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Lorenzo Bini Smaghi: “La flessibilità ha fallito. Meno spesa pubblica per rilanciare l’economia” – La Stampa

lastampa.it – Lorenzo Bini Smaghi: “La flessibilità ha fallito. Meno spesa pubblica per rilanciare l’economia”“Per le banche italiane servono piani seri e manager competenti. I dazi di Trump? Danneggerebbero soprattutto gli Stati Uniti  – stefano lepri

roma  – Occorre cambiare strada: allentare i freni della spesa pubblica, come ha fatto Matteo Renzi, non ha portato vantaggi. Lorenzo Bini Smaghi, dal 2005 al 2011 nell’esecutivo della Bce, ora presidente della banca francese Société Générale, spiega la bassa crescita dell’Italia con la mancanza di riforme incisive, capaci di offrire ai cittadini miglioramenti apprezzabili. E se davvero gli Stati Uniti diverranno protezionisti, dice, faranno danno soprattutto a sé stessi.
 Arriva il richiamo dell’Europa sul deficit italiano.

«È il momento opportuno per fare un’analisi critica della strategia economica seguita in questi anni, che porta il nome di “flessibilità”, ossia più disavanzo pubblico e più riforme. Il deficit in più c’è stato – soprattutto tenendo conto che i risparmi da minori interessi sul debito sono stati tutti spesi – invece le riforme si sono arenate. Questo ci dicono il Fmi, l’Ocse, la Commissione europea. Ce lo dicono forse anche gli italiani».

Il 2017 parte un po’ meglio in altri Paesi, mentre per l’Italia il Fmi ritocca le previsioni al ribasso.

«Appunto. Nonostante il maggior deficit la crescita è deludente. Il ritardo sugli altri Paesi europei aumenta, invece di ridursi come promesso. Cercare consenso sul tempo breve non premia. Occorre incidere sulla spesa corrente, sia per aumentare gli investimenti pubblici, sia per far scendere il debito».

Nel giudizio di Fmi e Ocse i debiti appaiono oggi meno preoccupanti.

«I tassi di interesse rimarranno bassi per alcuni anni ancora, indipendentemente dal “quantitative easing” della Bce. Ma mi preoccupa che l’Italia sia il solo Paese dell’euro (con la Grecia) dove i tassi, pur se contenuti, sono superiori alla crescita economica. Questo segnala una potenziale instabilità del debito. Purtroppo si ripete la storia degli ultimi 20 anni: si fa il risanamento non quando l’economia cresce (e costerebbe meno) ma quando siamo costretti dai mercati finanziari. È il frutto della “veduta corta” di chi governa».

Come fa la politica a guardare lontano se gli elettori diffidano di chiunque gli chieda rinunce oggi per star meglio domani?

«Nemmeno con la politica della spesa si guadagnano consensi, come mostra il referendum».

Tra i politici l’esito del referendum perlopiù fa ritenere rischiosa ogni riforma.

«Sarebbe un errore clamoroso pensare che il no al referendum sia un no alle riforme. Se non se ne facessero più rallenterebbe ulteriormente la crescita, peggiorerebbe la disoccupazione, salirebbe ancora il malcontento contro chi governa. Certo, chi fa le riforme si espone al rischio di perdere alle prossime elezioni, come disse una volta Juncker, ma chi non fa le riforme perde di sicuro. Per rendere popolari i cambiamenti occorre legarli a traguardi specifici, chiari a tutti. La riforma della scuola, ad esempio, che obiettivo ha? Assumere migliaia di insegnanti o migliorare la qualità dell’istruzione, sulla base di criteri misurabili? Con obiettivi definiti e condivisi, tutti possono poi verificare se si è agito nel modo giusto».

La tentazione di non far nulla e di accusare l’Europa è forte. Specie se la Germania dice no a tutto.

«La storia dell’integrazione europea è il frutto di un processo un parallelo di convergenza economica e di rafforzamento delle istituzioni. Bisogna continuare su questa via, con sforzi da tutte le parti in causa. Chi chiede un ministro europeo dell’economia deve essere pronto a concedere un più forte risanamento delle finanze pubbliche. Chi chiede una assicurazione comune dei depositi deve accettare una riduzione dei rischi bancari, a cominciare dalla diversificazione dei titoli pubblici detenuti dalle banche».

Sarebbe dura quest’ultima, per le banche italiane… A proposito, conviene investire 20 miliardi per rimetterle in piedi?

«Per il Monte dei Paschi si sarebbe speso meno intervenendo a luglio, subito dopo la pubblicazione degli “stress test”. In generale, conviene se i fondi servono a ristrutturare le banche, risanarle e poi rivenderle con magari un guadagno per i contribuenti, come sta avvenendo per la banca Lloyds nel Regno Unito. Per fare questo ci vuole un piano industriale chiaro, occorrono manager competenti che valutino anche future aggregazioni nello spazio europeo. Altrimenti si buttano via i soldi e magari tra qualche anno se ne devono mettere altri».

In prospettiva però butta male per tutti, se davvero Donald Trump metterà tariffe sulle importazioni.

«Sarebbe un errore grave innanzitutto per gli stessi Stati Uniti che sono un importatore netto. L’aumento dei dazi, facendo salire i prezzi, ridurrebbe il potere d’acquisto delle famiglie. E nel mondo la leadership americana imboccherebbe la via del declino. Colpisce che il presidente cinese Xi sia accolto a Davos come il nuovo paladino del mondo globalizzato».

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Sorgente: Lorenzo Bini Smaghi: “La flessibilità ha fallito. Meno spesa pubblica per rilanciare l’economia” – La Stampa

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