia recente del quotidiano non ha mai avuto un carattere così fortemente “padronale”. La linea editoriale dell’Unità, infatti, sin dal suo ritorno in edicola, ha risposto più a criteri non di partito e nemmeno di corrente ma di leaderismo assoluto piuttosto che a quelli di mercato che dovrebbe seguire un giornale se vuole resistere nelle tempeste odierne dell’editoria.

L’Unità, a partire da quel suo nome potente, poteva svolgere una funzione di confronto, di dialogo, di racconto del mondo utile a tutto il Pd e alla sinistra e invece ha scelto di essere il megafono del nuovo presidente del consiglio e di narrare l’Italia, in sintonia con la linea di Palazzo Chigi, come il Paese della felicità e del benessere, come il Paese dalle magnifiche sorti e progressive. Ha deciso di raccontare le gesta del leader in modo trionfalistico e da culto della personalità che nemmeno durante il periodo stalinista. Invece che costruire ponti, l’Unità ha scelto così  di innalzare muri: muri dentro il Pd, muri nella sinistra, muri nel Paese, muri con i sindacati. Di qua gli Eroi del Futuro di là i Gufi Conservatori. E in mezzo ci è capitato di tutto: l’Anpi, la Cgil, ex segretari ed ex premier, la minoranza Pd, e chi più ne ha più ne metta.

La terza scelta, di conseguenza anche questa, è stata la scelta del direttore incaricato di riportare il giornale in edicola. Erasmo D’Angelis è stato scelto per la sua fedeltà a Renzi piuttosto che per le sue capacità giornalistiche che non metteva alla prova da più di venti anni, da quando faceva il giornalista del Manifesto da Firenze. Sia chiaro, questa non è una critica personale (e D’Angelis lo sa bene), ma la constatazione che a rilanciare il giornale di Gramsci fu chiamato nel giugno del 2015 un uomo che a un certo punto della sua vita aveva deciso legittimamente di abbandonare il giornalismo e si era occupato prima di Publiacqua a Firenze e poi era diventato responsabile dell’unità disastri ambientali a Palazzo Chigi. Insomma un’altra professione, altre ambizioni politiche.

L’illusione fu allora dello stesso tipo che ha deviato il Pd nel suo rapporto con l’Italia: credere che Renzi da solo bastasse a trascinare il cambiamento, che la sua velocità bastasse a convincere e creare consenso, che bastasse il suo nome a smuovere le montagne. Qualcuno ha pensato, sbagliando di grosso, che un giornale strettamente renziano, prepotentemente renziano, potesse avere un mercato. Non lo aveva per niente come si è visto, anzi quella scelta di un’Unità ultrarenziana ha provocato la perdita di buona parte dei lettori che seguivano il giornale prima della chiusura e non ne ha conquistati di nuovi facendo invece terra bruciata attorno.

Compiute queste tre scelte e quindi commessi questi tre clamorosi errori nel giugno del 2015, la strada era di fatto segnata. La nomina di Sergio Staino a direttore appena qualche mese fa è stata una scelta compiuta ormai fuori tempo massimo. Chi lavora nei giornali sa bene che perdere lettori in certi momenti di crisi è facile e veloce ma che riconquistarli poi è molto difficile e spesso impossibile quando il rapporto di fiducia si è spezzato.

Per di più, dopo un periodo iniziale nel quale Staino è riuscito a dare aria al giornale e a renderlo di nuovo leggibile e acquistabile, poi si è una notata una nuova chiusura in se stessi, a tratti il giornale è diventato contraddittorio e confuso, il contrasto di linea tra il direttore e il condirettore Andrea Romano è diventato sempre più evidente, sono riapparse diverse cadute di stile, l’aspro scontro referendario ha condizionato pesantemente la fattura del giornale, che invece di approfittare di questo confronto cavalcandolo editorialmente si è dato alla bassa propaganda. Neanche la passione di Staino insomma, oltre alla professionalità della redazione che ha resistito nonostante sia stata sottoposta a troppe tensioni nel corso di questi difficili 18 mesi, è bastata a fermare il declino.

Oggi siamo qui. La battaglia per salvare l’Unità e impedire la ferocia dei licenziamenti, sarà difficile, inutile nasconderselo. Ma se si vuole ridare un futuro al giornale fondato da Antonio Gramsci non si può non riflettere criticamente su quello che è successo in questi due anni e cercare di capire che lungo la strada dei personal-organ non c’è nulla da raccogliere. Bisogna scoprire nuove strade, inventarsele con fantasia, riappropriarsi subito di un sito on line senza il quale nessun giornale vive nell’era di internet e dei social media e spingersi sui sentieri nuovi di un’informazione multicanale, capire che oggi questa sinistra incerta, divisa, disorientata – non solo e non tanto nei gruppi dirigenti, ma soprattutto nella sua base popolare, quella che può ritrovare una motivazione di acquisto – avrebbe tanto bisogno di un giornale che sapesse raccontarla e aiutarla a ritrovare la strada giusta o per lo meno a rintracciare gli indizi per un nuovo viaggio. Che la aiutasse a conoscere l’Italia e gli italiani, a capire i problemi, a confrontarsi con la realtà della vita piuttosto che con l’illusionismo e la spingesse a porsi almeno le domande giuste invece che avere sempre le risposte pronte. Che la spingesse ogni giorno a cercare l’unità perduta invece che coltivare le divisioni dopo le tante ferite accumulate negli anni. A questo servirebbe l’Unità. A questo, ne sono convinto, serve ancora l’Unità.

Sorgente: l’Unità, cronaca di un delitto annunciato | giubberosse

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